DI MARIO SANTORO
La parola ‘concerto’ evoca con immediatezza un insieme di emozioni sempre pronte ad inseguirsi, ad incrociarsi, a fondersi senza tuttavia confondersi, a disporsi in maniera armonica e tale da alimentare, gradualmente e in crescendo, o all’improvviso per impennata rapida, prima di rimodularsi e di consegnarsi al lettore, senza arrendersi del tutto, diversificate sensazioni di benessere e intensi momenti di trepidazione e di eccitazione, grazie al fascio dei pensieri che sono in continua evoluzione e trasformazione.
Ed è quanto accade leggendo il ricco volume di Nella Covella che dona sensazioni a cascata che stimolano l’attenzione del lettore e magari lo spingono alla identificazione, parziale o totale e riescono a catturarlo come sottolinea, con acume e puntualità, la prefatrice Elide Borzani che, giustamente, si sofferma ad analizzare le poesie tutte attraverso la messa in evidenza delle immagini, delle sensazioni, dei sentimenti, delle inferenze, di taluni suoni, delle molte figure retoriche, dei tanti tasselli che si incastrano abilmente,
Va detto che in tutte le poesie si rispecchia l’anima ardente dell’autrice che è ‘vulcano in continua eruzione’ sia quando sembra prediligere gli aspetti della vita comune e della routine quotidiana e si richiama indirettamente ad autori come Giovanni Giudici (e ricominci: i necessari rifiuti / in un sol piatto raccogli, riempi/ il lavandino ove galleggiano sughi,/ affondano fili di pasta, bucce…), sia quando la sua anima si protende verso l’alto, in una sorta di ascensione che tende, a volte, alla vertigine sicché lo spirito sembra involarsi e i versi si fanno leggeri, a tratti impalpabili e tendono alla verticalizzazione, a contrassegnare una sospensione dell’anima, sia ancora quando si apparentano con suoni armoniosi o al contrario, volutamente tendono al romorìo e magari rotolano piano, o addirittura si fanno neniati e rimandano ai cosiddetti ‘canti di culla’ cari a Giuseppe Giusti e non solo.
Il lungo percorso poetico prende l’avvio dal tema della libertà identificata con il “respiro del mare” che rifiuta ogni forma di condizionamento e di imposizione anche se, suo malgrado, sovente è costretta a soggiacere alla prepotenza.
Si tratta di libertà “usque ad” che lega inevitabilmente alla terra d’origine nella dichiarazione aperta di amore per un territorio raccontato nella positività degli elementi e dunque, finalmente, nel rifiuto di certa poesia che cede al piagnisteo con i suoi dirupi e le terre desolate, e nella riproposizione di ulivi che hanno “mormorii/ di lontane maschere” e nei cieli dove “domina il falco con le sue ai libere”.
E l’immagine straordinaria rimanda, per vagezza ed eleganza all’aquila carducciana ‘digradante nel suo nero volo solenne’.
La bellezza, talora anche maestosa di certe zone lussureggianti, è ben messa in evidenza e dona alla poetessa una sensazione di benessere e di appagamento, coi profumi che sprigionano e creano situazioni straordinarie che richiamano alla mente ricordi: “C’è aroma di incenso questa sera,/ sento una canzone di mare,/ mi porta rcordi, con la punta/ delle dita sfiora l’anima”.
E accade che la mente lasci liberi i pensieri o li convogli su dati di certezze come la casa vecchia, magari quella dell’infanzia o della prima fanciullezza o, in altre circostanze, li costringa a certe “scalinate strette”, agli “occhi verdi delle colline” o ancora a “seni gonfi a primavera / e al vento caldo delle notti estive”.
E va da sé che dietro e dentro ognuno dei richiami suddetti, ci sono rimandi, docezze incomparabili, sensazioni forti, sentimenti gradevoli, veli di malinconie, che si fanno struggenti, e magari anche qualche momento di rimpianto sulla linea del profumo antico delle ‘rose non colte’.
Si tratta di un mondo lontano nel tempo che torna alla mente, ora come valanga nell’inevitabile franamento, ora per flash, per lampi improvvisi con visioni nitide come quella delle “Donne del Sud testarde e ostinate” capaci di conservare “memorie di antiche paure” e di conoscere “il coraggio come destino” e “non fanno rumore/ passano silenziose come nubi nel sereno”.
E tornano ugualmente alla mente gli affetti familiari.
Il legame con la madre si ripresenta per momenti particolari come un viaggio “insieme senza valigie/incontro alla vita” e ripropone il piacere di cercare ancora “un incavo nello spazio/ a forma di utero caldo”.
Dalla madre alla tenerezza della nonna nella lettera quasi a chiedere ancora il suo immancabile e generoso sostegno per le cose da intraprendere: “Lasciami appoggiare a te,/alla tua freschezza”.
E i ricordi si snodano leggeri, teneri, delicati, sempre sul velo di una linea di malinconia, a tratti anche un tantino mielosa e con sempre sotteso e resistenteun filo di speranza: “Fuochi di vita nuova / racconteranno/ la favola più bella/ dove nascosta è la felicità”.
Che poi, a saper cercare bene, non risulterebbe neppure tanto nascosta se talvolta l’uomo non mostrasse tutta la sua cecità.
E allora l’autrice sa per certo che potrà tornare a camminare “a piedi nudi sull’erba” e potrà sperimentare ancora “un sentimento dolce” capace di scavare “lauti tremori”e assaporerà tutto intero il ritorno della primavera con il “deciso vorticare delle rondini” e respirerà, come un tempo, “la freschezza del mattino” e darà la stura ai tanti “pensieri adagiati sul cuscino” e con sempre una certezza immutata: “Ricorda, io sono lì con te sempre/ a un millimetro dal tuo cuore”.
Ed è ancora l’amore a trionfare nel suo eterno riproporsi fin quasi all’esagerazione: “Ebbra dei nostri incanti/ soffocherò il rogo con le mie mani,/e accudirò la cenere per farti vivere/ per sempre”.
Ed è amore ‘usque ad’,dunque!
Con questa certezza i versi si irrobustiscono e fondano su parole che sono pietre angolari, a volte capaci di ancorare finanche il senso del tempo che passa irrimediabilmente-fugit irreparabile tempus- ma senza la malinconia dolorosa e soprattutto senza rimpianto nella constatazione di ciò che è stato nel rimando a “Rami ricolmi di frutta” che “toccano un cielo/lento di chiaroscuri”.
E verrebbe da pensare più ad elementi negativi che positivi ma non è propriamente così perché “puntuale come un segna libro/ il ragno cerca tra le foglie/ la mia tristezza” tra “pampini rossi/ carichi di preghiera”.
Accade così ed è facile immaginare che, se anche “non cantano più i galli delle banderuole” e a tratti “cigolano anonimi nel vento di novembre/come carillon di note sghangherate” sempre, incrollabile, nell’anima è la convinzione fondata che “tornino i violini/ di primavera/ a frantumare questo tempo immobile/ pesante di autunno.
Dunque non viene mai meno la speranza che sempre si cela nelle pieghe dell’anima di Nella e viene fuori con il Natale che è festa di amore certo ma soprattutto di fiducia e di prospettive tanto che l’autrice può sorprendentemente affermare: “E’ scandaloso il tuo amore/ Dio bambino,/ verrai nuovamente sulla terra/ a cancellare il dolore”.
E tornano tanti elementi con chiara funzione simbolica come la pioggia a tambureggiare “sui tetti, sui vetri, sulle foglie”.
Che poi si tratti della ‘pioggerellina di marzo, che picchia argentina’ come scrive Angiolo Silvio Novaro e porta con sé la promessa della primavera, o che si tratti di pioggia temporalesca come narra Govoni: ‘Batte la pioggia il grigio borgo, lava/la faccia della casa senza posa,/ schiuma a pié delle gronde come bava…” o di pioggia invernale sonnolenta, non ha molta importanza se ci si ha a protezione “il nido caldo della casa” e nel cuore è sempre presente la voglia di tornare ad amarsi davvero, ad accucciarsi nel bene anche quando la vita appare, per ragioni misteriose e strane, che magari non si vogliono nemmeno scoprire, come “un miagolare disperato” nel “sudario di noia” come accade nel rigore invernale che “accartoccia i giorni senza luce”, anche se, per fortuna e in funzione salvifica, “nel taccuino dell’anima vive / una strepitosa primavera.
Ed è proprio la stagione che apre alla luce e che risulta “dono piovuto dal cielo”, a tornare altrove a riproporre il senso della vita e a regalare alla terra i ‘brividi verdi’ pavesiani.
Certo, a tratti e solo mmentaneamente, alla mente di Nella riaffiorano certi lunghi momenti di grigiore e di smarrimento dovuti a fenomeni non facilmente decodificabili come la tristemente nota ‘pandemia’ con i “tanti muti disagi/ nel silenzio delle strade” e con un profondo senso di inquietudine che tuttavia non cancella i propositi e le speranze: “Fuochi di vita nuova / racconteranno/ la favola più bella/ dove nascosta è la felicità” che magari consisterà nelle cose piccole come poter ritornare a camminare “a piedi nudi”o ad ammirare, con il naso all’insù il “deciso vorticare delle rondini” e diventare ciarlieri con esse.
A tratti la poesia tende a farsi comunione intima e colloquiale e ricrea atmosfere dolci e sognanti, carezzevoli ed acquietanti, come nell’invito sereno e palpitante :
“Sosta nel mio nido,
per te avrò foglie sempreverdi
macchiate di sole,
orizzonti dorati,
e orge di tempo consumate insieme”.
E appare chiaro nell’invito la certezza del non rifiuto anche se la poetessa si affretta a rassicurare il non tanto ipotetico e fortunato invitato:
“Non ti pentirai di avermi ascoltata”.
E nella chiusa c’è la ragione di tanta certezza:
“Fioriranno i ciliegi
nei profumi buoni
della nuova stagione
e noi come novelle rondini,
nei gorghi dell’anima
troveremo la rotta”
E per la verità chi legge sente che la rotta non è mai stata messa in discussione.
Il lavoro di Nella Covella è una sorta di viaggio senza fine anche perché, terminata la lettura, si ha voglia di ricominciare e di soffermarsi su taluni dettagli che aprono varchi a nuovi percorsi possibili per tornare inevitabilmente alla chiusa che davvero risulta essere una preghiera di quelle che contano e che sono lode alla vita e al Signore di tutte le cose senza chiedere altro, nemmeno, forse più le parole ma
“le carezze di un vento leggero
a ristorare il cuore”
E sono le stesse carezze che desidera il lettore.