“L’ora dell’impazienza è passata;
al punto in cui sono,
la disperazione sarebbe di cattivo gusto
tanto quanto la speranza”
(Le memorie di Adriano, di Marguerite Yourcenar)
C’è un punto, nella vita di un uomo, ma preferisco scrivere di un artista, perché è all’anima dell’artista che mi riferisco, nel quale disperazione e speranza si acquietano, l’impazienza si placa e la maturità fa capolino.
Non si tratta di una fase qualunque, ma di un passaggio. Non tutti riescono a varcare questa soglia. Molti si portano dietro le inquietudini dell’adolescenza e della prima gioventù insieme ai tranquillanti. Nelle Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar cogliamo il senso di queste mie parole, per esempio in questa frase:
“Come il viaggiatore
che naviga tra le isole dell’Arcipelago
vede levarsi a sera i vapori luminosi,
e scopre poco a poco la linea della costa,
così io comincio a scorgere il profilo della mia morte”
Le tecniche impiegate da Donatello Verrastro sono soprattutto quelle che prevedono il ricorso ai colori ad olio ed in seconda battuta all’impiego delle matite gessose. L’interesse è sì rivolto alla rappresentazione del carattere figurativo, ma Verrastro non rinuncia a concentrarsi sul colore, enfatizzandone le contraddizioni. Nei chiaroscuro caravaggeschi esplora le resistenze che emergono dal nero, quasi a scavare nella tela un’idea di luce. Certo, il ventaglio di esperienze pittoriche attuali è vastissimo, ma se volessimo creare delle similitudini fra la pittura del Verrastro e quella di un grande ritrattista moderno, il mio pensiero andrebbe a Michaël Borremans. Proprio per la ripresa dei generi tradizionali del ritratto, rielaborati con un approccio innovativo e pienamente contemporaneo. Borremans attraverso i suoi dipinti propone un mondo austero e silenzioso, inquietante, disseminato di elementi a tratti disturbanti per lo spettatore: abiti indossati al contrario, teste incappucciate, il tutto in uno spazio e in un tempo assolutamente indefiniti. Verrastro è più lineare. Anche se gli elementi di inquietudine spingono il pittore potentino lungo il crinale della singolarità artistica. La ricerca matematica e algebrica nella sua pittura si fa filosofica e insegue gli orizzonti di una nuova umanità.
L’ideale della bellezza è il suo fine ultimo. D’altronde una delle passioni del Verrastro è Fedor Dostoevshij e chi lo ha frequentato attraverso i suoi libri lo sa. Dal grande romanziere russo non si esce indenni. Egli scrive per tormentarci, mostra ciò che non vogliamo vedere, ci pone tra estasi e scandalo. Ci mette con le spalle al muro. … Fino alla catarsi finale. “Solo la bellezza salverà il mondo”.
La tavolozza dei colori del nostro pittore si impregna di questi echi letterari, di queste testimonianze emotive. Ha una vera e propria genesi in quest’idea del creato che conduce alla perfezione delle cose. Verrastro conosce il tormento e la fragilità degli uomini. A cominciare dalle turbolenze della sua anima. Così, la convergenza fra bellezza e fatica di vivere esplodono nella pittura. Quello che è certo è che in tutte le sue opere non smette mai i panni del pittore dinamico, la sua arte è sempre viva, intensa, irrinunciabile, precisa. Il suo caleidoscopio di colori sogna l’intensità dell’autunno e si apre alle promesse della primavera che, come ci sussurra P.P. Pasolini, “dorme lieve sul prato trasparente”.
La mano di Verrastro è ferma, senza sbavature. Quella che corre è la sua mente, in una continua contaminazione fra corpo ed anima. Il pittore così scavalla il tempo e lo spazio, e depone i suoi doni nelle forme e nei colori dell’artista.
L’imperatore Adriano nella sua riflessione, torno al libro della Yourcenar che non è un semplice memoriale, ma un’amalgama di altissima letteratura, meditazione filosofica e visione profetica, ad un certo punto riflette poeticamente:
“Qualsiasi felicità è un capolavoro:
il minimo errore la falsa, la minima esitazione la incrina,
la minima grossolanità la deturpa,
la minima insulsaggine la degrada.
Così è per il nostro pittore. L’artista ambisce a questo tipo di felicità estrema. Detesta la falsità dell’errore, l’esitazione non gli appartiene, supera ogni impurità. La pittura lo esalta e lo conduce verso l’alto di uno spirito maturo. Uno spirito che oscilla fra la vita e la morte, uno spirito vitale che si piega e non si spezza come i cedri del Libano durante una tempesta.
