Per l’antica mancanza della fognatura Potenza si è creata una cattiva reputazione. Provatevi, scrive ”Il Lucano”, a camminare per i suoi vicoli di notte ed anche nelle prime ore della sera per la maggiore delle sue strade, la Pretoria, e vedrete, ci dispiace di dire, quello che forse nemmeno in Turchia o nel Marocco avviene. Lungo la detta via, a destra ed a sinistra si aprono e si chiudono certi pozzetti neri, nei quali s’immettono escrementi ed acque fetide da far venire addirittura la peste.
I mucchi di letame si sono raccolti un po’ dovunque «specie sul cosiddetto ponte dei cacciatori, strada frequentatissima che conduce al borgo S. Rocco ed in vicinanza dell’Ospedale Civile S. Carlo». Eppure, fuori della città, la campagna intorno ha i boschi e le montagne.
Dai Tre Cancelli, su per l’Epitaffio, con l’antica fontana, fino al Piano del Mattino, la strada è fiancheggiata da alberi secolari che completano in alto un lunghissimo arco ombroso di rami e di foglie.
La città, anche se l’esigenza di costruire case o rioni nel suo centro abitato o alla sua periferia, per togliere i contadini dai famigerati cunicoli, si è resa impellente (mentre Potenza ha 4.500 persone in queste condizioni, la stessa Napoli ne ha soltanto 948), pur tuttavia lentamente va assumendo la sua discreta importanza di capoluogo della più derelitta e depressa delle province meridionali.
L’economia cittadina è composta da piccole aziende a produzione familiare, uniche entità economiche più o meno operanti nel settore del commercio.
Le vecchie botteghe, li funnici, le spicilarie e le mercerie, i bottegai che in vere e proprie stamberghe e su tavoli rudimentali esponevano le pagnotte di pane, o vi tenevano il tinozzo con il baccalà, «lu tiniedd di sarache o di aringhe e lu cugnett di alici», gli antichi bottegai, sono tutti scomparsi.
Qualche ogliararo, soltanto, continua a tenere sull’unto e logoro banco i recipienti di stagno e le misure del quarto, del mezzo quarto, da litro, del mezzolitro ed il misuriedd per le piccolissime quantità.
Ancora però, nei vicoli, in botteghe scure perché con una sola entrata, avviene la vendita dei generi alimentari, né manca la lucerna ad olio indispensabile nelle giornate d’inverno.
Non v’è più la grande affluenza degli ambulanti provenienti dai paesi, dalle fiere, venuti a vendere oggetti di manifattura nostrana; li chiovi e li cintrelle di Calvello, li segg di Abriola, li curtiedd ed altri oggetti in ferro di Avigliano, li canestri e panieri di vimini di Tito e di Picerno, le tele e filannine di Tramutola, li zòche e li rolle, o cuoi ruvidi di Montemurro per gli scarpari, e li cappiedd’ pizzuti di Lagonegro, già l’industria del Nord e delle grandi città si sostituisce progressivamente con prezzi inferiori a questo tipo di produzione, tant’è che i magazzini di ferramenta e di tessuti a Potenza sono ben colmi di merce.
Il commercio e l’uso delle tele americane sono entrati ormai in gran voga, «con lusso di stigli, vetrine, specchi e tabelle in via Pretoria, ove ogni negozio e bottega si abbellisce per ragione di tempi e della moda, nonostante i disagi e le ristrettezze economiche».
I piccoli caffè, con le porte di legno ed il bancone di marmo, col grande specchio sulla parete e sul quale fiori e pubblicità non lasciano molto spazio, quei piccoli locali dove si usa fare il caffè dopo averlo abbrustolito, con i recipienti di vetro pieni di liquerizia in bacchette o di confettuzzi con la cannella colorati, dove il caffettiere misura, durante le ore del caldo pomeriggio ed alla luce che il sole manda dal di fuori, la forza del rhum con l’alcolometro e fabbrica i rosoli con le essenze o, in inverno, ai lavoranti infreddoliti versa con la caffettiera la bollente miscela di orzo e di caffè innaffiata con spruzzi di anice, vengono eliminati dalla nascente concorrenza e dalla miseria. Nel commercio potentino il piccolo capitale dichiara la sua guerra ed emette le sue dura leggi contro i più deboli.
Anche Zì Mingo Paolella, dopo quasi trent’anni, si vede chiudere il suo piccolo caffè da “Ciccio lu Brutto”, l’ufficiale giudiziario, per non aver pagato la ricchezza mobile, il solito fisco che infierisce sul piccolo caffè dei bassi strati sociali. «È rimasta oggi solo la tabella col nome onorato dell’antico padrone, in mezzo a due svelti rabeschi. Ora è chiusa la bottega, sovrano vi regna il silenzio, mentre un tempo era rallegrata dal fischio sentimentale o dagli aneddoti comici del suo vecchio e buon Zì Mingo. La gente, il popolino, quello che lavora, non va più a bere la miscile. Il laborioso e rozzo contadino non si sente nel dovere di fare la dichiarazione del suo bilancio preventivo, col dire mostrando il suo soldo, per aver visto il caffettiere troppo liberale: Nu sold tiegne o tu onge o tu ponge. Ora tutto tace, eccetto il padrone di casa che reclama la pigione …
I contadini che all’alba, prima di andare in campagna, affollavano la piccola bottega, per cattivi raccolti, raramente si fanno vedere, e gli artigiani, essendovi la crisi edilizia, si riuniscono solo per ingombrare e per imprecare alla miseria».
La miglior parte dei commercianti potentini è costituita da quelli che hanno i magazzini in via Pretoria, nelle sue adiacenze e nelle piazze. Pochi quelli che riescono ad avere la maggiore clientela e sono titolari di empori e magazzini fornitissimi. Tutti gli altri stentano il guadagno perché il fisco e la crisi ricadono sul piccolo commercio, infatti, la stampa: «perché il regime fiscale e daziario con le sue gravezze e le sue noie nonché con il conseguente caro della vita giornaliera potentina e la fuga delle derrate dal suo mercato? Quale allettamento si offre al forestiero, quale sollievo alla stessa popolazione? Massime in questi giorni quando non riuscirebbe gradevole un ritrovo geniale, una passeggiata amena, un punto di fermata qualsiasi, … nelle ore della sera l’unico sollievo del su e giù, nell’unica, nella sola via, a dimenarsi, a pigiarsi, ad urtarsi, a rincontrarsi le diecine o le centinaie di volte? Occorre scuotersi ormai, Potenza langue, ed i suoi abitanti fanno male a condannare sé e gli altri nel languore che tutti opprime».
Via Pretoria, l’affollatissima via, è quella preferita dai commercianti più grossi le cui vetrine diventano l’attrazione di quanti, passeggiandovi, sono costretti ad osservarle ed a fermavisi.
Vincenzo Satriani vende chincaglierie, guanti assortiti, biancheria e laneria, cappelli di lana e feltro finissimi, armi da caccia e da difesa nuove ed usate, rivoltelle americane cortissime, bastoni animati, pugnali a coltello e coltelli da caccia con svariato cartucciame da lire 1,50 a lire 2,50 la centinaia; Giovanni Biga nel palazzo Martorano vende caffè S. Domingo, di qualità superiore in pacchi da un chilo al prezzo di lire 4,15 e petrolio Atlantia a lire 21,80 la cassa, caffè Giava a lire 4,70 il kg. e zucchero a lire 160,50 il quintale; Antonio Di Nuzzi, ferramenta, ottomane, lastre di vetro, luci da specchio; Vincenzo Caggiano, grande assortimento di mobili di lusso e comuni, sedie di vera Vienna e correnti, ombrelli, calzature, vestine, guanti, saponi, profumeria, chincaglieria, specchi, assortimenti per cucina, posaterie, letti in ferro ed in legno, mantelle, scialleria, corazze per signora, nastri, guanti, pelle, lana e filo, giocattoli, cravatte, impermeabili con mantella e cappuccio, perfino pianoforti della rinomata fabbrica Carlo Hurtman di Berlino; Antonio Ricci, vendita di legname per armatura, anditi, funi ed altro in ottimo stato. In piazza Sedile Vincenzo Garramone espone, in estate, bellissimi ventagli cinesi, da centesimi quindici a lire due.
In via Pretoria inoltre, la calzoleria di Gaetano Quaratino, con assortimento di stivaletti e stivaloni per uso militare: lire 30 gli stivaloni di vitellino francese, lire 35 quelli di cammello lucido, lire 60 quelli di bulgaro, lire 10 gli stivaletti ad elastico con una suola, lire 12 o 13 con due suole. Quaratino vende anche il cubia per lucidare le scarpe senza spazzola e, da vero taumaturgo della calzatura e dei piedi, fornisce il victorieux per la guarigione istantanea dei calli, degli occhi di pernice e dei porri. Speroni di varie forme, stringhe di cuoio per le scarpe, fregi militari, galloni d’argento e lana, per i sottufficiali ed i regi carabinieri sono stipati negli scaffali in attesa della venuta del reggimento a Potenza.
Ma fra tutti la grande salumeria e fiaschetteria “Frosi & Freschi” in via Pretoria, è la più moderna e la più assortita.
Non vi manca veramente nulla dai formaggi Olanda, Parmigiano, Lodigiano, Romano, nostrale, alle ostriche fresche ed alle cozze in concia di Taranto, ai salati ed alle specialità gastronomiche di propria lavorazione, dall’Emmenthal della Svizzera o dal Gorgonzola alla frutta in conserva ed alle robiole di Lecco, agli stracchini di Milano, dalle sardine di Nantes alle alici piccanti o al baccalà francese e Crespier; non vi mancano cotechini, zamponi, mortadelle, prosciutti finissimi, i veri panettoni di Milano, mostarde e torroni di Cremona, i vini vermouth di Torino, champagne Carpenè Malvolti, marsala Vulpito di Trapani, cognac e rhum, cappelletti e paste all’uovo di Bologna, caffè Portorico e S. Domingo.
I negozi della città hanno assunto la tradizionale gaiezza delle vistose esposizioni natalizie. Pasticcieri e fruttivendoli hanno a gara adornato i loro negozi con abbondanti mostre.
«Ci piace citare tra gli altri il buon Pergola che, ancora una volta, ha dimostrato di essere quell’esimio allievo di Lambiase di Napoli, che tutti i buongustai ormai conoscono. Anche D’Arpino, Viggiani, Simone ed altri hanno preparato copiose ed eleganti mostre di dolci e confetture».
Il caffè Pergola, il caffè D’Arpino, il caffè Viggiani, il caffè Simone, assiduo lettore del “Roma”, sono i caffè più importanti nei quali si rifugiano i signori con i cappelli di paglia, i bastoncini, i fiori agli occhielli, le ghette e le signore con i grandi cappelli, con abiti eleganti di crespo della China di colori tenui o di tulle guarniti, alla cintura, di mazzetti di giunchiglie fresche.
[1] Tufano Lucio. Dal Regale Teatro di campagna. 1987. Bagatto. Roma.