
Mario Santoro
E’ in circolazione da qualche mese il volume ‘L’Italia che ho visto’ di Peppone Calabrese il cui nome rimanda, nell’immediatezza dell’impatto, al più noto Peppone, sindaco comunista del piccolo paese di Brescello, in perenne conflitto col parroco, diventente protagonista della straordinaria storia scritta, con felice e aperta quanto bonaria ironia, da Giovannino Guareschi.
E ‘i due Peppone’, pur a distanza di tempo, sembrano avere taluni tratti in comune: il carattere di spontaneità, la naturalezza di certi atteggiamenti, la genuinità nel comportamento la schiettezza e la immediatezza della comunicazione, l’autenticità dei comportamenti, una certa corpulenza.
Pure il nostro, si fa preferire per doti che l’altro non possiede del tutto: disponibilità e pazienza, buona capacità di autocontrollo, amore per le cose semplici e genuine, apertura mentale straordinaria, disponibilità all’ascolto, nessuna animosità, e tanto altro ancora.
Il libro è il racconto dell’Italia, vista dall’interno e descritta con pochi ed efficaci tocchi di penna nelle componenti più naturali attraverso percorsi particolari e privilegiando la linea gastronomica, come puntualizza in prefazione Carlo Petrini: “Un vero gastronomo, deve saper guardare oltre al piatto che ha davanti, e per farlo deve entrare in relazione con coloro che il cibo lo coltivano, lo pescano, lo allevano, e lo trasformano, al fine di immergersi nelle culture dei territori e nelle storie di vita vissuta delle persone”.
Tutto il lavoro si svolge in maniera ordinata e sistematica quasi che l’autore voglia mantenere rigorosamente la giusta distanza o il senso franco della vicinanza e della partecipazione, senza mostrare preferenze.
E proprio il bisogno di equidistanza forse lo spinge a presentare le varie regioni italiane in rigoroso ordine alfabetico mantenendo in tutte le situazioni lo stesso filo conduttore e consentendo spazio a tutte le voci che sono davvero tante e protagoniste del racconto che si snoda come una sorta di filo d’Arianna, sottile, discreto, abilmente dipanato e senza mai il pericolo che esso possa ingarbugliarsi o aggrovigliarsi o, peggio ancora, spezzarsi. Quando tale eventualità rischia di presentarsi, Peppone Calabrese, abilmente sa riannodarlo, con un semplice escamotage, con una battuta ad effetto, con la brillantezza della trovata giusta, con una esclamazione o un ripescaggio nella memoria e tutto ciò rende anche più godibile lo scritto che risulta amabilmente confidenziale, comunicativo, familiare, alla portata di tutti nella sua semplicità e chiarezza espositiva e mette in comunione il mondo semplice di taluni ambienti rurali con quello un po’ artefatto della vita delle città.
Inoltre l’autore mostra una particolare abilità nel tirarsi dall’impaccio possibile di alcune situazioni e di farlo con naturalezza, e con arguzia, suscitando sempre tenerezza in quelli che lo circondano, che lo considerano uno di loro.
Per certi tratti sa essere un po’ gozzaniano, per intenderci quello della poesia ‘La signorina Felicita’ laddove il poeta del sogno e dell’ironia, che è nel parco con la donna umile e semplice che canta, spintosi troppo avanti con dichiarazioni un po’ fintamente amorose e condite di leggerezza, teme, in qualche modo, di trovarsi in un vicolo cieco e ne esce con una esilarante trovata come egli stesso dichiara: ‘Poi, colto un fuscello, ti vellicai l’orecchio, il collo snello’ oppure quando è in soffitta e invita romanticamente e ambiguamente l’amica a guardare nel cielo le prime stelle e le rondini ed è salvato dalle parole di lei:
‘E’ tardi: possono pensare che noi si faccia cose poco belle?’
Peppone Calabrese entra in confidenza con tutti i personaggi che incontra, pone le domande giuste e sa mettere in evidenza le qualità di ciascuno e il dialogo diventa sempre alla pari, confidenziale, sincero, vero.
Allo stesso modo vengono valorizzati i prodotti particolari delle varie zone e pare quasi, a tratti, di ritrovarsi in ambienti fiabeschi presentati nella loro bellezza semplice e con tratti amorevoli. Si tratta spesso di situazioni ambientali incontaminati o quasi, virgiliani o, più propriamente, tibulliani che inducono al godimento diretto ed immediato, all’immersione nella natura, al desiderio di pace e serenità, alla condanna dell’aborrita guerra e verrebbe, con un po’ di capacità di astrazione, finanche da rievocare taluni versi cari alla nostra prima giovinezza, nei banchi di scuola:”Divitiàs aliùs fulvò sibi còngerat àuro / èt teneàt cultì iùgera mùlta soli; /…/Me mea paupertas vita traducat inerti”.
A suo agio in tutti gli ambienti, lo scrittore che è anche il protagonista, si muove con consumata sicurezza e disinvoltura tra radure brevi o, al contrario, ampie e capaci di donare profondità di prospettive, tra fitti boschi o radi a cercare erbe particolari dai profumi intensi e fiori di ogni specie, tra verdi prati ed estensioni terriere con le più diverse coltivazioni, tra pianure e colline dolcemente ondulate, tra quieti pascoli e tranquille greggi e transumanze fascinose nel rimando al rientro dagli alpeggi nel mese di settembre come racconta il poeta D’Annunzio.
Altre volte si arrampica per erte improvvise, con tanto di fiatone, o scende per canaloni a precipizio su fiumi tortuosi tra gole strette, grotte e cascate, e sempre con senso genuino di avventura, spirito e atteggiamento votati alla scoperta e alla conoscenza di fenomeni della natura, prima di ritrovarsi tra altri animali o tra vere e proprie mandrie al pascolo libero e poi, di sedere alla tavola, di volta in volta, apparecchiata alla buona ma ricca di ogni ben di Dio, a complimentarsi con gli amici di turno che lo ospitano, a ricorrere a battute sempre garbate, a detti saggi e proverbiali, a motti spiritosi, a incoraggiamenti ed apprezzamenti convinti e sempre all’insegna della familiarità, della gradevolezza, del calore umano, della viva partecipazione, della comunione.
Di qui il suo saper domandare, con tatto e direttività, il suo interessarsi ed ascoltare l’interlocutore, il suo saper far emergere rilievi attenti, puntuali, precisi con leggerezza di atteggiamenti e di linguaggio che rifugge da rimandi troppo eleborati e predilige la capacità di adeguarsi alle situazioni che mutano di luogo in luogo.
Di qui anche la messa in evidenza di personaggi legati, per scelta consapevole e coraggiosa, alla terra da toccare con mano e da portare al naso per sentirne il profumo.
Compaiono così tipi decisamente diversi nei quali Peppone si imbatte e li presenta senza edulcorazioni, senza infingimenti, nella loro autentica originalità
E vale per lo strano signore di Verona, proprietario del ‘Giamaica caffè’ veronese che stupisce l’autore per il suo comportamento estroso, decisamente particolare e anche un tantino stravagante o eccentrico.
Scrive l’autore:
-Gianni non ti dava la possibilità di replica, il suo tono di voce, la sua prossemica, la forza delle parole che usava erano ipnotizzanti. Ha parlato per ore senza mai farci assaggiare il prodotto per cui eravamo nel suo laboratorio di torrefazione… A un certo punto, mentre stavamo chiacchierando, bussa alla porta un signore di Bari, entra e chiede a Gianni il prezzo del suo caffè.
“Ha due possibilità” gli risponde lui, senza battere ciglio. “O io le dico quanto costa il mio caffè e lei se ne va, oppure non le dico quanto costa e se ne va comunque”-
Risposta sibillina ma neppure poi tanto che lascia di stucco il nostro scrittore protagonista che dichiara:
-Gianni o lo amavi o lo odiavi: il suo fare perentorio era sicuramente divisivo, ma è indubbio il suo grande amore per l’etica del lavoro, per le persone che eleggeva a suoi amici…-
L’autore è bravo nel raccontare senza attardarsi e ricorrendo a una prosa che si legge con una facilità incredibile e sovente incanta come una bella fiaba; si tratta di un narrare favoloso ed irrreale con le tante sottolineature e le caratteristiche speciali delle varie regioni.
Così diventa quasi obbligatorio annoverare la ‘Carsolina’, pecora che mangia solo erbe tipiche dei terreni aspri, ma anche ‘la pasta con gli orapi, una specie di spinacio selvatico che cresce a duemila metri e viene raccolto a mano’ o il ‘conciato’ di san Vittore, nel Lazio, ossia un formaggio particolare quasi del tutto sparito, o, pescando quasi a caso, il ‘pesto’ della Liguria che l’autore dichiara di prediligere in maniera speciale e che richiama alla mente la figura gentile della madre.
E, sempre procedendo a volo d’uccello, ci piace ricordare ancora la ‘bresaola’ della Valtellina speciale per ‘il clima irripetibile, fatto di aria asciutta, fresca e limpida, e di bassa temperatura’ e poi, girovagando per il centro del Paese, è romantico imbattersi nei ‘tartufai’ delle Marche o apprezzare la qualità delle scarpe fatte a mano nel Molise così come impiacevoliscono, altrove, certe notazioni che riguardano Torino, ‘a lungo capitale gastronomica della cucina di un certo livello’ e sempre attenta al territorio.
Scendendo al Sud l’autore annota la bella festa di san Rocco a Torrepaduli nel meraviglioso Salento e poi in Sicilia ‘mondo gastronomico di una ricchezza immensa, in quanto nei secoli dei secoli è stata terra di contaminazione’. Segue la visita speciale al paesino di Gavoi, nel nuorese, con lo spettacolo incantevole del Supramonte, il vasto complesso montuoso della Sardegna centro-orientale. E va da sè che l’autore non può non parlare della sua regione di nascita, la Basilicata, che porta orgogliosamente nel cuore.
Con la stessa franchezza che dice di essere un ‘ italiano medio’, e precisa ‘la mia, in fondo, è la storia di una persona normale con il cuore aperto, pronto ad accogliere quello libero degli altri’, difende i valori della sua terra alla quale dichiara amore profondo e senso di appartenenza e di identità, elementi fondamentali per poter apprezzare nella giusta misura tutti gli altri territori che considera alla pari e per poter essere vero figlio del mondo.
Non a caso sono tanti gli esperti che affermano che solo chi sa amare il luogo di origine, può veramente godere di una visione allargata e cosmopolita.
L’autore lo dichiara candidamente: ‘La Basilicata per me è casa. E’ origine, tradizione, valore, è il posto in cui ho deciso di restare, o meglio ancora il posto in cui ho deciso e continuo a decidere di tornare ogni volta che parto… il viaggio di chi resta non è meno esotico e affascinante di quello di chi parte, proprio perché si nutre di sogni, di aspettative…’
L’orgogliosa dichiarazione di appartenenza alla nostra regione, il rimando all’infanzia, alla prima e seconda fanciullezza, il legame, nel segno della quasi indissolubilità, con la sua città natale, la passione per il calcio e tanti ricordi forti come ‘gli strascinati conditi con il sugo a cui si aggiungevano infine la mollica di pane fritta, profumata con u po’ di formaggio e il rafano’, sono tutti elementi che l’autore si porta dentro proprio come il ragù con ‘lu druppe’, ossia con tocchi di carne mista a salsiccia e con tanti altri riferimenti.
Peppone è fatto così: fa tutto sul serio ma ama non prendersi troppo sul serio!
Fin qui l’autore che certamente torneremo a leggere perchè chi si lascia contaminare una volta dalla scrittura rischia di rimanere prigioniero per sempre dalla cosiddetta ‘tabe letteraria’.