Qualche settimana fa, nella sede di Confindustria Basilicata a Potenza, si è svolto il convegno “Un nuovo umanesimo per orientare lo sviluppo”. Chi segue Talenti Lucani avrà già letto una mia riflessione su quel dibattito, incentrata sul rapporto tra cultura liberale e intrapresa economica, che partiva proprio da lì per lanciare una proposta politica al centrodestra lucano. Ma sentivo il bisogno di tornare su quell’incontro con uno sguardo più attento e meditato, anche per rendere giustizia al cuore vivo di quell’appuntamento: il nuovo libro del mio amico Paolo Albano. Il simposio è stato aperto dagli interventi del Presidente di Confindustria Basilicata, Francesco Somma, e di S.E. Mons. Davide Carbonaro, Arcivescovo della Diocesi di Potenza-Muro Lucano-Marsico Nuovo e Presidente della Conferenza Episcopale di Basilicata. Nella stessa serata, come dicevo, è stato presentato il libro di Paolo Albano, Presidente dell’Associazione Letti di sera, dal titolo evocativo “…da quanto cielo si riesce a vedere”, edito da Hermaion. Accanto all’autore, sono intervenute voci autorevoli: Giampaolo D’Andrea, Presidente di ANIMI; Gianpiero Perri, Capo di Gabinetto della Presidenza della Giunta Regionale; Franco Vitelli, già ordinario di Letteratura Italiana all’Università di Bari; e Vincenzo Boccia, Presidente dell’Ordine nazionale della Legion d’Onore e Past President di Confindustria. È stato un confronto di alto livello, dove si è avvertita, netta, l’urgenza di restituire centralità alla persona nei processi di sviluppo e nelle relazioni sociali. L’umanesimo evocato non è un ritorno nostalgico, ma un salto in avanti nella continuità: un cristianesimo vissuto come motore culturale e civile, capace di rigenerarsi nell’incontro con linguaggi nuovi, con una comunicazione in piena trasformazione e con le sfide – anche etiche – poste dalle tecnologie emergenti, come l’intelligenza artificiale. Ma voglio scriverlo senza infingimenti: Paolo Albano, per quanto lo conosco, incarna lui stesso questo “nuovo umanesimo”. Lo ha fatto  nel suo lavoro,  nel suo instancabile impegno di ricercatore, scrittore, promotore culturale. È un uomo che provoca, che stimola, che inquieta. Con il suo libro ci invita – ci costringe quasi – a sollevare lo sguardo. A cercare il cielo. Ci ricorda che lo specchio non serve solo a guardarci, ma a riconoscerci: in esso si deposita, come un’impronta sottile, ciò che siamo davvero. La sua scrittura non è mai neutra: trasfigura le questioni politiche – dal meridionalismo ai nodi ancora irrisolti della Basilicata – infondendo  il pathos e l’anima della vera politica. Non risparmia giudizi: maledice ciò che è corrotto, triviale, ignorante; benedice invece ogni gesto che genera bellezza, visione, fertilità. E non a caso pone la cultura come cardine dello sviluppo. Perché senza cultura, ogni progresso rischia di essere solo un calcolo senz’anima, una terra promessa senz’acqua, un algoritmo che sceglie per noi. Albano è un meridionalista che ha scelto di restare. Non per rassegnazione o per inerzia. Ma per convinzione. Avrebbe potuto andarsene – le occasioni non gli sono mancate – e invece ha deciso di restare qui, tra la sua gente,   per investire: idee, tempo, passione. Chiede a noi, ai nostri figli, ai suoi nipoti, di fare altrettanto. Di credere. Di seminare. Di costruire un umanesimo cristiano, ma anche laico, libero, incarnato. Paolo è uno di quelli che nel profumo della pioggia prima che cada riesce a cogliere il profumo dell’intuizione e la profezia della parola. La lavora, la piega, la innalza. Ne fa uno strumento potente, poetico, capace di scuotere le coscienze. Perché lo sviluppo, senza il lievito di una grande ispirazione, resta sterile. Ci manca allora quell’ossigeno intellettuale e civile che dovrebbe guidare le scelte, orientarle verso la giustizia, la convivenza civile, la comunità. In questo orizzonte, anche il magistero del nuovo Pontefice, Papa Leone XIV, sembra indicare una via: sobrietà, ascolto, prossimità. Una fraternità sociale che non è retorica, ma stile di vita. Un’etica del limite che diventa condizione per la libertà. Un appello a tutti – istituzioni, imprese, cittadini – a rimettere la persona al centro. Non come slogan, ma come prassi quotidiana. Ecco perché Paolo non ha soltanto ragione: ha le parole giuste. Le scolpisce, le affila, le rende memorabili. Quando, per esempio, afferma: «La cultura è garanzia e fonte dell’umanesimo e dello sviluppo. Per la cultura bisogna fare una cosa: creare comunità pensanti. Persone con idee diverse che si confrontano: è da lì che esce il nuovo umanesimo», non lancia uno slogan. Traccia un programma. E, forse, anche una speranza.