LUCIO TUFANO
Da più parti si ha notizie di queste industrie artigiane del cappello. Un articolo assai di moda che naturalmente non copriva una vasta gamma di fogge come accadeva nelle già avviate industrie della capitale del regno, o di altri centri dell’Italia Meridionale e Centrale. Si sa intanto che le fogge del cappello in Basilicata erano tante quanto erano le categorie sociali che lo usavano, quello per i galantuomini era diverso da quello fabbricato per il popolino. Un cappello caratteristico era senza dubbio quello usato dal brigante, diverso era quello usato dal pastore e così fino alla comune berretta usata dal contadino.
Oltre alle rinomate fabbriche di Lagonegro, sempre a carattere artigianale, e sorte intorno alla metà del settecento ed ai primi dell’ottocento, di altre che operavano in altri centri della Basilicata si raccolgono notizie da vecchi documenti o da qualche archivio comunale.
Quale dimensione avessero queste fabbriche, e quale tipo di produzione o quale ampiezza di mercato non è possibile appurarlo per farsene un’idea esatta.
Un fatto però rimane certo, ed è quello che esse ci furono
Una corrispondenza di notizie intercorsa tra il sottintendente di Lagonegro e l’Intendente di Basilicata ci dà non soltanto la testimonianza dell’esistenza di fabbriche artigiane del cappello, ma anche il quadro della situazione economica della Regione e la dimensione alla quale si erano ridotte queste fabbriche nel periodo in cui si riferisce al seguente lettera datata 22 luglio 1811:
«Sig. Intendente, profittando del ritorno del corriere, che vi siete compiaciuto spedirmi, mi fò un dovere inviarvi per lo stesso alcuni saggi delle manifatture di cottone delle Comuni di questo Distretto – non ho stimato di mandarvi de’ campioni de’ panni di lana, giacché sono molto ordinari – ho fatto bensì travagliare un cappello, che spero potervi spedire alla fine del corrente, non trovandosi ora terminato. Solo vi prego di dirmi se possa arrivare a tempo; in caso contrario mi asterrò di farvelo pervenire. Sulle carte in cui sono avvolte le mostre predette è iscritta la Comune alla quale ciascuna appartiene. Ho l’onore di salutarvi con la più alta considerazione.
Il sotto-Intendente.»
Trattavasi quindi di una delle mostre campionarie che dovevano tenersi, all’epoca, a Napoli e per la quale l’Intendente borbonico di Basilicata aveva chiesto campionature di manifatturati ai sotto-intendenti della provincia. Ed il semplice fatto che il sotto-intendente per mandare una campionatura di cappelli all’Intendente di Basilicata in Potenza, il quale, a sua volta, avrebbe dovuta inviarla a Napoli, aveva scritto nella lettre di aver fatto travagliare il cappello, significa che la fabbrica non aveva scorte di magazzino e che lavorava, in maniera assai modesta, sulla singola ordinazione.
Indubbiamente il periodo al quale ci riferiamo non è certamente quello migliore perché si possa fare un discorso preciso della produzione dei cappelli a Lagonegro. Ma da diverse fonti e per numerose citazioni si sa che queste manifatture del cappello sono esistite ed hanno sopravvissuto, attraversando periodi di grande produzione per una vasta domanda ed addirittura perfezionandosi, e periodi di crisi profonda fino ad estinguersi. Nel 1830 la fabbrica di cappelli sembrava più identificabile come fabbrica, per dimensione, per qualità e modello di prodotto. Difatti da una lettera del sotto-intendente del distretto di Lagonegro (Ufficio 1 n. 8013), si legge:
«L’invio dei campioni di manifatture di questo capoluogo che ella mi sollecita coll’autorevole suo foglio 7 andante, fu eseguito, e son certo che sono arrivati a codesta Intendenza, bensì all’ufficio di Polizia, per mezzo del quale ella ne accusò ricevuta in data 31 luglio ultimo, richiedendo sapere l’oggetto della trasmissione, che è appunto di mandarli alla solenne esposizione di Napoli.
Intanto, siccome si mancò l’indicarle le notizie richieste delle istruzioni sanzionate da S. M. a 24 gennaio 1818, adempisco ora a tale mancanza. La fabbrica esiste in questo Capoluogo, e si appartiene ad un tal di nome Nicola Cosentino, nativo e dimorante in questo Capoluogo.
La manifattura sarebbe suscettibile di miglioramenti, qualora il manifatturiere per sufficienza di mezzi e per l’ismercio opportuno potesse esercitare in grande la sua arte, e potesse fare acquisti di lane migliori di quelle del proprio paese pe’ cappelli da contadino e potesse fare la scelta di migliori pelli di lepre pe’ cappelli di galantuomo. Il prezzo poi di cappelli simili agl’inviati è di carlini ventiquattro per quelli ad uso di galantuomo, e di carlini sei per quelli ad uso di contadino. Siccome poi questo Sindaco si è obbligato col padrone della restituzione, o del prezzo degli oggetti, così è pregata la sua bontà di riscuotere dall’Incaricato del Presidente della Giunta delle Arti e manifattura in Napoli l’annesso della ricezione, e similobbligo di restituzione o pagamento, giusta il disposto negli articoli 2 e 3 delle cennate istruzioni.
Il sotto-Intendente»
Dal documento si rileva una maggiore articolazione della fabbrica, anche la distinzione del manufatto destinato al contadino ed al galantuomo. Evidentemente questo tipo di fabbrica lavorava in maniera assai primordiale il cappello per i contadini, mentre tentava di curare la manifattura di esso con pelli di animali e con maggior decoro ed ornamenti per i borghesi.
Più tardi la produzione del cappello veniva maggiormente rifinita con l’aiuto dell’industria del colore e della vernice. Nel 1842 l’Intendente Duca della Verdura da Potenza scriveva ai Sindaci ed ai sottointendenti della provincia:
«Sig.ri, per la comune intelligenza trascrivo loro il seguente Real rescritto concernente la privativa accordata a Luigi Achard per la durata di anni 5, pel suo metodo d’inverniciare a pennello i cuoi ed i cappelli di feltro.»
Nei centri abitati della Basilicata non mancava il Mastro cappellaro di cappelli ed il mastro sartore così per una certa affinità di ramo che riguardava l’attività di abbigliamento e perché essendo inclusi nel processo di evoluzione sociale che li metteva in continuo contatto con i notai, con i medici, con i farmacisti o droghieri e con i proprietari terrieri, prendevano le loro distanze dal sottoproletariato di campagna e di città, differenziandosi come classe.
A partire dalla metà del secolo XVIII essi non vengono più chiamati mastri nei pubblici atti, ma piuttosto si fa strada per loro il rispettabile don, che era già di una certa borghesia e del clero.
Raffaele Riviello racconta invece che i contadini usavano dei coppolini di lana con fiocco pendente sull’orecchio o le paparine di cerrito con le ali che nei mesi invernali, specie nelle giornate nevose e di freddo intenso, servivano a coprire le orecchie e buona parte della faccia. I più abbienti, quelli che riuscivano ad indossare il costume nei giorni di festa, o l’abito di velluto, usavano il cappello a punta, proprio quello a cono alto, smussato alla punta, di feltro durissimo che si lavorava a Lagonegro, ma senza ornamenti di gala, senza nastri o fettucce.
Il cappello ebbe le sue fabbriche a Lagonegro quindi, e, prevalse su tutte le altre attività artigiane per il particolare processo di lavorazione fino al 1895, epoca in cui le statistiche della Camera di Commercio riportavano i seguenti artigiani nei cui laboratori si lavoravano i cappelli: Grisolia Francesco di Antonio, Grisolia Giuseppe fu Francesco e Picardi Francesco fu Felice, che molto probabilmente si avviavano anche verso una certa attività di commercio del cappello, al fine di soddisfare la richiesta della zona e dell’intera provincia, con l’importazione napoletana o calabrese.
Quali le materie prime usate in questo tipo di lavorazione? Quali le operazioni e gli attrezzi? Nulla si sa di tutto il complesso delle fasi di lavorazione. Forse in qualche archivio si possono anche trovare notizie interessanti. Ma certamente il feltro e la lana, il velluto e le pelli erano le materie sulle quali si lavorava con l’aiuto naturalmente di primitive macchine come le forme, l’imbastitrice manuale, la pressa, la forbice e con le operazioni indispensabili di feltratura, lavatura, imbastitura, montatura, impomiciatura, pressatura.
Altre industrie artigiane di cappelli esistevano in altri paesi della Basilicata. Di una manifattura del cappello di lana si ha notizia anche in Rionero in Vulture. Sono esistite infatti fino al 1915 le industrie di Pasquale D’Anella e di altri come Antonio La Pichiella ove si impastava la lana fino a ridurla in panno di una compattezza particolare tanto da diventare impermeabile alle piogge ed alle intemperie. Di questo cappello si servivano i pastori, i vaccari ed i contadini delle vigne, perché non subiva alcuna penetrazione di umidità. Si trattava di cappelli a cupola tonda con le tese larghe che, specie per i pastori e gli armentari delle Puglie, completavano le vesti di pelli di montone (giacche, casacche, busti pluriciari ed antipantaloni). Si verificava questo movimento della armentizia in Rionero, quasi come in un tipico villaggio texano, perché costituiva il centro delle transumanze e la tappa obbligatoria delle mandrie, tra le piane della Puglia e le pasture della Basilicata alta.
IL-BARONE-BERLINGIERI-A-CACCIA-IN-AGRO-DI-POLICORO-
Ancora nella “Statistica Murattiana” si rileva che due fabbriche di cappelli ordinari e ruvidi, che venivano considerati per la loro durata e di pochi cappelli fini, esistevano anche in Avigliano, quando, l’artigianato manifatturiero produceva per la popolazione rurale e cittadina, compresa quella di Potenza.
Fino al 1907-1908 (una statistica edita dallo stabilimento tipografico Carlo Spera ce lo tramanda) una fabbrica di cappelli, con piccolo macchinario capace di fare 12 cappelli al giorno, diretta dai fratelli Marone di Laurenzana, è esistita in Laurenzana, con vendite anche fuori nelle occasioni di mercati e fiere e con l’apertura di negozi nella città di Potenza.
