Ovunque le vie
di quel luogo bellissimo
invitavano
l’osservazione del dettaglio…
Le cime
si ammantavano di neve
dove l’uccello,
figlio delle vertigini,
sfidava e fendeva
venti gelidi e antichi.
Terre, dove il battaglio
dettava i tempi
e le acque dei fiumi
l’indizio di stagioni.
L’uomo seppe evitare
grovigli impantanati
percorrendo serre
dai rilievi panoramici
di natura selvaggia,
con rupi narranti storie
di chi, nel luogo
si avventurava al viverci.
Terre, dove i legami affettivi
tra gli uomini,
sancivano la sicurezza
data dalla misericordia
che ognuno porgeva,
sapendo che un giorno,
sicuramente ne trarrebbe beneficio,
se non lui, certamente,
ne godrebbero i suoi figlioli.
Terre, non buone nè cattive,
fatte di purezza, insegnavano
a fare oggi il necessario,
e non rimandare al domani:
che saggezza atavica !
I bambini, imparavano
senza sapere di scuola,
osservavando il ragno
tessere e poi predare.
Venne loro raccontato,
di animali rapaci,
dell’agnello indifeso,
da difendere, proteggere.
Ed i bambini, fieri,
solennemente annuivano:
contenti di sapere,
di essere investiti dagli adulti
a responsabilità grandi,
che in fondo attendevano:
quelle esperienze
che avevano sapore di orgoglio,
che dava loro il piacere
di sentirsi già adulti.
Là, nella terra lucana…
Dove la sera,
non aveva bisogno di sforzi di candele…
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Metafora per indicare un tramontare malinconico di questa terra, dove la contaminazione, distruttiva viene occultata in tutti i modi a discapito di moltitudini danneggiate come…
L’acqua , il suolo ed il sottosuolo, l’aria che respiriamo. Fattori che inducono allo spopolamento, all’abbandono, ad una rabbia controllata, ma che agita veemente il desiderio di vendetta, per condizioni che non avrebbero dovute verificarsi, in quanto la natura, gli uomini, meritano rispetto e verità.
by domenico friolo
