Nel mio unico viaggio a Parigi, una quindicina di anni fa a Capodanno, il primo scontro culturale con la capitale avvenne proprio all’altezza del Louvre: fila chilometrica, temperatura gelida, tempi di attesa per accedervi pari alle due ore e l’immensa tentazione di vederla. Rinunciai, senza tanti sensi di colpa, compensati dalla magnificenza di una città tentatrice quanto la sua ospite. Mi è passata tra le mani infinite volte. A scuola, quel geniaccio di Leonardo mi prendeva perché in fondo lo associavo a lei e solo a lei, come se fosse musa, amante, sorella, madre a seconda del momento, della prospettiva e del modo in cui la osservavo. Inquietante, burlona, ironica, sagace, impertinente. No, non sto oltraggiando uno dei dipinti più celebri dell’arte italiana. Tutt’altro. Credo, invece, che pochi ritratti, ed io ho visitato anche il Corridoio del Vasari che in quanto ad arte ritengo raccolga il meglio della nostra produzione, siano così poliedrici e intriganti come quello della signora in questione.
Per tutti è enigmatica, eppure io questo enigma, in tutta sincerità non l’ho mai colto ma ovviamente, ciò che ognuno di noi percepisce dipende solo dalla sua sensibilità ed emotività. La curiosità verso il suo ritratto non ha appassionato solo gli addetti ai lavori, tra critici e studiosi della materia e non ha spaziato solo sui quesiti sollevati dall’opinionista di turno sul colore, le ombre, l’identità. Ha impegnato anche l’equipe dell’Università di Friburgo in una serie di test per comprendere, udite udite, lo stato d’animo nascosto dietro il celebre sorriso della Monna leonardesca. L’analisi ha utilizzato 8 copie del dipinto in bianco e nero, modificate, per rappresentare in quattro circostanze espressioni di tristezza ed in altre quattro un effetto di allegria da sottoporre ad un panel di osservatori, originale compreso. Nel 97% dei casi, l’immagine della Gioconda è apparsa…gioconda, felice, anche nella controprova dove tutte le immagini di tristezza mescolate hanno fornito lo stesso responso.
La psicologia, in verità, ci viene in aiuto spiegando che l’uomo preferisce stati d’animo di gioia sebbene non esista una scala assoluta di felicità e tristezza ma una condizione che dipende dal contesto in cui ci si trova. Assodato che gioia fu e per buona pace degli estimatori dell’arte e delle opere di Leonardo, mi chiedo se a volte gli ambiti di ricerca non si insinuino in questioni tanto amene quanto inutili da interessare centri di ricerca di prestigio votati alla ricerca della psicologia del soggetto rappresentato in un’opera. Non per sminuire l’operato di chi si prodiga per divulgare cosa passava in testa ad una o più signore nel 1500, che mi pare un periodo adatto a fornire risposte moderne anche nel terzo millennio, ma non sarà che psicanalizzare un quadro sia diventato un tantinello esagerato considerato che la ricerca in tal senso probabilmente potrebbe spaziare su materiale vivente di grande pregio e risolvere qualche problema dell’umanità? Certo io capisco l’estasi che può donare un’opera, il visibilio che può innescarsi nell’osservazione di particolari che rendono il momento degno di piacere pari alla immaginazione del paradiso.
Se devo dire la mia, io credo che la signora dal sorriso felice stia ammiccando davvero al suo ritrattista, perché in fondo tutti ignorano che lei accettò di posare dopo aver menato suo marito che aveva dimenticato di acquistare gli ingrediente per la ribollita. Solo una donna poteva dimostrarsi così scaltra, furba, disarmante e con un solo sorriso, che ha sfidato secoli, dire …Da me me le dio e da me me le ‘ntendo (“so ben io quello che voglio dire”). Che dire, una vera ganza!
