NON DIMENTICHIAMO IL CORAGGIO DI PETER, IL “VELOCISTA FANTASMA” DI MEXICO CITY AL QUALE DISTRUSSERO CARRIERA E VITA

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Leonardo Pisani

Leonardo Pisani

“Sono un sostenitore dei diritti umani e sono contro la politica sull’immigrazione praticata nel mio paese”: quella politica aveva un nome eloquente, White Australia. Peter regalò anche un consiglio spicciolo, legato alla necessità: “Avete solo un paio di guanti? Bene, mettetene uno a testa”. A Tommie toccò il destro, a John il sinistro.

Possiamo chiamarlo il “velocista fantasma” perchè nell’immaginario collettivo è una presenza che non si vede…27 Di Peter, uomo coraggioso, quasi nessuno si ricorda, eppure pagò le conseguenze maggiori di quella protesta a Mexico City; di Peter e delle sue lotte contro le discriminazioni, nessuno ne parla o quasi eppure pagò le conseguenze maggiori di quella protesta a Mexico City. A tanti, a troppi anzi quasi a tutti, sembra che su quel podio Peter stoni, rompa l’armonia, eppure pagò le conseguenze maggiori di quella protesta a Mexico City. Figlio di un operaio che per permettere di poter allenarsi gli comprò un paio di scarpette usate, il piccolo le indosso e divenne ben presto il migliore.  Peter era veloce, velocissimo, alle Olimpiadi di Città del Messico arrivò secondo nei 200 metri, eppure se si guarda bene la foto della premiazione non esulta, lo sguardo è freddo. Non è assente, anzi è partecipe assieme ai due rivali solo nella competizione che alzano un pugno da nere pantere verso il cielo di Mexico City. 

Peter è ancora oggi dimenticato nell’immaginario collettivo, anzi  ora che per la protesta contro il razzismo, ogni tipo di razzismo sta simbolicamente  adottando l’inginocchiarsi del “Black lives matter” , lui, l’atleta australiano che fu ghettizzato e  di fatto  distrutto nella sua carriera per espressa volontà del Governo  e della Federazione atletica australiana, è ancora oggi ghettizzato e estromesso dal ricordo di quella epica protesta sotto il cielo del Mexico, eppure pagò le conseguenze maggiori di quella protesta a Mexico City Peter  Norman, il piè veloce della terra dei canguri è morto solo, era già stato dimenticato quando la “Gran livellatrice” lo vene a cogliere prematuramente, ormai distrutto dalla depressione e dall’alcool, era il 3 ottobre 2006, ma ai suoi funerali i due amici afroamericani  John e Tommy volevano esserci e sono volati a  Melbourne, per onorare e portare sulle spalle il feretro di colui che fu rivale, amico e solidale nella più eclatante protesta mai fatta nei Giochi Olimpici, anzi per la portata, nel mondo dello sport. Non fu un semplice gesto simbolico, perché rovinò la vita ai tre: i due afroamericani e quel bianco australiano che era già notorio e mal sopportato in Australia perché invece che pensare solo a correre, protestava contro le discriminazioni agli aborigeni.

Peter Norman è il terzo escluso di quella epica protesta a Mexico City, eppure grazie a lui ebbe quelle scenografia, anche lui partecipò indossando la coccarda del  movimento denominato Olympic Project for Human Rights (Progetto Olimpico per i Diritti Umani). Ma ritorniamo a quel caldo giorno a Mexico City, anzi era anche caldo il clima sociale, era il 68: Sei mesi prima a Memphis era stato assassinato Martin Luther King, poi a  Los Angeles fu assassinato  Robert Kennedy. Il Vietnam bruciava ancora , ci fu la primavera di Praga, la guerra civile e la carestia in Biafra con migliaia di morti per fame, le impiccagioni di neri in Rhodesia e in Sudafrica ed in Francia si propagava nel mondo.  Anche la XIX Olimpiade iniziò con il sangue, Il 2 ottobre 1968, dieci giorni prima dell’apertura dei Giochi, nella Piazza delle Tre Culture a Città del Messico un gruppo di studenti manifestò pacificamente per protestare la grossa spesa sostenuta dal presidente Gustavo Diaz Ordaz per costruire gli impianti per gli imminenti Giochi Olimpici. I soldati, non si sa se per ordine diretto del presidente, iniziarono a sparare ad altezza d’uomo. Fu una strage: non venne mai reso noto il numero dei morti, secondo alcuni forse furono addirittura qualche centinaio.

Alcuni giornalisti erano già presenti sul posto, per cui notizie e immagini del massacro non tardarono a fare il giro del mondo e contribuirono all’idea di dover disputare questa edizione dei Giochi in un’altra sede, diversa da Città del Messico  Il presidente del Cio l’americano conservatore Avery Brundage, si adoperò perché il programma olimpico seguisse il suo corso regolare, come se il fatto non fosse accaduto. Durante la cerimonia di apertura, gli studenti fecero volare un uccello e un aquilone a forma di colomba nera, sopra il palco presidenziale, come una protesta silenziosa per la repressione.

In sintesi fu steso una sorta di “velo pietoso” sulla strage di Tlatelolco, per fa sì che i ben più importanti Giochi Olimpici potessero offuscare questo crudele massacro. Sono ricordate come le Olimpiadi in cui per  la prima volta l’ultimo tedoforo fu una donna, la messicana Enriquete Basilio Sotelo, del volo di Bob Beamond, della nascita del fenomeno George Foreman, del geniale  Dick  Fosbury  che vince oro con un innovativo stile di salto assolutamente inedito che rivoluzionerà il salto in alto, delle acrobazie del tuffatore italiano Klaus Dibiasi che vince un oro dalla piattaforma 10m. e un argento dal trampolino 3m.

Ma le Olimpiadi messicane entreranno nell’immaginario collettivo per una protesta semplice, ma che fece scandalo e scalpore il 16 ottobre alla premiazione dei 200 metri piani. Ancora oggi le foto girano il mondo, i pugni alzati del saluto del  Black Power, la protesta contro il razzismo verso gli afroamericani, contro una  segregazione razziale che non esisteva  per le leggi ma di fatto esisteva  ancora nella società. Di solito sono sempre citati due protagonisti, i due afroamericani Tommie “Jet” Smith e John Carlos  mentre in realtà i protagonisti sono tutti e tre i premiati, anche l’australiano Peter Norman , secondo classificato prese parte alla protesta.

Dopo la gara, dove  Jet Smith  mise il record del mondo, primo uomo al mondo ad aver corso i 200 metri piani  in meno di 20 secondi-  il record mondiale sarebbe rimasto imbattuto per 11 anni, finché nel 1979 Pietro Mennea non conquistò, sempre a Città del Messico il nuovo record con il tempo di 19″72 (che a sua volta rimase imbattuto per 17 anni fino al 1996)- .Norman si  avvicinò ai due americani che stavano  parlando vivacemente tra loro,  avevano un  paio di guanti in mano, comprati dalla moglie di Smith.  Carlos  avvertì l’australiano della loro idea, chiedendogli  se avesse  una spilla col simbolo del loro Progetto olimpico per i diritti umani. Norman  faceva parte  dell’Esercito della salvezza, un’organizzazione della Chiesa cristiana mondiale, e d in Australia  aveva vissuto e condannato  la discriminazione razziale nei confronti degli aborigeni. Fu proprio  lui a  consigliare i due americani di dividersi i guanti, uno per uno .E con  meraviglia degli ex avversari si appuntò la loro spilla del Olympic Project for Human Rights   sul petto,rendendo ancora più dirompente la protesta in mondovisione.

“Quel giorno diventammo fratelli”, raccontò 25 anni dopo Carlos quando i tre si rincontrarono per la prima volta. Norman fu duramente ripreso dai dirigenti australiani e  ne pagò la sua carriera, infatti alle Olimpiadi di  Montreal non fu convocato nonostante avesse  diritto per le sue prestazioni atletiche. Quella premiazione divenne un’icona Mondiale:   Smith alzò  pugno destro mentre Carlos il sinistro, senza scarpette con i piedi nudi avvolti nei calzini neri ad indicare la  povertà in cui versavano i neri americani . Testa piegata mentre risuonava America a ricordare  coloro  perso la vita per la libertà. Smith disse più tardi a chi lo intervistò che il suo pugno destro, dritto nell’aria, rappresentava il potere nero in America, mentre il pugno sinistro di Carlos rappresentava l’unità dell’America nera. Il pubblico fischiò, applaudì, gridò: in pochi però compresero che stava succedendo.  Smith e Carlos la pagarono duramente, Comitato olimpico internazionale immediatamente prese provvedimenti, i due furono sospesi dalla squadra americana ed espulsi dal villaggio olimpico, accusati di aver ricevuto soldi sottobanco. Tornati in Usa,  ricevettero pacchi pieni di  sterco e minacce di morte dal Ku Klux Klan,. Non era finita, cercarono di distruggere le loro vite:  ritirarono le medaglie , persero il sostentamento economico infatti. L’esercito cacciò Smith per ‘attività anti-americane, giocò con successo nel football americano poi divenne coach per l’atletica al  Oberlin College in Ohio, dove fu anche insegnante di sociologia,  attività continuata al  Santa Monica College in California. Carlos, dopo una breve esperienza nel football americano in Usa e Canada e dopo un infortunio al ginocchio  si ridusse a fare il buttafuori nei locali. Dal 1985 invece è supervisore ed allenatore  alla Palm Springs High School in California. Norman  fu costretto a terminare la sua carriera,::enne violentemente condannato dai media australiani per quanto fatto durante la cerimonia di premiazione a Città del Messico e continuamente boicottato dai responsabili sportivi australiani. Qualificatosi per 100 e 200 metri per i Giochi olimpici di Monaco di Baviera 1972, ne venne escluso. L’Australia non inviò nemmeno un velocista a questa edizione dei Giochi. Terminata l’attività agonistica, Norman si è impegnato nel campo dei diritti civili ma non ha abbandonato il mondo dell’atletica, ma continuò a pagare per la protesta: non venne poi coinvolto nell’organizzazione dei Giochi olimpici di Sydney del 2000 e neppure invitato a presenziare nonostante fosse il più grande velocista australiano di tutti i tempi. La sua figura, la sua partecipazione olimpica a Città del Messico nel 1968 ed il suo coraggioso appoggio all’Olympic Project for Human Rights con Tommie Smith e John Carlos sono ricordati nel film-documentario Salute diretto dal nipote Matt Norman.  è morto a Melbourne all’età di 64 anni a causa di un infarto. La federazione statunitense di atletica leggera ha proclamato il 9 ottobre, data del suo funerale nel 2006, Peter Norman Day. Smith e Carlos hanno salutato per l’ultima volta il loro amico al suo funerale sorreggendone la bara. Nel 2005, nel campus della San Jose State University, è stata eretta una statua raffigurante Smith e Carlos durante la famosa cerimonia di premiazione olimpica. Tommie Smith disse: “Ha sofferto fino al giorno della sua morte”.

La sua memoria e la sua figura su riabilitata solo nel 2012, quando il Parlamento australiano ha approvato una tardiva dichiarazione per scusarsi con Peter Norman , riconoscendo inoltre il suo coraggio nell’indossare il simbolo del Progetto Olimpico per i Diritti umani sul podio, in solidarietà con Tommie Smith e John Carlos, e riabilitarlo alla storia con queste parole: 1) riconosce lo straordinario risultato atletico di Peter Norman, che vinse la medaglia d’argento nella gara dei 200 metri piani ai giochi Olimpici di Città del Messico del 1968, in un tempo di 20.06, ancora oggi record australiano;
2) riconosce il coraggio di Peter Norman nell’indossare sul podio uno stemma del “Progetto Olimpico per i Diritti Umani”, in solidarietà con gli atleti afro-americani Tommie Smith e John Carlos, che effettuarono il saluto di “potere nero”; 3) si scusa con Peter Norman per non averlo mandato ai Giochi di Monaco 1972, nonostante si fosse qualificato ripetutamente; e 4) riconosce tardivamente il significativo ruolo che Peter Norman ebbe nel promuovere l’uguaglianza ». Il  giornalista di Avvenire Alberto Caprotti   scrisse Quando gli chiesi se provava più odio o desiderio di perdono per chi gli aveva rovinato la vita e la carriera, Norman non mi rispose. Ma mi disse la frase d’amore più bella che si possa pensare: «Sono sempre stato un uomo libero: poter decidere se odiare o perdonare è stata comunque una grande libertà…». È morto solo. Ma John Carlos e Tommy Smith il 6 ottobre 2006 hanno voluto esserci. E portare in spalla la sua bara di legno marrone scuro. L’unico modo che avevano per dirgli grazie per l’ultima volta. Peter Norman, due anni prima, era venuto a Sydney per vedere la finale dei 200 metri. Ospite di nessuno, si era pagato il biglietto come un uomo qualunque”.

50 anni dopo quella storica giornata, anche la Federazione di Atletica Leggera australiana e il governo dello stato di hanno rimediato, onorando la memoria di Peter Norman con una statua e, con un giorno, il 9 ottobre, che porterà il suo nome, e con un premio a sfondo umanitario.  La statua  dello scultore Louis Laumen è stata posta nell’ Albert Park presso lo  Lakeside Stadium  di Melbourne. Alla cerimonia erano presenti il suo allenatore  Neville Sillitoe, sua madre  Thelma e la figlia  Janita.

“Quella sera, in Messico, mi aspettavo di vedere della paura nei suoi occhi, ma non ho visto altro che amore. non ha mai abbassato la testa né voltato le spalle. Peter non ha alzato il pugno ma ci ha teso la mano. Raccontate ai vostri bambini la storia di Peter Norman. ”. (Carlos Smith)  

“Peter Norman, l’uomo che pensava fosse impossibile avere torto facendo ciò che gli sembrava giusto. La sua eredità è una montagna. Inchinatevi a questa montagna”. (Tommie Smith)

A Sydney, l’anziana leggenda dei 400 metri Edwin Moses,  si avvicinò a Peter Norman con le lacrime agli occhi: “Per me è un onore incontrarla. È uno dei più grandi onori della mia vita. Peter Norman è un eroe per me”.

 

 

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