Mario Santoro
“C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole
anzi di antico...”
Così scrive il poeta Pascoli nella poesia ‘L’aquilone’ e i versi sembrano adattarsi perfettamente alla ‘ennesima ‘ mostra di pittura dell’infaticabile Michele Ascoli che è sempre nuovo sulla linea consolidata del rimando a suggestioni che non mancano di un sapore dolce ed antico. Si tratta di una ricca esposizione nella storica ‘Torre Guevara’ di Potenza: oltre quaranta opere (44 per l’esattezza) collocate in circolo in uno spazio che definire suggestivo è assai riduttivo. Il titolo della mostra risulta quanto mai intrigante e suggestivo e spinge ad interrogarsi: ‘Le pietre che non vedete’. Quali siano le pietre, che indirettamente alludono anche alla torre dalla sontuosa struttura in muratura antica e che tipo di messaggio sotteso nascondano, è facilmente comprensibile. Intanto esse abbondano nei dipinti e richiamano a modalità di vita di una civiltà, povera eppure dignitosa, umile e al tempo stesso orggliosa, superata del tutto, per fortuna e/o purtroppo, e trasudano storia di umanità sofferente, generano sensazioni multiple, scatenano emozioni palpabili, alimentano malinconie agro-dolci, si ammantano di profonde nostalgie che a tratti si fanno struggenti e ripropongono un tessuto socio- economico-culturale come ben si coglie anche dalla poesia, di cui all’invito, a firma dell’autore:
“Riposano sotto la corteccia del globo
le pietre che non vedete
contadini lucani,
le hanno seppellite i nostri avi
con mani avvolte da stracci
e guanti di sudore…
I versi sono una dichiarazione d’amore per la terra lucana nel richiamo alle ‘urne sacre’ alle ‘ceneri’, alle ‘reliquie’, al ‘sonno di dolore’ e al ‘tempio di Pitagora’, come testimoniano egregiamente i quadri.
E va detto subito che se è vero che dinanzi ad ogni dipinto uno, che non sia propriamente esperto dell’arte pittorica, o si lascia suggestionare dalla forza di attrazione dello stesso, dal piacere che scaturisce dall’insieme o da taluni particolari o, al contrario, resta distaccato e quasi indifferente, è altrettanto vero, nel caso del nostro amato artista, che tutti i quadri costringono alla riflessione, a ricercare coordinate diverse, a tentare chiavi di lettura, a decifrare messaggi più o meno evidenti e facilmente decodificabili e poi a ricercare inferenze sottese e tratti soprasegmentali. Insomma la pittura di Michele Ascoli non genera mai distanza o addirittura distacco, anzi ha una grande capacità di attrazione nella immediatezza dell’impatto; è sempre un invito, carico di promesse certe per l’osservatore che viene preso a braccetto per percorrere insieme un tratto almeno cammino, per coniugare realtà e fantasia, concretezza e astrazione, condizioni di rasserenamento e ansie volutamente celate, idillicità pensosa e problematicità, leggerezza e sogno capaci di aiutare a superare insieme il cosiddetto ‘male di vivere’. Di botto, al primo sguardo d’insieme, si avverte una strana sensazione di benessere per tutto il corpo e ci si ritrova avvolti in un’atmosfera incredibilmente gradevole, rasserenante, surreale, favolistica al punto che ci si aspetta che da un momento all’altro debba comparire, misteriosamente l’elfo, il folletto, il mago. Tutto risulta armonico e le varie situazioni, pure godibili individualmente, sembrano come legate da un filo conduttore invisibile che le impreziosisce grazie alla morbidezza dei colori, alla luce che si aggiunge alla luce, con sfondi panoramici a perdersi e a scavalcare quasi anche gli orizzonti lontani, nella mancanza assoluta di limiti spazio-temporali e con richiami che radicano in primigenie o addirittura ancestrali lontananze e sempre con la percezione di ovattati e delicatissimi suoni e voci angeliche. E dovunque domina la sensazione della pulizia, dell’ordine, del candore che sembra fare il paio con l’anima dell’artista che ama fingere incredulità sulle sue riconosciute capacità pittoriche e si sforza di mantenere un tono basso comparandosi, per modestia, ad un fine muratore nella delicatezza del tenimento della spatola-cazzuola. E glielo concediamo avvalorando la sua iterata affermazione con la breve citazione dell'”Ode al muratore” di Pablo Neruda:
…
Lento andava e veniva
nel suo lavoro
e dalla sua mano
la materia cresceva…
Nei suoi dipinti, oltre all’infaticabilità, alla paziente intelligenza, alla tenacia, ci si accorge, e con immediatezza, che non c’è mai pretesa alcuna o presunzione ma solo assoluta consapevolezza; non c’è mai banalità o ripetizione pedissequa di temi, pure talvolta simili, né facile aspirazione alla straordinarietà o peggio ancora alla ovvietà, ma domina sempre una visione aperta, serena o problematica, una via di uscita nella accattivante morbidezza del tono o nella forza del tocco che accarezza o marca, secondo le circostanze, ripercorrendo intinerari che perdono il carattere di neutralità per farsi cammini faticosi e per originare veri e propri capitomboli nella memoria individuale e collettiva.
E così ‘ieri, oggi, domani’, si intrecciano con evidenti rimbalzi, con connotazioni implicite, con contaminazioni, grazie ai filtri della memoria e del cuore e, a tratti, si fondono, salvo poi mirabilmente a separarsi nuovamente e a tornare ad unirsi in una sorta di circolarità che si rinnova. Sempre si stabilisce una chiara propensione al dialogo alla pari con l’osservatore al quale vengono offerti notevoli spunti, senza infingimenti, sia che si tratti di un fine intenditore, sia che si tratti semplicemente di un curioso. Sovente alla base resta la natura con la pluralità delle sue forme e la diversità degli aspetti nell’ autenticità delle rappresentazioni, nella straordinaria bellezza di certe dolcissime solitudini, col velo della malinconia e la punta di rimpianto, nella immensità di certi spazi che, da piane incredibili salgono lungo colline ammorbidite e raggiungono monti dalle creste che graffiano il cielo, nel rimando ad elementi minimi che sembrano perdersi nell’ampio spazio intorno e così via. Colpisce la varietà delle case, sovente addossate le une alle altre e disposte in progressione, con immancabili porte che sembrano chiuse da tempo e finestre, piccole e per lo più quadrate e senza ornamenti ad indicare non solo l’assenza della figura umana, ma una sorta di abbandono forzato e inevitabile, qualche volta desertico e questo è per l’osservatore attento una sorta di ipotetica possibilità di disvelamento del messaggio di cui al titolo della mostra: “Le pietre che non vedete”. In un dipinto poi colpiscono i tetti rigorosamente di un marrone fresco ed intenso e, alle spalle delle mute abitazioni, che pure potrebbero conferire un senso di vezzosità, il terreno scuro in declivio e, più in alto, il cielo piuttosto grigio, cancellano ogni illusione. Altrove la case, sempre ammucchiate quasi a togliere il respiro, sembrano decisamente morte e, per così dire, spettrali, anche se non incutono paura o timore ma piuttosto tristezza e una certa uggia e spingono alla riflessione, a porsi domande ed interrogativi con pluralità di risposta. Lo stesso, ma con un effetto diverso, lo si può cogliere in un altro dipinto dove le case appaiono tutte della stessa grandezza e sono di forma cubica, squadrate e collocate su una sorta di ondulata collinetta e testimoniano, su una linea di fatalità, una omologazione che accentua la non presenza umana e, stranamente, rimanda ai contadini scotellariani, seduti nelle piazze all’alba per essere comprati. Non mancano poi borghi che sprizzano luce ma sempre evidenziano porte e finestre chiuse sicché non si può cogliere bene se per una sorta di gelosa separatezza, per una forma di pudicizia o per ritrosia o umiltà e, infine ci sono case appaiate alla base dei monti, sotto la neve e, immancabilmente, le tre casette con due alberi che potrebbero richiamare le
‘tre casettine
dai tetti aguzzi,
un verde praticello,
un esiguo ruscello: Rio Bo’
Ed è una costanza nella pittura di Ascoli la scarsa presenza dell’uomo, in questa mostra, relegata volutamente in un angolo. Tre dipinti che sembrano richiamarsi: il primo mostra due uomini, presumibilmente non giovani, seduti dinanzi al muro di una casa. Hanno cappelli e abiti del tutto simili e braccia abbandonate sulle gambe e come inerti a testimoniare più che relax o meritato riposo, solitudine ed abbandono. Lo stesso vale per il secondo dipinto dove le figure sono donne di una certa età sedute l’una nel vano della porta di casa l’altra sulla crepidine laterale. Promana dal dipinto la stessa sensazione di solitudine e di abbandono. Al contrario, nel terzo quadro domina la figura di un uomo in movimento e di spalle con la giacca poggiata sull’omero sinistro e il portamento indefinibile.
Pure costituisce eccezione, in un quadro collocato a distanza, la figura di un altro uomo in piedi dinanzi a una porta aperta forse timoroso di entrare e in attesa di qualcuno o di qualche cosa, a giudicare dalla mano destra poggiata al muro, dalla sinistra sul fianco e dalla posa leggermente obbliqua come di chi sia stanco. Poi nessun’altra figura umana e nemmeno l’ombra della presenza di bambini quasi che nelle varie situazioni non ci sia futuro e tutto sembra pittosto proiettato nel passato. E’ la classica rappresentazione ascoliana eppure l’uomo, volutamente assente o almeno poco presente, impercettibilmente sembra far segnare la sua presenza, che si può desumere da segni minimi se non anche impercettibili e indiretti e non manca il senso della sua problematica esistenza, così come si intuisce la sua lotta, sovente dura oltre ogni immaginazione, per sopravvivere. L’osservatore coglie l’atmosfera, talora greve, comprende la sofferenza, il sacrificio, il dolore, nell’immobilità di tante situazioni, nella rappresentazione di certi cieli silenziosi e carichi di ombre o, al contrario luminosi. Il tempo, nel suo implacabile scorrere, si coniuga bene con gli spazi, le ondulazioni del terreno, i mari, gli alberi, talora radi e spesso smilzi e aiuta a determinare un effetto suggestivo ed intrigante contemporaneamente. E allora, a visione ultimata, l’osservatore sente di essere soddisfatto e sperimenta nel suo animo una sorta di appagamento e di leggerezza e gode una sensazione di spontaneità, che non è spontaneismo, una sorta di istintività genuina e una carica di entusiasmo appena temperato dalla ragione che lo aiuta ad eliminare ogni eventuale residuo di pregiudizio e di inibizione, pur in una vaga sensazione di malinconia dolce e di rimpianto magari ti tipo gozzaniano, ossia ‘per le rose’ non colte al momento opportuno. E arriva finanche a collocarsi nelle situazioni che il dipinto rappresenta e diventa parte integrante in un connubio che sorprende e stupisce e che lo astrae da tutto ciò che lo circonda e vive, da protagonista, momenti di ebbrezza, senza inquietudine, di rasserenamento godibile, di gioia piena, raramente sperimentata.
Miracolo della buona pittura!
E sì perché quella di Ascoli parla con calma, racconta come una fiaba, richiama con delicatezza, allude in maniera sottile, invita apertamente; sa farsi affabulatrice nel suo andamente pausativo e sempre meditativo, ma è anche radicata nel profondo, con il carico del mistero. Spinge ad abbandonarsi al sogno e all’immaginario magari attraverso lo spicchio minimo della luna che sembra perdersi nel cielo infinito e nella semioscurità, o semplicemente attraverso paesaggi fortementi lirici ed onirici, o ancora per effetto di dimore dimesse o semiabbandonate, sentieri accennati e acciottolati volutamente mal fatti, antri misteriosi e grotte a testimonare antiche civiltà, con fatiche contadine, campi lavorati, senza potenti trattori. In tutte le situazioni si possono cogliere i moti più diversi dell’animo umano, i palpiti teneri e delicati, i sussulti improvvisi, le tenerezze morbide senza indugi. Insomma il ritmo, sovente incomprensibile ed irrazionale della vita quotidiana, con le sue frenesie, le assurdità, le prepotenze, il rischio costante della perdita dei valori, dinanzi ai lavori di Ascoli, sembra acquietarsi, perché tutti i sensi possano appagarsi e goderne e l’osservatore possa apprezzare la pennellata sicura o il secco colpo di spatola. Risulta sempre evidente il suo profondo e rispettoso amore per l’ambiente e per la terra che è prevalentemente terra della Lucania, quella avara e dura di un tempo ormai trascorso, da lavorare con la forza delle braccia del contadino che, dopo ripetuti colpi di zappa, solleva lo sguardo ansioso al cielo e spera nella sua benevolenza. Ed è ancora e quasi sempre terra leviana, scotellariana e in parte sinisgalliana, ossia è sempre terra da toccare con le mani e magari da stringere con forza nel pugno, prima di lasciarla scivolare via come filo di farina o sabbia in un connubio che è quasi indissolubile. Possiamo ancora dire che la pittura di Ascoli si mostra senza vezzi, senza sotterfugi, senza sbandieramenti o proclami, nella linearità più assoluta, senza velleitarie indicazioni di appartenenza a correnti pittoriche, vicine o lontane, a mode, antiche o dell’ultima ora, ad artisti o figure importanti, con l’unica eccezione, per dichiarazione dello stesso autore, per il maestro Squitieri, l’uomo più invidiato da Indro Montanelli il quale ebbe a dire: “Se mi si desse di reincarnarmi, con diritto di scelta, non chiederei a Dio di farmi Leonardo o Einstein, ma Squitieri che si guarda attorno contento e, nei suoi occhi azzurri, di bambino, vedo riflesso il meglio di ciò che ci circonda e solo il meglio”.
E con questo rimando ci piace chiudere!
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