Rinvenuto un secondo bassorilievo longobardo sotto i Fossi

di Giuseppe Pasquariello
A chi, varcati i monti della Maddalena, si affaccia sulla conca inaspettata dell’alta valle dell’Agri, il centro di Marsico appare subito dominante. A riprova della valenza strategica del sito fin dalle epoche remote, la ricerca archeologica ha recentemente confermato la presenza, sulla collina della “Civita” (toponimo della collina più alta), di un centro abitato di epoca lucana posto a controllo dei valichi verso il potentino ed il salernitano. L’abbondanza di sepolture databili tra l’VIII ed il VI secolo a. C., venute alla luce tutto intorno alla collina, rende, d’altra parte, plausibile l’esistenza di un insediamento, ancora più antico, di probabile pertinenza enotria. La tesi avanzata da alcuni storici locali, secondo cui l’antico abitato sarebbe da identificare con l’Abellinum Marsicum, menzionato nella Naturalis Historia di Plinio, come pure l’ipotesi che la sua fondazione sia da attribuire ad un gruppo di guerrieri provenienti dalla Marsica, sembrano essere semplici quanto azzardati campanilismi, ma l’importanza del sito rispetto alle dinamiche storiche della valle appare certa e documentabile.

FIG.1 CORREDO FUNEBRE CON SCRAMASAX DI GUERRIERO LOMBARDO ( NECROPOLI DI PAGLIARONE)
A partire dal III secolo a. C., la fondazione di Grumentum mise in ombra tutti i preesistenti insediamenti valligiani, molti dei quali scomparvero definitivamente. Alcune epigrafi murate in riutilizzo nel centro storico e due miliari della via Herculia rinvenuti in località San Giovanni, attesterebbero invece per il nostro centro una relativa vitalità anche in epoca romana.
Bisognerà, però, aspettare il X sec. d. C. per vedere finalmente menzionato in un documento “ufficiale” il toponimo “Marsico”. E’, infatti, dal Chronicon Salernitanum (che narra le vicende della Longobardia minor), redatto da anonimo annalista tra il 974 ed il 990 d. C., che apprendiamo come il Principe di Salerno Gisulfo, dovendo sistemare, su intercessione di Guatelgrima, i figli di suo zio Landolfo ( figlio del capuano Atenolfo ed accusato nel 964 di crudeltà ed iniquità), concesse a: “Landulfo Laurinum, Indulfo Sarnum, Guaimaro Marsicum”.
Il prestigio e la notorietà di cui Marsico godrà lungo tutto il medioevo e l’età moderna, si devono, dunque, ai Principi longobardi di Salerno, che, non molto tempo prima di quella concessione, avevano dovuto fortificare la città, elevarla al rango di Contea e porla a capo di quel vasto territorio che lo storico Giacomo Racioppi definirà “la Provincia di Marsico” (Homunculus, Paralipomeni, pp.80-127) Per comprendere quali complesse vicende portarono alla nascita della “civitas Marsicensis” occorre, però, ripercorrere le tappe della dominazione dei Longobardi, che, dopo aver stabilito il loro dominio sulla pianura Padana a partire dal 568, divisero i territori che i loro “exercitales” andavano strappando ai Bizantini lungo la penisola, nei due Ducati di Spoleto e di Benevento (senza mai conquistare il Lazio, il ducato di Napoli, il Salento e la Sicilia).

PARTICOLARE DEL PORTALE DI SANTO STEFANO
Queste vaste circoscrizioni amministrative, costituenti la cosiddetta Longobardia Minor, si resero presto sostanzialmente autonome rispetto al potere centrale e sopravvissero ben oltre la fine dello stesso Regno Longobardo decretata dai Franchi di Carlo Magno nel 774. Nell’ambito territoriale dei Ducati, il governo di alcune città di particolare valenza, con i circondari, più o meno vasti, che a queste facevano riferimento, venne affidato, come scrisse Tommaso Pedio, alla cura dei “Gastaldi”, funzionari reclutati nella casta degli “Arimanni”[1] , che, per il governo dei centri minori dei loro Gastaldati, si avvalsero della collaborazione di “Sculdasci” ed “Actionari”, rispettivamente responsabili dell’amministrazione locale e della riscossione dei tributi dovuti al Duca (Paolo Diacono informa che la società longobarda era divisa in Arimanni, guerrieri liberi, con diritti ed organizzati in Fare e gli Aldi, semiliberi, artigiani e piccoli proprietari; in fondo erano i servi e gli schiavi di guerra, privi di diritti).
Nell’ambito del Ducato di Benevento, la Lucania, che in epoca romano imperiale costituiva, col Bruzio, la “tertia regio”, perse la sua integrità territoriale. L’antico toponimo indicò solo il Gastaldato comprendente il moderno Cilento, mentre i territori della Basilicata odierna furono divisi tra i Gastaldati di: Venosa, con propaggini pugliesi, di Acerenza, roccaforte di vitale importanza per il controllo di un vasto territorio, di Conza, che dall’Irpinia si estendeva sulla parte nord orientale della regione e di Latiniano, che si sviluppava a sud di Potenza fino ad affacciarsi sulla costa ionica. A quest’ultimo Gastaldato, il cui centro amministrativo non è stato ancora individuato con certezza (Schipa propose Laviano; poi si è pensato ad Altojanni presso Grottole; o a Teana o a Lateana presso Polla), appartenne anche l’alta valle dell’Agri e Marsico, quell’oscuro centro abitato che di lì a poco sarebbe diventato sede di Contea e di Diocesi.
Come mostra la necropoli recentemente individuata in località Pagliarone, in agro del comune di Marsico[2] (fig.1) (su cui cfr. Russo-Pellegrino-Gargano, I territori dell’alta val d’Agri..,2012) giunti in val d’Agri, i Longobardi, più che asserragliarsi negli agonizzanti insediamenti montani, preferirono colonizzare capillarmente la fertile pianura, costruendo numerose fattorie o riutilizzando i ruderi delle antiche ville rustiche romane. La tipologia insediativa dovette mutare radicalmente solo quando la valle divenne il teatro di sempre più frequenti scontri tra Longobardi, Bizantini e Saraceni e gran parte della popolazione fu costretta a cercare rifugio nei centri fortificati. Poiché nell’839 Sicardo morì per una congiura del tesoriere Radelgisio, il fratello Siconolfo, capeggiando la lotta contro l’usurpatore, si trasferì nella più ricca Salerno, dove Arechi II aveva costruito una reggia in riva al mare. A partire dal 851, l’inasprirsi di queste contese intestine, portò alla scissione territoriale del Ducato di Benevento[3] ed alla nascita del Principato di Salerno[4]. Degli scontri decennali che videro contrapposti i principi longobardi più potenti, approfittarono i generali Bizantini, che, liberata Bari dal dominio saraceno, si spinsero con i loro eserciti fino ad occupare i territori longobardi della fascia ionica e dell’area del Mercure e del Sinni. I Gastaldati meridionali del Principato di Salerno, compreso il Latiniano, vennero pertanto aggregati al Catapanato d’Italia, governato da uno Stratega bizantino con sede a Bari e diviso nei tre Themi di Longobardia, Calabria e Lucania. Col trattato di spartizione, con la “radalgisi et sichenulfi principum divisio ducatus beneventani” si assegnarono a Siconolfo, principe di Salerno, i gastaldati di Tarentum, Latinianum, Cassanum, Cusentia, Lainos, Lucania, Contia, Montella ,Rota ,Salernum, Sarnum, Cemeterium, Furcula, Capua, Theanum,Sora et medium Gastaldatum Acheruntinus, qua parte coniunctus est cum Latiniano et Contia”.
A seguito di questa riconquista, la linea di confine tra il Thema di Lucania ed i territori ancora in mano ai Longobardi di Salerno si attestò lungo la fascia mediana delle vallate lucane ed in questo mutato contesto territoriale i Principi di Salerno si trovarono costretti a fortificare una nuova linea di confine più a nord. La via più agevole, che dalla costa ionica puntava verso il salernitano, era quella offerta dalla valle dell’Agri. Qui più che altrove, dunque, era necessario dedurre nuove roccaforti capaci di sbarrare il passo a Bizantini e Saraceni. La vecchia Grumentum, già duramente provata dalla guerra Greco Gotica, era poco difendibile, mentre Marsico, da dove si poteva controllare agevolmente la valle ed eventualmente ripiegare facilmente verso Salerno, offriva maggiori garanzie. La città fu elevata perciò a sede di Contea e trasferitavi, di lì a poco, anche la sede della Diocesi paleocristiana di Grumentum[5], assunse il ruolo di centro di riferimento zonale, che fino a quel momento era appartenuto alla vecchia colonia romana. La diocesi di Marsico venne ‘ufficializzata’ con bolla di Stefano IX solo nel 1058 ma i vescovi si firmavano “episcopi marsicensi et sedis grumentinae”.
Di certo, la presenza delle autorità e degli “exercitales” longobardi stimolò l’economia della città, che registrò presto un repentino incremento demografico anche grazie ad un intenso fenomeno di inurbamento delle popolazioni delle campagne e dei centri viciniori non fortificati, esposti alle periodiche scorrerie saracene ed alle cruente incursioni bizantine. Alle soglie del XI secolo, la trasformazione di Marsico da oscuro centro a nuova “Civitas” era ormai compiuta.
Radicale dovette essere la conseguente metamorfosi urbanistica della città. Ciò che rimaneva delle antiche mura lucane fu inglobato nelle nuove opere di fortificazione (P. Bottini, Il Museo…,1997).. Sulla sommità della collina venne costruita la rocca, in contatto visivo con la torre di Moliterno, posta a controllo di quella parte della valle invisibile da Marsico. Extra moenia, ma addossate alla cinta muraria, vennero edificate la chiesa di San Michele, forse prima sede vescovile e la potente abbazia benedettina di Santo Stefano (oggi San Gianuario), che la tradizione vuole sorta sui resti di un tempio pagano dedicato a Serapide. Nulla attesta con certezza la presenza qui di un tempio romano. E’ tuttavia documentata, in molte città italiane, la consuetudine di dedicare a Santo Stefano le chiese costruite sui ruderi di Serapei.
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Fig 6 e 7:bassorlievi longobardi (il 7 ancora in casa Rossi-Votta in S.Donato)
Direttamente legata alla casa madre di Montecassino, l’abbazia (fig. 2,3,4,5) costituì per decenni la punta avanzata del monachesimo di obbedienza romana in un territorio in cui l’avanzata degli eserciti bizantini favoriva le comunità monastiche di rito greco[6]. Il ruolo ricoperto in questo particolare contesto politico religioso rese gli abati di Santo Stefano oggetto di copiose donazioni e le ricchezze accumulate consentirono una particolare cura del complesso monastico dal punto di vista artistico ed architettonico. L’abbazia di Santo Stefano di Marsico, nel 1602, venne trasformata in Beneficio Concistoriale della Cappella del SS. Presepe di Santa Maria Maggiore in Roma ( Greco M.T.-Lotierzo A., “Toponomastica di Marsiconuovo” Zaccara 1992). In epoca moderna, ospitandone le reliquie, la chiesa dell’antica abbazia venne ridedicata al vescovo martire Gianuario, santo dichiarato protettore della città “in sostituzione” di San Giorgio.

PARTICOLARE DELLA BASE DEL CAMPANILE DI SANTO STEFANO
Incendi e terremoti hanno cancellato nei secoli quell’antico splendore, ma non è un caso che proprio da qui vengano le uniche tracce di arte longobarda ancora presenti in città. Il rude quanto possente basamento della torre campanaria, eretto con elementi lapidei in riutilizzo, tra cui una epigrafe funeraria tardo romana, si presenta ancora, “di sapore beneventano” (fig. 6) (C. Palestina, L’arcidiocesi,2000) mentre i due preziosi bassorilievi superstiti sono chiaramente rappresentativi dello stile scultoreo longobardo.
Sulle due lastre, una murata in riutilizzo nelle strutture della nuova chiesa (fig. 7), l’altra recentemente rinvenuta dallo scrivente nei pressi della stessa (fig. 8), sono rappresentati due chierici, le cui figure mostrano la tendenza alla stilizzazione tipica dell’arte longobarda del primo periodo, per cui le proporzioni e la verisimiglianza sono sacrificati in nome di una sbrigativa quanto affascinante propensione al simbolismo decorativo.
Null’altro, purtroppo rimane a testimonianza del periodo longobardo della città. Fatta eccezione per alcune torri della cinta muraria inglobate nel tessuto urbano moderno, nessuna traccia ci è giunta delle opere di fortificazione, che considerato il ruolo assegnato alla città dal punto di vista militare, dovettero essere notevoli. Della rocca, trasformata in convento intorno al 1330, non rimane che qualche brandello delle antiche fondazioni. La nuova Cattedrale, così come pure l’imponente complesso monastico di San Tommaso di Canterbury, eretto, sembra, laddove insisteva un avamposto militare longobardo, saranno costruiti dai primi conti normanni solo quando, nel contesto del nuovo Regno di Sicilia, Marsico aveva ormai perso il peso strategico detenuto in epoca longobarda.
Il prestigio della contea, tuttavia, era ormai tale che, per ancora alcuni secoli, a governarla saranno i baroni più potenti del regno: gli Altavilla prima, i Guarna poi, i Sanseverino infine. Solo quando questi ultimi acquisiranno anche il titolo di Principi di Salerno (1463), questa “antica e nobile città”, come ebbe a definirla Masuccio Salernitano nel suo Novellino, si avvierà malinconicamente a diventare feudo periferico e marginale.