LUCIO TUFANO
L’omaggio che Sinisgalli dedicava alle città contadine del Sud, quelle città dalle vie pervase di odori di fieno e di rustico : “Mia città drago fiorito, prato d’oro che appresti i lauri ai cavalli scintillanti. Mia città dove l’aria brucia come un crine … devi crescere come una pianta, devi estenderti e non gonfiarti”. Era subentrato il civico desiderio, la pressante richiesta al Comune, alla Gescal e alla lnacase dell’ambito balcone delle fioriere. C’era stato il tempo in cui i balconi borghesi indossavano sottane pesanti, a nascondere le gambe alle signore, gualdrappe coperte di raso ricamate per la processione del Corpus Domini. Allora dai balconi fioriti cadevano petali e pistilli e rivoli d’acqua e vi salivano serenate, così come, con il fremere della terra quella sera dell’80 e con le bombe, le ringhiere si spogliarono nude e ai davanzali non si affacciavano più ragazze. Era la morte che puliva le finestre e strappava la fede alle donne che agghindavano le gonne con i gerani.
È ora forse ritornata la sera delle lucciole, l’amore mattiniero e pittoresco verso i portoni e le piazzette? Al punto da indire un concorso per il balcone fiorito e per il geranio più rosso? Il cuore della nostra città è malato e i rimedi vanno erogati con il contagocce. Tanino, il sindaco, è uno di quelli che sogna come sedile un divano di garofani, è il suo amore per le città dell’Andalusia. Ha per noi ragione! Come aveva ben ragione Federico Garcia Lorca quando ad Antonio El Camborio, catturato sulla via di Siviglia, bruno di verde luna, faceva cogliere limoni rotondi e gettarli nell’acqua fino a farla un oro.
Ma Potenza può sembrare Siviglia come negli anni trenta? Una città dai lunghi e lenti ritmi, con tralci di pergolati, follie di orizzonti e cantine, dentro i portoni, che mescolavano l’apprensione dell’amore proibito all’ebbrezza di Dioniso? Quando i balconi si aprivano sui saloni dei barbieri e, tra il basilico e la menta, venivano sguardi ritrosi e musiche da camera? Certamente l’animo dei romantici non vuol saperne di come la città nuova, quella che si espande oltre l’Epitaffio, quella che dal rione Italia varca lo Scalo Inferiore, quella che dai rioni tradizionali ha occupato tutto l’agro e che continua a crescere nella pretesa di piano intercomunale, senz’anima e senza genius loci, possa costituire un tessuto abitativo da integrare all’antico o debba fare parte a sé.
Qual è la ragione per cui dovevano fermare il grande cantiere delle trasformazioni e delle espansioni per privilegiare solo il piccolo cantie
Non è il sentimento che ci ispirano le vecchie mura e i monumenti, non è una velleità romantica quella di sognare una condizione di vita che non esiste più, ma è l’esigenza di ridare coerenza a vita, arte, artigianato e cultura, al teatro dei vecchi vicoli, ormai irreparabilmente perduto. È con questo che, di concerto con il sindaco e con le sensibilità più attente, che questa nostra realtà, riteniamo che la dichiarata bellezza di una città consista nel suo valore di organismo ancor più che nei suoi monumenti eccezionali.
Dalla povera geometria di un’epoca in cui attorno al palazzo si aggregavano squallidi abituri alla guisa di feudo, quando c’erano i contadini che costituivano la realtà storica e sociale pregnante.
La foto di copertina e la prima in testa all’articolo sono tratte da “Potenza d’epoca” , che si ringrazia per l’interessante documentazione sulla città
