MAGIA POPOLARE

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PATRIZIA BARRESE

Nata a partire dal XV secolo, la magia popolare era indicativa di pratiche di magia e guarigione legate alla superstizione del popolo, in contrapposizione all’alta magia praticata dalle classi più agiate.  I praticanti di queste arti, conoscenti delle proprietà curative di erbe e vini, erano ritenuti custodi di segreti magici che, talora legati al culto cristiano, con incanti e preghiere, ricorrevano al nome di santi e Madonne. Da regione a regione d’Italia, i mastri di pratiche e magia prendevano appellativi quali masciara, fattucchiera, herbane, quest’ultimo legato alle divinazioni scaturite dalla vegetazione. 

Il ruolo primario di questi praticanti, avveniva attraverso l’uso di un potere associato al segno e a messaggi intangibili che venivano trasmessi e tramandati all’interno delle famiglie che li custodivano gelosamente. La guarigione consisteva nella rimozione del malocchio o di altre forme di presunte maledizioni arrecate dallo sguardo invidioso altrui in grado di provocare nella persona “affascinata” una varietà di sintomatologie: vertigini, cefalea, sonnolenza, spossatezza, ipocondria, nausea e conati di vomito, definiti “attaccatura”, in quanto impediscono al sangue di scorrere liberamente nelle vene. Molte di queste pratiche sono sopravvissute e soprattutto nel Meridione, sono state approfondite dall’etnopsichiatria e studiate da antropologi e studiosi del folklore, quali l’etnologo Ernesto De Martino

Spiriti maligni, contro cui combattere, diavoli, morti inquieti o streghe, capaci di arrecare il male al colpito, si contrapponevano durante il rito a santi e beati, antenati e cari estinti che, fino alla settima generazione, venivano chiamati in soccorso durante la pratica di liberazione che richiedeva l’utilizzo di utensili da cucina o da ferramenta per sciogliere la fattura: corde per legare o sciogliere, coltelli e forbici per tagliare via il male, specchi per guardare le sembianze del maligno, tinozze per lavare il malocchio, armi e fruste per spaventare gli esseri avversi. Il fattucchiere tracciava con il pollice un segno di croce sulla fronte del paziente recitando una delle tante formule utilizzate durante i riti apotropaici: “Due occhi ti feriscono e tre ti guariscono. Ti libera il nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo”.

Oggi la fascinazione si è evoluta, l’utilizzo delle forbici a distanza consente di praticare la magia del cerimoniale anche tramite chiamata diretta con il fascinato o attraverso video riunione su piattaforme Internet ad esso dedicate. Se il team di operatore magico, paziente e i presenti durante il rituale cominciano a sbadigliare e lacrimare in modo copioso e ripetuto, il malocchio e l’invidia sono stati debellati. E se tante sono le formule adottate durante i riti altrettanti sono i paesi dove si ricorre a queste pratiche per allontanare il malocchio e dare sollievo al malcapitato senza assumere farmaci, anche in caso di dolori addominali, itterizia e verruche. Picerno, Albano di Lucania, Salandra, Valsinni, Grottole, Viggiano, Stigliano sono alcuni dei paesi della Basilicata dove, malgrado la civiltà moderna, la magia occupa tempo e spazio nella quotidianità di chi provvede a tramandare le pratiche della fascinazione e del folklore lucano. In “QUEL PAESE”, meglio conosciuto come Colobraro – riti scaramantici alla mano – il paese dell’innominabilità, grazie agli insegnamenti tramandati dalla più famosa masciara locale degli anni ’50, Maddalena la Rocca, è possibile identificare il sesso della fasciatura se il mastro fattucchiere e il paziente sbadigliano al Padre Nostro o all’Ave Maria, perché se lo sbadiglio insorge al Gloria l’autore del fascino sarà addirittura un prete. 

Tra acqua, olio e vino usati in cucina e articoli di ferramenta, il valore protettivo derivante dalle formule pronunciate e dai nodi fatti durante la sua creazione ha chiara collocazione domestica e religiosa. Falce, setacci, corde e sacchetti contenenti legno di perastro selvatico e saggina, è la dotazione base per far dileguare la malignità perché, fra il sacro e l’inverosimile presente nei sacchetti magici, “gli abitini” da donare ai malcapitati da malocchio si accompagnano ad immagini di San Vito unite a lembi di placenta, pezzi di ferro di cavallo, chicchi di grano, sale, pelo di cane nero, lembi di stola di preti, oltre a denti di volpe, parti di ostia, ritagli di corda delle campane, cenere e crusca, il tutto cucito agli indumenti personali della vittima del malocchio, con due aghi legati in croce.

Non si può dimenticare il detto popolare riferito ad un uomo fortunato: “Sei nato con la camicia”, perché l’abitino è sempre stato approvato dalla Chiesa lucana, a conferma della “tolleranza” fra magia e religione che persino durante la cerimonia battesimale confermano l’abitino come un elemento che, oltre alla benedizione religiosa, addiziona il valore magico al nascituro. Tutto il mondo è paese e se pur spiccatamente legato alla tradizione del Sud Italia, anche nel Nord il richiamo a certe pratiche affidate a Santi e magia coesistono: a Milano, festeggiare in famiglia mangiando i resti dei panettoni avanzati appositamente a Natale rappresenta una speciale benedizione della gola. Se gran parte della cura di parti del corpo avvenivano o talvolta ancora avvengono recitando preghiere e tracciando croci sulla fronte, questo lascia pensare che il magico è ritenuto un potere sovrumano a cui l’uomo si piega e né il Cristianesimo né la scienza sono riuscite ad estirpare, tramite la magia la gente crede di intervenire sugli avvenimenti e la persona superstiziosa si sente protetta e pronta a fronteggiare i momenti critici o l’insicurezza della vita magari  con il ballo di San Vito. 

Ma tradizione e mistero sono forze che accompagnano il nostro vivere quotidiano, siamo immersi da saghe e racconti dove maghi, stregoni e figure fantastiche affiancano la nostra esistenza basata sulla logica e la razionalità, presenze che hanno dato vita al Signore degli Anelli, Harry Potter, Pietre filosofali, Arche perdute e viaggi in mondi siderali fra presente e futuro. La “magia” non può cambiare il mondo ma ne siamo circondati dal fascino della sua presenza intangibile, la musica è magia non a caso i maestri muovono abilmente la propria bacchetta ma siamo affascinati dalla tecnologia che è diventata una sorta di magia sufficientemente avanzata nata dalla mente logica e reale di scienziati che, senza pozioni misteriose e incanto, hanno creato l’universo che ci circonda, dai convogli privi di autista ai microchip grandi come un’unghia capaci di processare milioni di dati. Tuttavia non credere a queste pratiche non vuol dire che non sia vero, magari le masciare di nascosto riescono persino a volare su una scopa perché non hanno prolunghe abbastanza lunghe per volare con l’aspirapolvere moderna, forse in un’altra vita sono state medici senza laurea, escluse dai libri e dalla scienza ufficiale, ma tra forbici e sguardi languidi di invidia, tra intrugli medicamentosi e malocchio, di tanto in tanto, per togliere il pelo della disgrazia, è consigliato ripetere il rito di Lino Banfi in uno dei suoi film più conosciuti:

“Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio,            

ego me baptizzo contro il malocchio. 

Con il peperoncino e un po’ d’insaléta 

mi protegge la Madonna dell’Incoronéta;

con l’olio, il sale, e l’aceto

mi protegge la Madonna dello Sterpeto;

corno di bue, latte screméto,

proteggi questa chésa dall’innominéto”.

 

 

 

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Sull' Autore

Insegnante lucana con la passione per la scrittura. Amo la mia terra sebbene per lavoro io risieda a Milano. Scrivere e condividere la passione per la scrittura e poter divulgare anche da lontano per rendere "maggiormente visibile" il nostro paese è uno dei miei desideri. Il mio paese natio è Rionero in Vulture.

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