Margherita Marzario

 

Il tempo passa come un treno e te ne accorgi ancor di più quando ti fa andare indietro con un vagone di ricordi; è un rullo che scorre inesorabilmente e frantuma tutto quello su cui passa ma non i ricordi belli. Il tempo è una dimensione poliedrica: c’è il tempo cronologico, quello meteorologico, quello psicologico… a noi come viverlo, riempirlo, passarlo o ignorarlo… Il passato: un passaggio dovuto che ci sembra più bello del presente solo perché l’abbiamo già conosciuto; è raccordo di strade percorse, ricordo di esperienze intercorse. Il passato è come la passata di pomodoro: dopo gli eventi che schiacciano, rimane l’essenza per dare colore e sapore alla quotidianità; è un pasto che ci dà l’energia per affrontare il presente. Il passato è come un passo carrabile: non vi si può parcheggiare ma vi si può accedere in maniera limitata. In passato, in un mondo prevalentemente in bianco e nero emergeva il colore rosso. Il rosso della genuinità della frutta, dalle ciliegie che si mangiavano con i noccioli alle mele che si mangiavano colte dall’albero e di cui alcune varietà erano conservate per l’inverno. Il rosso delle guanciotte dell’ingenuità dei bambini e della salubrità della vita all’aperto. Il rosso dei nastrini nei capelli delle femminucce pronte per andare a scuola, come la bimbetta Mariarosa della Bertolini. Il rosso dei fiocchi annodati accuratamente dalle mamme ogni mattina ai colletti dei grembiuli scuri indossati per la scuola elementare e che i maschietti, invece, tendevano a slegarsi. Il rosso dei fiorellini delle fantasie degli scamiciati delle nonne. Il rosso degli stemmi dei partiti politici, dalla Democrazia Cristiana al Partito Comunista Italiano, che spiccavano sui portali delle sezioni dei partiti in cui ci si riuniva la sera come nei bar. Il rosso del sangue della verginità che veniva controllato il mattino dopo la prima notte di nozze dalla suocera della sposa e da altri parenti. Il rosso delle tracce di sangue degli animali domestici uccisi di notte da faine, volpi o lupi. Il rosso del sangue del maiale “scannato” che era meticolosamente raccolto e trasformato in “sanguinaccio”, non tanto gradito dai bambini. Chi lo preparava in maniera grossolana solo con il cacao amaro e lo zucchero, chi aggiungeva cannella e pinoli e lo rendeva più prelibato. Il rosso del sangue di gallina o altri animali domestici che veniva cotto e mangiato perché, all’epoca, si mangiava tutto e non si buttava niente e lo si faceva pure assaggiare ai bambini “perché era buono”. Il rosso della cresta delle galline, allevate quasi da ogni famiglia per garantire pure il rosso d’uovo sbattuto a zabaione al mattino come colazione. Rosso del vermouth (in particolare nella bottiglia grande Riccadonna), uno dei “bicchierini” offerti come ospitalità oppure del vino locale, considerato il vino degli adulti o dei maschi a differenza di quello bianco o rosato. Il rosso dello smalto per unghie delle signore altolocate, ammirate dalle bambine e invidiate o criticate dalle adulte. “Pelo rosso”, colui che aveva i capelli rossicci ed era considerato volubile e bizzarro. Il rosso del Sacro Cuore di Gesù e di Maria nelle immagini tenute appese nelle stanze da letto. Le temute formiche con la testa rossa. I fili rossi per il  icamo a punto a croce. La “polvere rossa”, ricavata dai peperoni essiccati macinati, usata al posto del pepe o dello zafferano. I pomodori che quasi tutti piantavano nei loro terreni o negli orti dietro la casa per assicurarsi la raccolta di uno degli ortaggi sovrani della cucina paesana, a cominciare dal pane e pomodoro che come lo preparavano le nonne non lo preparava nessuno, con fette tagliate spesse e condite con olio e sale in abbondanza. I pomodorini rossi sulle focacce portate a cuocere nei forni dei panifici (chiamati semplicemente forni) e che erano tanto attese a casa e di cui un pezzo era destinato ai vicini. Terra rossa argillosa da cui si facevano i mattoni pieni, che venivano cotti nelle fornaci tenute accese anche di notte (facendo i turni) e alimentate dalla combustione di fascine di frasche, preferibilmente di ulivi, bruciate nella parte sottostante della fornace. Una volta, la tanto attesa vacanza estiva era andare nel Metapontino, senza le attuali comodità e di cui si ignoravano le antichi origini risalenti alla Magna Grecia. Corde con cui erano legati bagagli o pacchi sulla macchina. “Corse” al primo mattino per assicurarsi il posto migliore sulla spiaggia o per occuparlo anche per parenti e conoscenti con cui si delimitava una sorta di appezzamento all’interno del quale ognuno faceva combriccola con il proprio simile, ovvero mariti con mariti (che formavano “coppie vincenti” per giocare a briscola o scopa con le carte napoletane), mogli con mogli e figli con figli. Corriere (come si chiamavano i pullman) piene di pensionati e bambini che facevano i pendolari dai paesi dell’entroterra per raggiungere le cosiddette colonie. Consumazione di cocomeri di ogni tipo, dalle enormi angurie a quelli piccoli e pelosi chiamati “caroselli”. Colazione con l’onnipresente pane e pomodoro o pane e altro companatico nostrano o pezzi di focaccia, altro che cornetti al bar o colazione internazionale! Cozze e telline mangiate crude o ancora vive direttamente sulla spiaggia e nessuno si impressionava. Cosce di pollo arrosto prese dalla macelleria davanti alla quale si passava o preparate su una brace “arrangiata” e appoggiata su mattoni. Collezione di conchiglie e la gara tra i bambini nel raccoglierne tante e particolari e realizzare, poi, collane con quelle che avevano un forellino. Conoscenze nuove e consolidamento di quelle vecchie. Concerti di “tormentoni” e brani ballabili. Costumi da bagno pesanti, castigati e vecchi e conservati a fine stagione per l’anno successivo fin quando non diventavano completamente sfibrati. Copricostume a fantasia, considerati oggi “vintage”. Coprirsi e coprire di sabbia erano il massimo del divertimento e anche gli ultrasessantenni (considerati già “vecchi”) lo facevano per le cosiddette “sabbiature”, per lenire i problemi osteoarticolari causati da una vita di fatiche e dagli inverni freddi nei paesi collinari e si riparavano dal sole cocente mettendo in testa un fazzoletto annodato ai quattro angoli. Costruzioni di castelli di sabbia e buche ad opera di nugoli di bambini anche sconosciuti tra di loro con l’immancabile carriola (solitamente di colore giallo scuro) nel set dei giocattoli da spiaggia. Coretti di complimenti e fischi di ragazzi appoggiati sui pedalò fermi sul bagnasciuga a ogni passaggio di graziose e vocianti ragazze. Code alle cabine telefoniche per chiamare amori e cari lontani o code di macchine davanti ai passaggi a livello che suscitavano gioia nei bambini, perché assistevano al fischiettante passaggio dei treni. Compagnie allegre e multigenerazionali, spesso improvvisate intorno ai falò o in occasione delle partite di calcetto o di bocce o di altri giochi sulla sabbia e tutto era uno sballo senza l’assunzione di sostanze stupefacenti. Condivisione di ogni cosa e confusione coinvolgente… E tanto altro ancora custodito come perle nelle ostriche della memoria di ciascuno che ha vissuto quel periodo. Relazioni, situazioni, emozioni che si riportavano a casa alla fine delle ferie. E oggi? Un nonno pulisce alla meno peggio un gradino davanti a una pizzeria passando più volte la mano (proprio come si faceva una volta e, poi, si soffiava sulla mano) per far sedere la nipotina di un paio d’anni, paffutella e allegra, che tiene tra le braccia la sua bambola con cui fa il gioco più antico del mondo: fare la mamma. Un quadro di vita che racchiude passato, presente e futuro. Vivere di passioni, vivere nelle passioni, come i bambini e come con i bambini… così il tempo diventa passato e non mero passaggio di giorni.