OMAGGIO A LUCIO BATTISTI: AL TEATRO STABILE DI POTENZA “MY GENERATION” DI GIANFRANCO BLASI OSPITE DEL CANTATTORE CRISTIAN LEVANTACI

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Leonardo Pisani

Leonardo Pisani

I Mitici anni 60, anche 70 e perché no, ancora attuali, perché i ricordi entrano e restano in un inconscio collettivo e la musica è un linguaggio universale, che va oltre le melodie e i ritmi. Le sette note parlano una unica lingua che nelle sue variazioni Sincroniche e diacroniche resta sempre se stessa. Poi quando si amalgama il ritmo musicale al ritmo della parole, la metrica dei fonemi alla metrica  dei bemolle, nasce una sintassi di arte che rende difficile stabilire se è poesia oppure canzoni. Ricordate Bennato nell’estate  del 1980, tra una Olimpiadi di Mosca e un ferragosto semmai la mare con il suo successo “Sono solo canzonette”. Ironico e  dissacrante ma profetico, perchè ormai la canzone di autore di studia anche nelle Accademie e nelle Università. Per questo vi invito a leggere un libro, tra romanzo e saggio.  Quel raffinato connubio tra musica e parole, tra compositore e autore, tra cantante e poeta è rappresentato da Lucio Battisti e Mogol. Il libro che vi consiglio di leggere è My generation di Gianfranco Blasi. La canzone è quella “delle bionde trecce, gli occhi azzurri, ecc…, di Lucio e Mogol. Il mese è Novembre: “… Erano i giorni prima dell’Immacolata ed il professore con la prof delle ragazze stava preparando il presepe. Puntuale come tutti gli anni. Nell’atrio della mia scuola. La Luigi La Vista. In alto, le classi. In basso, la palestra. Nell’atrio, il presepe. Quello era il luogo perfetto per rappresentare il senso della Luigi La Vista. Ricordo le parole della preside. “Qui noi formiamo i ragazzi per il futuro. Questa è la scuola dei sindaci, dei medici e degli avvocati”. Parole che pesavano. Erano un ossimoro. Di quanto accadeva nei licei, qualche chilometro più in là, in quelle stesse ore. Il fumo delle barricate lo sentivamo anche noi. Sembrava una scuola privata la mia Luigi la Vista. Mio padre che c’era e non si vedeva, quando voleva sapeva rompere. Mi aveva infilato in quella scuola importante, in cui il livello di sfida e competizione si sfaldava davanti ai ceti sociali. “Quello è il figlio di tizio che è un pezzo grosso… Quella è la figlia del chirurgo dell’ospedale” … e via di questo passo. Oggi colgo il senso per certi versi sbagliato di quel modello di scuola, ma in quelle ore, certo che no. Mi interessavano di più la mia bellissima tuta blue, la ragazza dalle bionde trecce e gli occhi azzurri ed il professore di ginnastica che, per due giorni (era anche il vice preside) mi esonerò dall’andare in classe perché lo aiutassi a fare il presepe. Scoprii anche che proprio quella ragazza, quella bionda, quella che mi piaceva era stata adibita, dalla sua insegnante, allo stesso mio compito di aiutante operaio, factotum nella costruzione del più bel presepe della mia vita. In ordine gerarchico venivano: Il professore; la professoressa; la signora Ubalda, che era la bidella, ma che del personaggio della Fenech aveva solo il nome. Era vecchia e laida. Poi, la ragazza dalle bionde trecce … . Insomma, io ero buon ultimo. Ma che fossi l’ultima ruota del carro non mi importava. Furono giorni bellissimi. Parlavo con quella ragazza. Neanche più mi infastidiva che fuori dalla scuola baciava un altro più grande. In quelle ore stava con me e mi parlava e sorrideva della mia goffaggine. Anche i brufoli si stavano diradando. Novembre lasciava il posto a dicembre.  Il giorno dell’Immacolata, di sera, il presepe fu inaugurato dal sindaco di allora. C’erano tutte le mamme, belle, vestite a festa. Pochissimi papà. Perché i papà c’erano ma non si vedevano. E naturalmente le mamme si arrabbiavano. Io e la ragazza bionda dagli occhi azzurri fummo premiati. Ricevetti un babbo natale luccicante, che, ancora oggi, la mia vecchia, dolce, indifesa mammina, mette fra albero e presepe. Ormai è sghembo, mezzo storto…  Il più bel babbo natale che io abbia mai posseduto. Dimenticavo. Mentre ricevevamo i premi la ragazzina bionda mi diede un bacio. Niente di che. Sulla guancia. Il mio primo bacio. Incrociai lo sguardo di mia mamma. Manco a dirlo, era arrabbiata… E’ questo uno stralcio di un libro, My generation, che è giunto alla terza edizione ed ha venduto oltre mille copie. Presentato un anno fa, prima a Potenza e poi a Maratea, proprio con Mogol che ha testimoniato la sua amicizia a Gianfranco Blasi.  Oggi, tre agosto, may Generation, torna allo Stabile di Potenza, inserito nel cartellone dell’estate in città. Torna grazie al circuito di Ateneo Musica Basilicata di Giovanna D’Amato, in uno spettacolo del cantattore Cristian Levantaci assieme all’Ensemble Suoni del Sud  che reciterà e canterà le canzoni del duo Battisti – Mogol, con alcuni cadeau tratti proprio da My Generation.  Divertimento assicurato, dunque, sul filo del ricordo e della poesia, oltre che della musica. Una magia a cui uno scrittore e poeta imagista come Gianfranco Blasi mai rinuncia.

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