LUCIO TUFANO
Così continuando e tentando di rimuovere il velo, lo schermo che si frappone di solito tra noi e la memoria, tornano le immagini e i giorni dell’adolescenza, anche dell’infanzia, di chi mi portava per mano, a Bari, sul lungomare, e mi teneva in maniera guardinga e apprensiva dall’alta balaustra, ammaliato dai flutti e dalla risacca, con la fronte e le guance arse dal forte soffio di maestrale che scompigliava i capelli.
Sotto i muriccioli del lungomare le onde subivano un beccheggio regolare, con cadute più profonde e più rapide. L’orizzonte, punteggiato da qualche vela, era un cerchio perfetto e vastissimo, con un cielo chiaro, leggero e un orlo appena soffuso di vermiglio. Era quella, per il mio stato d’animo, una fase inspiegabile, il sentirmi accorato per gli eventi.
Eppoi, prima e durante la guerra, la zia Pica, anch’essa insegnante, mi faceva andare con la Littorina, affidandomi a qualche buon amico, a Corleto Perticara, dove insegnava e anche a Trivigno, a Laurenzana, dove il Ministero, ogni anno, le assegnava il servizio scolastico.
Erano paesi contadini. Attorno agli usci delle case, per le stradine, sulle scale, per i viottoli, nei pressi delle stalle e dei rozzi abituri, maiali, galline, tacchini, capre, gatti e cani, non mancavano asini e muli che a fatica scendevano o salivano per quelle stradine acciottolate. Abituali presenze. I forni gremiti di donne. Il banditore di mattina dava notizia delle novità della piazza.
I genitori degli alunni più agiati, invitavano la zia alle giornate di raccolto e della mietitura. Dopo aver lavorato per diverse ore del mattino, ecco che ci si sistemava sotto qualche frondosa e grande quercia, su di un prato non distante dall’aia, per il desinare. Una grande festa, specie per me che ne ero curioso. Quei cibi erano diversi, così lontani dalle mie solite pastine, dalle rosette con formaggio burro e mortadella, dall’uovo fresco da bere prima di andare a scuola. C’era di tutto, grosse fette di pane casereccio, strascinati da trangugiare e afferrare con “forcine” nella grande scafarea di creta, dove tutti affondavano gli sguardi avidi, bracioloni al sugo fumanti, arrosti di manzo e di agnello, fiasche numerose di vinello, angurie e frutta …
Giornate in cui il sole dominava gli splendori della campagna immensa, accogliente e familiare.
In quel sudato fervore, le falci si erano fatte onore e scintillavano i campi ogni notte su quei lembi di cielo stellato, come a dimostrare tutto intero quel firmamento che non ci capita più di osservare. La messe dormiva, le spighe ancora piene reclinavano agli zirlii che venivano dalle zolle a ritmo tranquillo. Sin dal crepuscolo le falci erano passate, e un’arida ristoppia si stendeva sotto gli olivi e i tralci.
E di sera le lucciole tra le siepi, dolce e crudele trastullo, da ghermire, curiosi del loro bagliore tra le dita, come chicchi di luce spettrale, luci che volavano e uscivano dal mare di grano che dormiva aspettando l’indomani.
La Napoli degli anni ’50, con i suoi palazzi, il suo rettifilo, i tram e i monumenti, aveva un’aria ancora da primo novecento, diversa per i suoi venditori girovaghi, i numerosi venditori di sigarette con banchetti sistemati ai bordi dei vicoli, venditori di tutto, rigattieri all’aperto; ti inseguivano motivi incessanti e vari, i pianini dalle note accorate a manovella, le strade stracolme di umanità e di teatro con il loro vocìo, le pizzerie e le piazze piene di gente e di automobili, e voci, voci dappertutto, tenere, languide, volgari, scherzose, insistenti fino a tarda sera. Napoli non dormiva, non ha mai dormito, ha sempre recitato. Da Forcella alla Duchesca, merce e materiali, indumenti militari delle truppe americane, per via Duomo, via Roma, via Foria. La Galleria Umberto e piazza Plebiscito, via dei Mille e via Chiaia erano invase dalla gente. Spaccanapoli con le sue bettole frequentate da avventori, da marinai, nostromi e passeggiatrici, tutti dal gergo facile e scorrevole …, con i loro piatti di tubetti e fagioli, con bottiglie di Gragnano e di Solopaca. Ma la cosa più importante erano i suoi mari.
Quello del molo, un mare scuro vicino al porto militare. Vi ormeggiavano le imbarcazioni pesanti. Un poco più avanti, il mare di Santa Lucia, quello più amato. Azzurro, calmo e sicuro. Sul lungomare coppie di sposi e fotografi, ambulanti con crostacei vivi e altri venditori di spassatempo, di polpi cotti nell’acqua di mare.
I pescatori v’intrecciavano nasse e rattoppavano reti, fumavano le vecchie pipe artigianali. Vi dominava l’odore delle alghe e di soffritto che i vari friggitori facevano sprigionare dalle pentole. Gran figura facevano i grandi alberghi come “Vesuvio”, e i ristoranti la “Zì Teresa” e “La Bersagliera”.
A completare la scena i suonatori di violini, chitarre e mandolini.
Mesto mare quello di Chiatamone, dagli scogli corrosi e dagli scuri flutti. Il mare di Mergellina, invece, era quello delle canzoni, delle giornate d’agosto e dei tramonti, delle serate con la luna e i fili d’argento sull’acqua. Il mare di Posillipo prendeva tutte le tinte con i colori e le luci, dove l’intenso odore di fiori sulla riva e l’acqua fragorosa rumoreggiava nelle grotte. Le donne strillavano apostrofi sonore nel teatro di popolo, di voci, di baruffe: il bisogno di esprimersi melodicamente, di esibirsi a voce alta con mimica e battute. Ma le zuppe di pesce e gli spaghetti del Bergantino, le impepate di cozze, le pietanze di mare da Ciro a Mergellina a da Ciro a Santa Brigida, tenevano testa a quelle di Peppone a mare.
