LUCIO TUFANO
il cuore del poeta
«Questa parola serve per moti e desideri d’ogni genere, ma ciò che è costante è che il cuore – negato o rifiutato che sia – vuole essere un oggetto di dono.
Così com’è sentito, fissato, nella sfera dell’Immaginario, il cuore è l’organo del desiderio (che si gonfia, si spezza, si stringe, si comprime, si indu
Che cosa farà il mondo, che cosa farà l’altro del mio desiderio?
Questa è l’inquietudine nella quale si ritrovano tutti i moti del cuore, tutti i ‘problemi’ del cuore».
Roland Barthes
Pur non ignorando le importanti esperienze letterarie verificatesi negli anni Trenta, ricche di significati per la ricerca linguistica e di scoperte all’interno della civiltà, della società e dei suoi problemi, nel secondo dopoguerra la letteratura meridionale si inseriva nella storia del neorealismo caratterizzandosi come la parte più neoverista e neonaturalista, raccogliendo le diverse eredità e rivelando non poche ambizioni di quel clima: l’elegia meridionale, la nuova centralità della questione politica e culturale. Si verificò una strana osmosi tra esigenze ideologiche di tipo populista ed educazione letteraria gestita anche in chiave “decadentista”.
Si distinsero le sensibilità più autentiche, ricche di estro, di senso critico ed autocritico nei confronti delle ideologie e dei luoghi comuni. Di lì scaturì una schiera di scotellariani minori … leviani, postscotellariani e postleviani … il declino del neorealismo, non esaurì le tensioni e quella carica ideale che hanno ancora per anni successivamente animato e tenuto vivo lo spirito della protesta.
Riflessione e letture di quella produzione poi, indagini e studi hanno alfine stabilito un più stretto rapporto tra letteratura e Basilicata come territorio, tradizioni, metafore, condizione urbana e di sviluppo, documenti di vita. Michele Parrella che assieme a Scotellaro fu uno dei veri dioscuri di Carlo Levi nella premessa alla sua prima breve raccolta di versi “Poesia e pietra di Lucania” scriveva: “La società del Sud, quella che si è venuta caratterizzando attraverso la letteratura come mondo meridionale, mi appare profondamente in subbuglio, in movimento. La Lucania è una parte di questa società, ne riproduce le essenziali strutture …” poesia giovane ma terribilmente seria e dolorosa, scrive poi Giuseppe Sibilla – sui venticinque anni di Parrella, sembra gravare il peso di una condizione sociale ed umana che si trascina da secoli … “Un dolore antico e inesorabile, se non contenesse come molla potente il senso della ribellione, la partecipazione aspra e aperta contro il lurido seme della retorica, nella lirica “La Patria”. Proprio quando Togliatti sentenziava che i poeti non potessero essere “cicale” ma formiche e Vittorini ribatteva come non dovessero neppure suonare il piffero della rivoluzione, visto poi come delle rivoluzioni approfittino sempre i tiranni per insediare il loro fascismo, fatto di strutture, codazzi, egotismi ed ingordigie.
Ma chi sono questi poeti? Segnalatori di quanto sarà la immane perdita della natura? Chi sono i poeti?
I poeti sono strani tipi che vivono di una penna o non vivono affatto; sono strani tipi che fendono la nebbia a passi d’uccello e sotto ali di canzoni e come la gente – la massa – feticcio inguaribile del nostro tempo, li vede «creature singhiozzanti e malinconiche».
E questi furono i “prodigio”, i direttori d’orchestra che sanno dirigere prima di essere nati alla fatica delle crome e delle biscrome. Questi tesserono le poetiche del demiurgo per una reminiscenza dell’infanzia regionale lucana, il passaggio attraverso la galassia contadina. Nostalgia positiva, laddove non fu nostalgia negativa, ispirata a motivi di reazione o restaurazione, bensì a qualcosa che ci è ormai sfuggita, monito per noi che perdemmo il paese “la nave che vuole partire”, l’universo paesano, il ritratto di esso e del suo tempo.
«Paisano», la raccolta del 1957, è quindi la coscienza che ci portiamo dentro, è una ripresa … con gli occhi dell’oggi e con il “noi” del gruppo, del vicinato, dei fratelli, degli amici, di tutti coloro cui sta a cuore la liberazione di ogni cosa. «La montagna di Tufo» e la «Piramide di Pietrisco» sono l’ironia e la meridionalità, il riconoscimento di tutti non come omologazione, ma come identità.
Quell’odore di legno pregiato, quel rame, quell’autentica memoria del vino, quei metalli, quel sentore antiquario degli oggetti: cose, sentimenti, angoli, scorci che meritano di diventare tutti beni culturali: luoghi e simboli racchiusi nello scrignetto azzurro di «Paisano».
Se al poeta del mito civile, autore di poesie di gesta e di oltremare, se al poeta-soldato fu dato il titolo di Principe di Montenevoso per aver cantato la gioia del mondo ed essere rinato ogni mattina, per aver sfidato i nembi ed i fati, sovvertito le comuni leggi del vivere ed essersi proclamato re di tempeste e di uomini, aver teso alla conquista del cielo, invocato Icaro e la morte illustre, essersi rifugiato nel focolare domestico, aver osservato i pastori che pel tratturo scendono al mare, contemplato l’ulivo e la spiga, la pioggia nel pineto ed il novilunio, si erge il Vittoriale sulle sponde del Garda, ci appare quasi giusto – e perché no – che per il poeta di Lucania, che ha raccontato le storie del guardiese e del sagrestano perdiluna, che ha segnato i più larghi confini della Patria ed ha visto come la pioggia cada sulla pelle dell’asino e la piena raduni i vivi ed i morti, il cupo cupo sia più triste del tuono, i monti lucani cadano in pezzi, le stradine siano appese agli orti, e le facce navighino nei bicchieri tra i berci delle osterie, che si erga lo “Sconfittoriale” sulle sponde del Camastra. Si tratta di un nostro poeta che ci parla ancora della pupattola di fichi e della collana di sorbe, delle querce spaccate dal fulmine e che ha visto cadere nei letti vuoti del sole i galli, i fanciulli, il tuffo stridulo del falco e ci racconta come una foglia si sia attorcigliata alla candela.
È giusto che lo si onori anche del titolo di “Principe di Serrapotamo”. Ecco che la Basilicata, con esperienze diverse, legate alle zone ed alle varie formazioni, una pluralità di voci registrate a seconda delle condizioni di cultura assimilata – assume le dimensioni di un ampio ed articolato mosaico, i cui tasselli appartengono alle voci poetiche, o alle origini: Sinisgalli come presenza storica della Val d’Agri (Montemurro), Michele Parrella per le contrade della Camastra (Laurenzana), Scotellaro e Levi, presenze che influenzano il Tricaricese ed il Materano, Riviello per la città di Potenza tra l’Ottocento ed il Novecento.
Vi è una strategia finale propria del poeta, dopo i mille tentativi di rivolta, dopo aver issato i folgoranti stendardi del lirismo ideologico, dopo aver sostato nelle piazze in fermento, dopo aver pianto ed invitato a piangere su l’Unità per la morte del grande oppositore Palmiro Togliatti, dopo gli inni a Satana, quella dello ostentato compiacimento della Sconfitta, umile oggetto travolto dal torrente dell’arroganza, nonostante la precisa coscienza di essere di più. Una strategia dell’autodistruzione come estremo tentativo di libertà, una teoria della “minima resistenza al potere”, che appare alla “lucidità” l’apparente “stupidità” del proprio comportamento, alla volontà di potenza ed alla organizzazione generale del potere il balbettìo sommesso dell’impotenza dichiarata, alla macchinosità, alle sofisticate linee, alle stringate logiche, alle conclusive e poco comprensibili mediazioni, lottizzazioni … il semplice chiacchierare. E Michele – negli ultimi anni – non fece che chiacchierare, chiacchierava per ore, disperato ed ironico, comico nel senso kafkiano, ma sempre altamente poetico.
Ed il vagabondare di Michele fu, fin dalla notte dei tempi, una caratteristica della fabulazione, affine al “vagare” di tanti altri poeti, rimanendo fuori dalle logiche contingenti. E approdava sulle aride coste della provincia di origine con il suo rifiuto del “moderno”, il suo cappello di paglia a falde larghe, il foulard, l’abito panamense ed antiquato, il mantello, le scarpe bianche, il bastone ed il sigaro, i capelli allungati sul collo e … gli occhi chiari di azzurro e di innocenza … e non vi furono Penelopi a disfare le loro tele, ma solo il numeroso esercito di boriosi Proci, i Proci della poesia che, acquattati da ogni parte, gli contendevano l’aria da respirare e gli contendono ancora il primato della poesia.
Perciò lo “Sconfittoriale”: perché il poeta nacque sconfitto, come tanti, perché la Lucania registrò la sconfitta del Mezzogiorno e perché – come dice Baudelaire – il poeta ha ali immense che gli impediscono di camminare. Il poeta un “pitocco non è già”, per un pubblico che non c’è.
