Le musiche bizzarre (dei nostri paesi)

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Gerardo Acierno

 

Capita soprattutto d’inverno, di pomeriggio, quando il Tempo si sgranella nella clessidra e nulla più, che ti rimbalzano nella mente e nel cuore parole strane, inusuali. Per un attimo rifletti, poi ti metti a rincorrerle cercando di dar loro del senso.
E’ il caso di ‘bizzarro,bizzarria’.
Digiti e leggi: comportamento insolito, stravagante.
Cerchi i sinonimi e trovi: estrosità, originalità, stramberia.
Non ancora contento, vuoi sapere l’etimo: forse dallo spagnolo bizaro, coraggioso; o forse da vizio; o forse da bis e variare.
E finalmente avverti che la parola ha qualcosa a che vedere con la musica, anzi con una particolare musica, una musica per l’appunto bizzarra, un po’ stramba, fatta di parole stravaganti, di suoni e strumenti originali. Musiche e canti popolari intonati, pur se in modi diversi, nei nostri paesi lucani.
Improvvisa, poi, ti arriva un’onda anomala della Memoria a riempirti il vuoto meriggiare. E allora ti ricordi di Marsico Nuovo e del tuo amico Tonino che ti ha sempre manifestato la sua passione per i canti popolari del suo paese. Da ragazzino li sentiva, più che altro recitati, dalle donne che si riunivano a casa sua attorno al focolare. “I due principali cantastorie marsicani – aggiunge Tonino- erano Savino e Langone; il primo suonava il violino, l’altro con un bastone usato a moda di zufolo faceva l’accompagnamento. Negli anni Sessanta, Savino era solito sostare, sempre in compagnia del suo violino, anche lungo la scalinata di Via del Popolo a Potenza. Erano musiche e parole di un mondo contadino ormai ridotto al silenzio, caratterizzate da uno spirito comico, ma anche di sofferenze per il lavoro e per l’amore deluso o perduto ”.
Musiche bizzarre. Un mio collega di scuola ripeteva spesso che “tutta la musica ci libera dalla gabbia del Tempo”. Aveva, eccome, ragione.
Musiche bizzarre erano quelle che si intonavano nella locanda di zia Colomba a Brienza. Fine anni Sessanta. Il mercoledì veniva a pranzo il Notaio, sudato e abbondante, e le due zie locandiere che mi ospitavano, giovane maestro di scuola, gli preparavano piatti speciali: ‘cavatiell’ con sugo di lepre o di cinghiale; arrosti e formaggi del posto; vino del Vulture. Alla tavolata, con lui, il mio romano Direttore Didattico, il Medico Condotto, il meccanico cacciatore che aveva procurato la selvaggina e che s’arrangiava alla chitarra. Violino e fisarmonica nel pomeriggio, prima di sera: rientrare a Potenza, con tutte quelle curve della provinciale, per il pantagruelico professionista era sempre un calvario. La ‘Tito – Brienza’, superstrada iniziata in quel tempo, la si sta completando soltanto in questi mesi.
Musiche bizzarre anche nel tabacchino di Gaetano, a Episcopia. Io alla batteria (cassa e piatto), mastro Cecco al mandolino e lui, chitarrista sopraffino, a pizzicare le corde di ogni genere musicale, sperando di essere chiamato prima o poi alla Corrida radiofonica di Corrado. Fuori nevicava una bellezza, era marzo del ’71. Il Sinni scivolava furioso sotto il ponte e quando non si suonava, ci giocavamo le sigarette al tavolo povero di un poker ancora più povero.
Di bizzarro la musica della banda di Pignola, diretta da Mastro Saverio, aveva il titolo di una marcia “Ginestra, pagina 7”. Mio padre, come premio per la licenza elementare, mi mandò a studiare un po’ di solfeggio e un po’ di strumentazione dal Maestro amico suo. In due mesi imparai a suonare sul sestino ( fratello piccolo del clarino) due marcette. Ma quando mi portarono a Boscogrande, frazione di Potenza, a suonare nel giorno di festa del posto, per lunghe ore ho fatto finta di suonare senza tirare nemmeno un sospiro in quel tremebondo strumento. Nella banda c’erano Nozzi, la ‘Lucertola’, l’Africano, Lillino, qualche volta anche ‘ Mancusiello’ da Potenza, ma su tutti dominava incontrastato il bombardino di Mastro Saverio.
Anni Settanta. Bizzarre erano le canzoni di don Alberto. Le componeva a Roma. Professore di Matematica tornava all’inizio dell’estate a Pignola e ci riuniva o sulla sua terrazza o sulle panchine della piazza. Una delle sue bizzarre composizioni raccontava l’amore tra gli animali. La chiamavamo ‘Vola la pica’, dal primo verso; oppure “u’ ruscgnuol” (l’usignolo); il vero titolo, però, era ‘L’erotica’ che sotto sotto faceva il verso a ‘L’ Eroica’ di Beethoven. E poi c’erano: ‘Serenata d’agosto’ dedicata a tutte le “figliole” di Pignola, le “ terrande” e le “pascherande”, “d’a chiazza” e “d’u Cummendë”. E ancora: “Tembë d vënnegnë ”, “u scugnzziell’. Chitarre, piatti, grancassa e soprattutto fisarmonica e armonica a bocca: prima l’una poi l’altra; mai insieme; assoli a non finire; e voci roche.
Forse le musiche di don Alberto non erano poi così bizzarre. Bizzarra, invece, era la nostra gioventù che non voleva finire e che spargeva bizzarrie a piene mani in quei giorni e in quelle notti senza fine nei paesi bellissimi della nostra bellissima Basilicata.

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