L’emarginazione dentro l’emarginazione: un viaggio al cuore della condizione giovanile lucana  

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RICCARDO ACHILLI economista 

Dentro una regione già afflitta da numerosi fattori strutturali e permanenti di ritardo, la condizione giovanile costituisce una sorta di emarginazione dentro l’emarginazione, come in una matrioska diabolica, dentro la quale ogni bambolina che si scopre è più spaventosa della precedente.

Ad oggi, secondo l’Istat, un esercito di 24.198 giovani lucani di età compresa fra i 15 ed i 29 è in condizione N.E.E.T.: non lavorano, non studiano, non frequentano corsi di formazione. Restano aggrappati ad un limbo di disperazione, dipendente dalle possibilità di mantenimento della loro famiglia di origine. E non accedono a nessun canale in grado di fornire loro capacitazioni per l’esercizio di una futura autonomia esistenziale. Cresceranno con lo stigma dell’emarginazione più estrema stampato sulla pelle per tutta la vita, senza gli strumenti culturali e professionali per crearsi il proprio spazio, anche soltanto per partecipare con un minimo di consapevolezza al dibattito sociale e politico (e questo bacino di disperazione, oltre che costituire un evidente fattore di inefficienza a livello economico, è anche molto pericoloso in termini di deriva politica).

Si tratta del 26% del totale dei giovani della loro età residenti in Lucania. Uno su quattro. E per le ragazze la situazione è anche peggiore: arrivano a più del 27%, con ciò minando, anche per il futuro, qualsiasi serio tentativo di far avanzare le pari opportunità.

Anche in termini dinamici, tale bacino segue un andamento prociclico: aumenta nelle fasi di recessione economica, dove la chiusura delle prospettive occupazionali a breve scoraggia anche l’investimento in formazione (e peraltro, tale investimento, che è ampiamente sostenuto dalle tasche delle famiglie di origine, diviene anche più difficile in fasi di contrazione del reddito). Tende a ridursi quando riparte la crescita. Tuttavia, al netto dell’andamento ciclico, ovvero dell’aumento del numero di NEET fra 2008 e 2017, nel tempo della crisi economica, al 2018, in uscita (temporaneamente) dalla recessione, essi ammontano, in valore assoluto, esattamente allo stesso numero del 2007, ovvero dell’ultimo anno di crescita pre-crisi.

In altri termini, è come se vi fosse uno zoccolo duro del fenomeno, che è insensibile al ciclo e che costituisce una sorta di incrostazione resiliente di negazione di ogni possibile futuro. E come reagisce a ciò il policy maker pubblico? Essenzialmente, lo sforzo per ridurre il bacino dei NEET dovrebbe essere congiunto fra più istituzioni e ruotare fortemente attorno alla scuola, afflitta da un budget al di sotto della media dei Paesi Ocse e da un modello di autonomia didattica, introdotto dalla riforma Berlinguer, sostanzialmente fallimentare, e ulteriormente peggiorato con le successive riforme, ivi compresa la cosiddetta “Buona Scuola”, che hanno creato una scuola nozionistica e da quiz, distruggendo la capacità interdisciplinare e di approfondimento culturale, ed hanno introdotto, attraverso il meccanismo dei crediti formativi, una sorta di omicidio assistito per le materie umanistiche e un florilegio di programmi didattici improbabili, vuoti, insignificanti ma aventi la stessa dignità delle materie culturalmente ed intellettualmente più formative. La scuola italiana, e quella lucana (in misura minore, grazie ad un controllo sociale delle famiglie ancora attivo) sta sperimentando una corsa all’abbandono scolastico.

Questo bacino di fuggiaschi non viene riassorbito da niente. Non dalla formazione professionale, che è a pezzi, ostaggio di una programmazione a catalogo e di meccanismi più assistenziali che rivolti all’autonomia personale. Non dai meccanismi misti formazione/lavoro, dove, nel silenzio riformista dei sindacati e delle associazioni datoriali, l’apprendistato dormicchia su cifre minimali, afflitto da miriadi di vincoli burocratici inseriti dalle legislazioni regionali, e risente di altri canali, più convenienti per il datore di lavoro, perché non comportanti l’impegno ad assumere (i vari stage formativi e le esperienze scuola/lavoro, che perlopiù vengono utilizzate dalle imprese per disporre di manodopera pressoché gratuita in fasi di picco di attività, senza offrire in cambio alcuna reale formazione “on the job”).

Ma non funziona nemmeno il meccanismo di collocamento al lavoro. Le riforme operate dal precedente Ministro del Lavoro Poletti ed implementate dalla Regione Basilicata nella precedente consiliatura hanno creato una sorta di scatolina dorata dentro la quale, una volta aperta, non c’è niente. La sperimentazione di interventi di politica attiva del lavoro, da Garanzia Giovani in poi, la creazione a livello nazionale, replicata fedelmente su scala regionale (come nel modello tedesco, peccato che il modello tedesco sia federale, il nostro no, e quindi la replica di scatolini regionali partendo da scatoloni nazionali ha meno senso) di agenzie del lavoro con la funzione di coordinare l’attività dei Centri per l’Impiego sul territorio, l’approvazione, sulla carta, di livelli essenziali di prestazioni e di criteri minimi di accreditamento dei Cpi, tutto questo sforzo teorico ed organizzativo, finisce inevitabilmente per andare a sbattere contro la crudele realtà. I Centri per l’Impiego italiani, e quelli meridionali nello specifico, non hanno le risorse finanziarie e professionali, esistenti in altri Paesi, per fare il loro lavoro con efficacia, e quindi riempire di contenuti reali tutte le previsioni riformistiche messe sulla carta.

Lo spaccato per la Basilicata è rivelatore. Secondo i dati di Arlab, l’agenzia per il lavoro della Basilicata, sul territorio lucano, nei CpI, operano soltanto 107 addetti: circa un addetto ogni 3.500 residenti in età da lavoro! E’ chiaro che con questi numeri, figli di una politica di taglio verticale delle risorse e di blocco del turnover, è del tutto illusorio pensare di poter fare politiche di presa in carico individuale e di personalizzazione dei percorsi di transizione al lavoro e da lavoro a lavoro. Tra l’altro, il 79% del personale dei Cpi lucani ha più di 55 anni, viene, cioè, da una concezione amministrativa, e non proattiva, del proprio ruolo, e probabilmente non ha nemmeno il polso esatto dei cambiamenti in atto nel mercato del lavoro. In Basilicata, come in tutta l’Italia, manca del tutto la figura dell’orientatore, di chi è in grado di redigere un bilancio individuale delle competenze, un profiling professionale individualizzato, e di avviare l’utente verso il canale professionale migliore, monitorandone e valutandone l’esito. I cosiddetti “navigator” assunti con il reddito di cittadinanza nazionale dovrebbero colmare tale carenza, ma occorrerà vedere nel concreto se saranno in grado di farlo, e se il sistema li metterà nelle condizioni di operare efficacemente su territori sempre più ostili al lavoro ed allo sviluppo.

Non si fanno le nozze con i fichi secchi. Parafrasando un celebre film, questo non è un Paese per giovani, e quando non ci sono spazi per i giovani, ci si avvia in un percorso inarrestabile di declino. 

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Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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