NICCOLO’, URBANO, BERGOGLIO

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by IVAN LAROTONDA

 

 Un tempo si raccontavano gli eventi passati come ammaestramento per il futuro. Era un insegnamento, d’altronde Cicerone diceva che la storia è magistra vitae. E i giovani, non ancora rimbambiti da telefonini e p.c. vari, non vedevano l’ora di ultimare le, pur parche, cene per ascoltare i racconti degli anziani che, come aedi, narravano dinanzi al fuoco patriarcale le vicende: loro, dei padri e di chi li aveva preceduti, a volte di svariati secoli. In esse si mischiavano anche leggende richiamanti ad antichi culti e riti che fondevano, in un ancestrale passato, sobrie vicende Cristiane e satiresche usanze, non del tutto estirpate, del mondo pagano. Pur servendomi di questo strumento e purtroppo non potendo, per evitare colpi di sonno in chi legge, dilungarmi in eccesso, vedrò di compendiare un racconto legato alla terra lucana. Erano passati 1059 anni da quando la Vergine si sgravò mettendo al mondo il Salvatore, (perdonatemi gli echi danteschi), quando il suo centocinquantacinquesimo vicario, Papa Niccolò II, venne a Melfi per indire e presiedere a un concilio. Dal punto di vista prettamente politico, questo concilio rappresenta il più importante per le sorti future dell’Italia e dell’intera Europa. Però, dato che si svolse a Melfi, è stato arbitrariamente lasciato cadere nell’oblio, (perché, come insegnano nei licei e gli atenei di tutta Italia, in Basilicata non è successo mai niente e non deve succedere niente!). Comunque, tornando ai fatti, in questo concilio il pontefice romano concluse un alleanza militare con i migliori alleati del tempo, i temutissimi normanni. Sul come questi guerrieri siano giunti nel cuore del meridione italiano, non è argomento sviluppabile in questo contesto, ma è tuttavia una storia affascinante che purtroppo vede, ancora oggi, pochi volumi sull’argomento. Si può dire, della loro indole che, come tutti i figli di quel popolo, erano predoni nati. Però l’essere dei razziatori non gli impediva certo di nutrire ambizioni maggiori, come ad esempio diventare colonizzatori e dominatori, tramite Rollone, il primo duca normanno di una vasta parte del regno di Francia. Ovviamente il trascorrere delle generazioni faceva giungere in queste terre, che furono chiamate da allora in poi Normandia, sempre più avventurieri, mercanti, agricoltori, ma tutti indistintamente eccellenti, ma spesso spiantati, guerrieri. Disprezzati dai loro compatrioti delle terre d’origine, perché figli di madri franche, nutrirono nuove ambizioni, che li spingevano nelle terre assolate del meridione, dove si raccontava di fiumi di latte e miele. Scesi dunque nel mediterraneo, attirati dai compensi sempre maggiori servirono, come mercenari, i signori locali: longobardi e bizantini, che a quel tempo si contendevano i territori a Sud di Roma. La lotta, durata secoli, aveva fortemente indebolito queste genti che alla fine i normanni, stanchi di parteggiare ora per uno ora per l’altro di questi esausti rivali, iniziarono a progettare la conquista del meridione a spese di entrambi. Ma serviva, per questo scopo, un’ investitura da parte almeno di una delle due grandi realtà politiche del tempo, ossia l’Impero Sacro e Romano ed il Papato. Grande fu dunque l’intuizione di Papa Niccolò II quando decise di stabilire proprio a Melfi, caposaldo dell’espansione normanna, la sede del concilio. Fu qui che, come usa dirsi, si sedette al tavolo con i capi normanni Riccardo di Aversa e Roberto il Guiscardo, liquidando il primo, appartenente alla casata dei Drengot, con la contea di Capua, e concedendo in feudo a quest’ultimo, all’Altavilla, tutti i territori che avrebbe strappato a Costantinopoli: la Puglia, la Calabria e parte della Lucania ancora sotto controllo delle truppe bizantine, invitandolo anche a invadere la Sicilia, ancora in mano agli emirati mussulmani. Non tralasciando che soprattutto a occidente, nel Sannio e in Campania, ormai le conquiste degli Altavilla erano sempre più consolidate. Lo stesso Ducato di Benevento, eccezion fatta per la capitale, patrimonio di S. Pietro, era già proprietà normanna. In pratica a Melfi si posero le basi del futuro Regno delle due Sicilie, ma, ovviamente, ad un Papa non poteva interessare solo l’aspetto politico, anzi, sua prerogativa era ed è ancora, la cura delle anime. Il punto è che purtroppo in Occidente mancò, per molti secoli, un solido potere temporale, (con un gioco di parole si potrebbe dire che il disordine è stato sempre all’ordine del giorno), ed allora, anche “ob torto collo”, i papi succedutisi dopo il crollo dell’Impero Romano, hanno dovuto sopperire a questa mancanza, dando vita a quello che volgarmente e sprezzantemente viene nominato cesaropapismo. Ma, dicevamo degli aspetti spirituali, che finirono con l’assumere una forte valenza politica. Infatti, durante il concilio che si tenne dal 3 al 25 agosto, il giorno 13 del suddetto mese, il pontefice si recò, scortato dai valorosi cavalieri normanni del Guiscardo, fin sulla grotta di S. Michele, che si affaccia come un terrazzo sul più piccolo dei due laghi vulcanici, nel cuore del monte Vulture. Qui consacrò al culto del potente arcangelo l’edicola che lo rappresenta, costruita da maestranze bizantine, mettendolo in competizione col vero, primo culto micaelico nel meridione, quello sul Gargano. Il punto è che, a quel tempo, questi territori erano soggetti ancora al dominio bizantino, con questo atto si volle dare una precisa direttiva politica. Il Papa ambiva ad ottenere l’aiuto del Principe degli Angeli nell’impresa che attendeva i suoi nuovi fedeli armati di spadoni e speroni. Inoltre, era proprio nei pressi del Gargano, a Civitate sul Fortore, che gli stessi normanni avevano punito, pochi anni prima, nel 1054, la superbia di Leone IX che li aveva sfidati alleandosi con i due imperi romani, quello germanico e quello bizantino, entrambi sconfitti dalla velocità e potenza delle cariche di cavalleria normanna degli Altavilla. L’anno dopo la pesante sconfitta militare del papato, soggiunse il grave scisma tra il mondo greco e quello latino, (che divide la cristianità ancora oggi), che la battaglia del Fortore c’entri qualcosa nello scisma è fuor di dubbio. L’operato di Niccolò è stato colossale e soprattutto degno del migliore dei diplomatici, si vanta il Metternich del congresso di Vienna, ma è da considerare un dilettante al confronto con questo pontefice. Niccolò II seppe vedere negli sconvolgimenti politici delle nostre terre che, per ragioni geografiche, erano al centro del mondo che contava all’epoca, il modo per uscirne fuori. Nelle intenzioni e nei fatti operò per portare pace nel meridione, pace che a quei tempi voleva dire ordine, che si ottiene anche con gli strumenti più spregiudicati, quali potevano essere quei neofiti del cristianesimo provenienti dalle terre iperboree. Il Sud Italia era così strategico per il papato e l’intera civiltà latina che necessitava di una sua forte unità amministrativa e Niccolò II l’aveva capito. Non si poteva pretendere di governare questi luoghi, così esposti al vicino greco o islamico, tramite una serie di piccoli principati e contee. Figurarsi se si poteva tollerare la nascita dei comuni. Purtroppo per la gente del Sud questa libertà non era possibile. Una realtà di autogoverno popolare, o financo oligarchico sul modello senese o fiorentino, sarebbe stata fagocitata da potenti vicini. Nel settentrione, al contrario, l’indebolimento del Sacro Romano Impero facilitò l’autonomia dei comuni, ma al di fuori dell’ombrello politico e militare che forniva l’Impero, non c’era nient’altro. Quaggiù era tutta un’altra storia, e difatti l’opera politica tesa a creare il grande regno del Sud, era così vasta che furono necessarie più di una generazione, solo per unificare cacciando i nemici esterni! Si necessitava di un altro grande pontefice. Urbano II. Anch’egli scese a Melfi, nel 1089, indicendovi un altro concilio nel quale chiudeva, in buona sostanza, il discorso aperto con la prima generazione degli Altavilla. E difatti il pontefice, nella frescura del castello di Melfi, confermò come duca di una Puglia e Calabria, ormai conquistate del tutto, il figlio del Guiscardo, Ruggero Borsa. E confermò anche nei loro domini le terre che i fratelli Altavilla, Roberto e Ruggiero, stavano progressivamente strappando agli arabi. Inizialmente affiancato dal Guiscardo, Ruggero riceve dal fratello l’investitura a Conte di Sicilia, battendo gli arabi, (Cerami nel 1063 e Misilmeri nel 1068 valgono su tutte), sempre in una imbarazzante inferiorità numerica! E dopo la resa di Bari, ultimo lembo bizantino in Italia, ottenuta da Ruggero Borsa, costui potrà inviare, al padre e lo zio, altri cavalieri grazie ai quali verranno ancora, ripetutamente, sconfitte le rimanenti forze islamiche. E finalmente i “beni isfar”, i figli dei biondi, come venivano definiti questi guerrieri nordici dagli scrittori arabi, entrarono in Palermo, nel Gennaio del 1072. Per la conquista definitiva però si dovette attendere altri anni perché avvenne, definitivamente, solo nel 1091 dopo trent’anni di guerra! Dopo i quali i normanni erano ormai pronti per il grande obiettivo, attaccare l’Oriente, Gerusalemme. Quest’ultima grande impresa ebbe i suoi prodromi proprio nel terzo concilio melfitano, (quando i domini arabi di Sicilia erano ormai ridotti a pochi lembi territoriali). Ipotizzando l’espansione del mondo latino anche nelle terre orientali, al concilio si presentarono, rispettando la papale tregua di Dio, svariati principi normanni, tra cui un altro figlio del Guiscardo, Boemondo, che avrà un peso notevole nella prima crociata, divenendo principe di Antiochia, (la splendida città, già sede della prima grande comunità cristiana), dopo la sua conquista, avvenuta nel 1098, al termine di un difficoltoso assedio contornato da epici scontri, anche duelli, tra cavalieri cristiani e mussulmani. Le considerazioni che si possono ricavare riguardo a questi lontani eventi sono molteplici. Quello che voglio mettere in risalto, nell’operato svolto da questi due papi e i normanni, è il cambiamento radicale della società meridionale. Non vi è stato infatti, un solo e semplice cambio di regime. La conquista del meridione, la sua unificazione, ha rappresentato anche l’inizio del rientro in orbita latina dell’intero mezzogiorno d’Italia, che prima della discesa dei normanni, era più simile a un luogo mediorientale. Molte erano le comunità ebraiche, il rito cristiano più praticato era quello in lingua greca, (anche se al tempo le chiese, costantinopolitana e romana erano unite), solo le aree longobarde erano latinizzate, ma arroccate, quasi in esilio, sugli asperrimi monti appenninici. Non dimenticando la presenza islamica, ingerente e tremenda, ben oltre le terre sicule, come ebbero modo di saggiare gli abitanti di Venosa, sterminati nell’842 da una incursione saracena. Questa era la realtà a sud del Volturno, quando iniziò il recupero alla romanità, delle terre lasciate il balìa di mondi sempre più estranei, (quello bizantino), e ostili dapprincipio, (l’islam). In questo caotico luogo, i due papi dei più importanti concili melfitani, riuscirono a operare il radicale cambiamento, (e in un tempo decisamente minore rispetto alla, sbandierata e mai attuata, soluzione della questione meridionale della nostra età repubblicana). La ri-latinizzazione procedette insediando una rete di monasteri della regola di S. benedetto. Un esempio è proprio legato a Monticchio nel Vulture, da cui furono scalzati i basiliani, greci e fedeli all’imperatore di Costantinopoli, insediando al loro posto i benedettini. Abilissimi costruttori, questi monaci innalzarono l’ardita abbazia e di simili meraviglie architettoniche ne disseminarono tutti i luoghi dove misero piede, sempre abilmente difesi dagli scudi a mandorla dei normanni. Questo venne fuori dall’unione tra la spada normanna e la legge ecclesiastica. L’esausto mondo europeo aveva bisogno di nuove forze, affinchè la cultura classica potesse salvarsi e risorgere, della quale la Chiesa restò erede, nei travagliati secoli delle età buie fatti di migrazioni di popoli e eserciti. La saggezza di chi sedeva alla cattedra di Pietro seppe trarre sempre, o quasi, il meglio dalle genti che arrivavano in questa parte di mondo. Purchè si mantenesse il fulcro della civiltà romana e cristiana. Bizantini, franchi, tedeschi e in ultimo i normanni, furono sapientemente utilizzati dai papi per mantenere vivo il mondo che si era costituito all’indomani dell’editto di tolleranza costantiniano del 312 d.C. L’essere permane sotto le forme del divenire, diceva Empedocle. E questo sforzo, consistente nel non perdere l’identità, è stato premiato, almeno fino ad oggi. Guerrieri feroci hanno permesso che ancora, dalle nostre parti, si potesse avere un mondo in continuità con quello pitagorico, romano, cristiano, sfocianti in ciò che siamo ora, repubblicani e democratici. Non credo proprio infatti che senza il continuo “ammaestramento” papale, durato tutti questi secoli, saremmo riusciti a creare il mondo della libertà. Di questo dovrebbe rendersi conto Bergoglio, che invece si comporta come Leone IX. Cerca alleati negli immigrati islamici, (nella stragrande maggioranza dei casi, semplici clandestini inviati qui da potenti organizzazioni facenti capo a miliardari), e propugna, tramite questi, la nascita di un mondo nuovo, dove però non resterà l’essere cattolico-romano. Di sicuro, si affermerà l’assolutismo orientale.

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Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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