GIAMPIERO D’ECCLESIIS

C’era una volta un uomo di parole, passava la vita a raccontare, inventava storie, raccontava di vite vissute. Raccontava la sua vita vera e anche quella immaginata, le vite degli altri, le avventure.

Viaggiava di paese in paese, di campagna in campagna e tutti lo conoscevano.

-E’ arrivato Magarò! L’uomo delle storie

Si sedeva nella piazza del Paese, stendeva la sua coperta, si sedeva e aspettava un po’. Quando tutti si erano fatti vicini, si erano seduti e avevano fatto silenzio Magarò si guardava attorno, sorrideva, chiudeva gli occhi e cominciava a raccontare.

C’era una volta un uomo in barca…..C’era una volta una bella signora……C’era una volta un deserto grande e assolato.

E raccontava, raccontava, le mille storie di viaggi, di vite, di paesi immaginari, di incontri, di avventure e tutti rimanevano in silenzio ad ascoltare le storie di Magarò.

Magarò era un uomo solo, nel lungo cammino della sua vita aveva fatto tanti lavori, aveva avuto avventure, si dice avesse una moglie perduta nel paese di Torre Caduta e dei figli che non vedeva da tempo e a cui scriveva lunghe lettere che non spediva mai.

Non si sa perché era partito, se davvero avesse una famiglia in un posto lontano, si sa solo che da anni era in giro per i paesi, che raccontava storie e che viveva di quel poco che i paesani gli regalavano alla fine del racconto.

Un giorno Magarò arrivò al paese di Ponte Rotto.

La piazza era grande e ombreggiata, al centro c’era una bella fontana con uno zampillo d’acqua cristallina che brillava al sole e un grande albero di quercia. Magarò si mise seduto, stese la sua coperta e, come sempre, si mise ad aspettare.

Arrivarono alla spicciolata e man mano si disposero intorno a lui. Bambini, operai, contadini, il parroco con la perpetua e tra la gente, seduta su sasso quadrato c’era anche Maria.

Era bella Maria, con gli occhi del bosco e i capelli neri come la notte, aveva labbra come ciliegie e un largo sorriso bianco come l’avorio. Magarò la guardò e all’inizio quasi non la vide poi, un attimo prima di chiudere gli occhi per iniziare il racconto, si accorse di Lei e rimase sorpreso.

Raccontò una storia dolce, di un viaggio lontano tra montagne altissime e blocchi di ghiaccio e tutti ascoltavano con occhi di meraviglia, Lei lo guardava. Guardava le sue labbra muoversi piano articolando le tante parole del lungo racconto, guardò i suoi occhi chiusi e quel naso un po’ adunco, quelle rughe sulla fronte testimoni di tanti pensieri e se ne innamorò.

Magarò aspettava di terminare il racconto con gli occhi chiusi domandandosi di tanto in tanto se alla fine l’avrebbe ritrovata lì dove l’aveva lasciata all’ultimo sguardo, quando ebbe finito aprì piano gli occhi e lo colpì il suo sorriso.

Ma aveva il cuore pesante Magarò, asciutto come un pomodoro avvizzito troppo tempo rimasto al sole, ormai niente più polpa, solo pochi semi essiccati e una pelle grinzosa che batteva piano al ritmo del suo sangue.

Lo aspettò all’uscita del paese e gli si parò davanti, ma anche davanti a quegli occhi di muschio il cuore di Magarò non poteva rifiorire. Passò avanti senza fermarsi.

Furono giorni di felicità e racconti per Magarò, di paese in paese la voce si spandeva, Magarò era in gran vena e i suoi racconti riempivano le piazze, a Rocca Soprana, sulla coperta di Magarò, anche il Sindaco e il Comandante dei carabinieri rimasero seduti ad occhi spalancati ad ascoltare le storie.

Venne l’inverno e Magarò sparì, forse tornò alla sua casa lontana nel paese in un posto lontano.

Michelino aspettava la primavera e con lei aspettava Magarò e le sue storie di paesi lontani.

Arrivò marzo con le sue giornate un po’ pazze di vento e di pioggia, di sole e di nuvole veloci.

E poi Aprile e i fiori e le prime belle giornate.

La piazza era vuota.

Maggio e le ciliege, rosse come le labbra di Maria e il cielo caldo.

Giugno e le spighe di grano come oro in tempesta sui campi.

E fu in un giorno di luglio inoltrato che Michelino uscì con il nonno, andarono al bosco sulla montagna a raccogliere fragole.

Arrivarono sul Monte Spaccato, nel bel mezzo delle montagne di roccia. Il nonno voleva portarlo in un luogo incantato per farlo distrarre e salirono insieme sulla montagna, su fino alla cima e a quel poco rimasto del vecchio castello scavato nella roccia arenaria.

Michelino si mise seduto sul bordo di una balza rocciosa e chiuse gli occhi e lo sentì.

C’era una volta un uomo di cera, che voleva danzare col fuoco…..

Era la voce di Magarò. Non c’erano dubbi.

Si guardò attorno e, infine lo vide, disteso sulla cima più aspra e pericolosa delle Montagne di roccia, seduto da solo, sulla sua coperta sempre più lisa, seduto che raccontava le sue storie al vento.

-Magarò! Magarò! Che ci fai sulle rocce? Perchè non torni al paese?

Ma Magarò non rispose, sembrava dormisse ma già non c’era più e da molto tempo.

Non resta molto di Magarò, solo due cenci lisi dal vento, qualche osso sbiancato dal gelo e i suoi racconti affidati al vento, sui monti rocciosi, di tanto in tanto, un po’ tramontana porta parole e un pezzetto di racconto.

Nelle mattine di primavera, quando il sole ancora non è alto e il vento spira gentile sulle cime di roccia, quando fischia tra anfratti di arenaria e il falco vola lento sulle caldi correnti che risalgono dalla vallata mi siedo al posto di Magarò, di tanto in tanto, mi giungono parole e io invento racconti. COPERTINA TRATTA DA mUSICA MECCANICA