Gentile Direttore,
da un po’ di anni, coincidenti al Lockdown, mi viene data l’opportunità e l’onore di usare la parola per pubblicare il mio pensiero sul giornale online da Lei creato. Pensiero che trae alimento da una profonda passione per la nostra terra e dal carattere filantropico che, forse mio malgrado, riveste strabordante il mio emotivo sentire.
In questi anni, penso sia venuto fuori ciò che siamo noi pensatori di “Talenti lucani, liberi da lacciuoli e da sponsorizzazioni di tipo politico-pubblicitario. Osservatori della realtà territoriale e non solo, descrittori delle condizioni di vita di uomini, misuratori della qualità dell’ambiente umano e ambientale e delle variazioni che spesso lo compromettono, ferendolo mortalmente; sirene per molti uomini distratti che continuano a non udire e comprendere il nostro tempo, considerate le scelte elettorali orientate verso chi di queste dovrebbe essere responsabilmente garante. Negli ultimi tre articoli da lei pubblicati (Autonomia diff. del 23-07, La Lucania che “fa acqua” del 24-07 e Spazzato via il credito d’imposta del 25-07) sono descritti bene e chiari gli indirizzi verso i quali viaggia la Regione Basilicata, amministrata da Bardi, in ordine alla separazione delle Regioni, alle narrazioni comode a giustificazione del consenso dato, alla discriminazione messa in atto verso l’intero Sud e alle conseguenze dettagliate che aggraverebbero lo stato già fragile delle appartenenti regioni. Non poteva mancare, infatti, la sua attenzione sul problema dell’acqua delle dighe lucane ceduta nella gestione allo Stato che ne ha fatto una S.p.a. e la cui composizione non è chiara come invece è chiara la grave e incosciente marginalità decisionale in capo all’organo politico-amministrativo regionale di Basilicata che ha solamente una piccolissima quota di partecipazione azionaria. Da “patrun a fres”, direbbe un lucano in lingua dialettale made in estremo sud, “da padrone a dipendente”, a subordinato, a chi deve sottostare allo schiaffo. L’accento greve sulla scarsa densità di popolazione della Basilicata come elemento di debolezza delle entrate finanziarie che determinerebbero il residuo fiscale su cui la Regione dovrebbe contare per finanziare poi le prestazioni nel servizio sanitario, compromettendolo ulteriormente e avviandolo verso la privatizzazione, nei trasporti, nelle infrastrutture, nella tutela di un ambiente sostenibile, nel settore scolastico sempre più isolato e privato di una stessa identità culturale del resto dell’Italia e nel welfare. Informa, attraverso i suoi scritti, sull’immobilismo e l’involuzione che caratterizzerebbero di fatto ogni azione del governo regionale per lo sviluppo del territorio futuro. In parole semplici, un ulteriore isolamento, una emigrazione di popolo, una povertà di servizi in ogni campo, una sperequazione qualitativa tra la vita degli abitanti del Meridione rispetto agli italiani del Nord. Nella descrizione percepisco tra le righe una nota appassionata che va oltre i dati di un’argomentazione tecnico-politica. E’ presente una nota malinconica su ciò che lei, direttore, si attendeva per presa coscienza, dalla parte degli amministratori lucani, uno sguardo più profondo capace di andare oltre gli steccati imposti dai partiti della maggioranza che governa da Roma. Si ravvisa anche un bagliore di speranza nel possibile rewind di Bardi rispetto alle intenzioni ad omologarsi al consenso al decreto Calderoli prima che si realizzi il danno sociale alle comunità. Fa appello all’uomo lucano e non al politico, immaginando il coraggio che rende l’uomo onesto capace di tornare indietro per amore, facendo leva al senso d’appartenenza e al valore morale della persona in questione. Io penso diversamente, sono meno possibilista perché da tempo siamo soli e abbandonati poiché le scelte dei lucani, non solo ora, sono cadute su uomini che sembrano nati su altri pianeti, su quelli dove proiettano i loro sogni. E mi sono convinta che ogni pretesa o appello che si voglia fare andrebbe indirizzato al “politico” più che all’uomo ormai travolto dalle possibilità, dai vizi che lo tentano. Come far capire che cambiare idea e tornare indietro sull’Autonomia differenziata non è qualcosa che sporca la faccia dei politici, che cambiare posizione si può come oggigiorno si passa da un partito all’altro, da sinistra a destra? Come lei, direttore, possa sperare ancora che i “signori” trovino consapevolezza e dignità? Come, se la libertà di certi soggetti applauditi ed eletti usano malamente la loro libertà di fronte alla scelta del dover esser scambiandola con il voler apparire, sembrare? E’ da tempo che il silenzio tombale è calato come ombra sul sole del Sud. Noi meridionali, direi meglio noi della Basilicata, e noi più di tutti, siamo vittime della loro guida pericolosa e di un progetto che mira all’ annichilimento delle popolazioni, noi portati ad infrangerci contro lo scoglio della presunzione malata di megalomani nordisti e falsi sudisti che passeranno sì alla storia per aver rovinato la loro ”Patria” che dicono di amare. Il Sud è una parte dell’Italia unita ma il corpo intero ha bisogno delle parti per essere se stessa. “Per chi suona la campana”, terzo romanzo di Hemingway, descrive un contesto storico di guerra civile tra forze repubblicane e i fascisti di Franco, non voglio che ispiri reazioni antidemocratiche ma ci insegni a fare passi avanti, ci testimoni il coraggio dei contadini spagnoli nel 1936 come lotta del genere umano per il destino di tutta l’umanità. Quando, in questi frangenti, la campana suona per una regione, per più di una regione, suona per tutti ed anche per il fallimento dei decisori politici della morte dei territori. E il suono preannunciato, e siamo a metà dell’opera, vuole essere un monito alla sopraffazione e all’egoismo, alla negazione della verità, il ricordo della nostra precarietà. Lottare democraticamente per un’idea, per la propria sopravvivenza, prendendo distanza dalla violenza che mai deve appartenere all’uomo e che oggi ci rattrista e addolora per i fatti di cronaca, le aggressioni alla libertà delle persone, la morte di bambini innocenti, deve essere il nostro obiettivo. Il romanzo mi piace per la storia d’amore che trova spazio in tanta tensione bellica narrata. Ed oggi mi piacerebbe si scrivesse un romanzo in cui il contrasto tra pensieri diversi, le determinazioni operate a scapito di popolazioni, le disuguaglianze, non avessero un epilogo in un suono di campana né per un solo uomo né per una comunità ma trovassero sintesi in un atto d’amore per il popolo. Cancellare il consenso dato da Bardi e avallato dal nuovo consiglio regionale lucano sarebbe un atto di amore. Partecipare alle tristi esequie dei due eroi del corpo dei Vigili del fuoco da parte delle Autorità di ogni livello istituzionale, rattristarsi e condannare gli incendi che stanno bruciando la nostra regione e non solo, non è compassione, non è fraternità, non è sentirsi vicino, se già la nostra terra è stata destinata alla morte, allo spopolamento umano, alla desertificazione dai decisori politici. Capire che ci fanno morire ogni giorno con la loro indifferenza. Per me è pura illusione.
In tutto questo, l’informazione attraverso il giornale che lei dirige lo considero un invito, uno stimolo a conoscere le storie che, solo con azioni positive a vantaggio di tutti, gli uomini onesti potranno scrivere per tutta l’umanità. Un invito a leggere per saper scegliere. A leggere per farsi un pensiero indipendente e non quello che ci viene illustrato per manipolare, uno stimolo in più per il consenso al referendum abrogativo. Facciamo presto prima che la risposta possa completare la domanda: “Per chi suona la campana? …… ”per noi Lucani, prima di tutti”. E gli scongiuri, in cui crediamo più che in noi stessi, sono inutili pratiche rituali.
Anna M. Scarnato
