Per un contratto di sviluppo a regia regionale

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riccardo achilli

 

La teoria dello sviluppo regionale insegna che esso, tendenzialmente, non procede per piccoli avanzamenti progressivi, ma per salti quantici di rilevante entità, per fenomeni improvvisi e violenti di “breakthrough” che riconfigurano gli assetti sociali, territoriali, scompongono e ricompongono le filiere produttive, creando assetti completamente nuovi: sia che si tratti di un “pole de croissance” che di una industria motrice, un rilevante investimento produttivo genera fenomeni di causazione circolare cumulativa che diffondono effetti di reddito e di competenze sul territorio, creando i presupposti per un circolo virtuoso di crescita del mercato locale, dell’occupazione, delle imprese e quindi dell’intera economia regionale.

Lo si è visto in Basilicata con l’investimento della Fiat di Melfi del 1993, che ha gettato la comunità regionale dentro la modernità della produzione industriale, della catena di montaggio, delle relazioni industriali, riconfigurandone in profondità gli assetti sociali e la stessa identità culturale. Oggi serve un secondo investimento industriale di quell’entità, per far fare un ulteriore salto in avanti ad una regione che, specialmente negli ultimi 20 anni, si è progressivamente chiusa su una sorta di staticità. Lo dicono i dati Istat: gli investimenti fissi lordi in Basilicata, nel 2016, ultimo anno disponibile, sono stati pari allo 0,8% del totale nazionale: di questi, nel settore market (quindi al netto degli investimenti delle pubbliche amministrazioni) più del 15% si è concentrato nel settore estrattivo ed in quello dell’automotive. Questi due settori hanno pesato per il 21% sugli investimenti fissi lordi del 2015. Se inseriamo anche il settore delle utilities idriche ed energetiche, l’altro comparto in cui si concentrano imprese di grandi dimensioni come Enel o Acquedotto Lucano, arriviamo a più del 25%. Inserendo anche gli investimenti trasportistici di Trenitalia o di Anas sulle reti viarie e ferroviarie, arriviamo al 32%.

Un terzo della capacità di investimento regionale nel comparto market dipende quindi dalla grande impresa (cioè, sostanzialmente, da sei o sette player: Eni, Total, Fca, Enel, Acquedotto Lucano, Anas e Trenitalia). E’ chiaro quindi che è sul grande investimento industriale che le politiche industriali regionali dovrebbero mirare. Con alcune specificità, però: non un investimento verticalmente integrato, ma un’industria motrice nel senso classico, ovvero sostanzialmente un assemblatore che massimizzi la possibilità di creare attorno a sé un indotto locale di PMI sub fornitrici.

Il settore di azione di tale investimento deve essere coerente con le vocazioni produttive del territorio: agroalimentare, automotive, chimica verde, legno-mobile, accoglienza turistica, in modo tale da integrarsi immediatamente con le imprese locali che già operano, e fornire loro un acquirente di prossimità, chiudendo un anello aperto delle filiere produttive locali.

A tale fine, la predisposizione dell’offerta localizzativa e l’attrazione di nuovi investimenti potrebbe essere effettuata da un servizio specializzato, selezionato a bando dalla Regione, che verrebbe pagato “a risultato”, cioè a localizzazione avvenuta. Compito di tale operatore sarebbe quello di presentare le opportunità della regione ad investitori esterni, promuovendo la presentazione di manifestazioni di interesse a localizzarsi in Basilicata.

Lo strumento di attrazione dell’investimento e di incentivazione dovrebbe essere di tipo negoziale, con un bando preliminare per la selezione delle manifestazioni di interesse che contenga già le specificazioni settoriali e di tipologia di impresa sopra richiamate, dando priorità, nel punteggio, ai progetti che prevedono esplicitamente di coinvolgere imprese locali nell’indotto.

Si potrebbe pensare ad un contratto di programma a regia regionale basato sul PIA (pacchetto integrato di agevolazioni), con un set di incentivi (sugli investimenti, la formazione del personale, il costo dei terreni e dei servizi) modulato in base alle esigenze dell’investitore, il cui importo massimo, ovviamente, rispetti i massimali di aiuto previsti per la Basilicata dai fondi strutturali, e tale importo possa soltanto redistribuirsi fra i vari elementi del PIA in base alle specifiche esigenze dell’impresa investitrice.

Uno specifico incentivo che le aree industriali devono mettere in campo a beneficio di investitori esterni è costituito dalla produzione di energia a basso costo tramite l’uso di fonti rinnovabili, sostenendo  un programma di potenziamento dell’autoproduzione di energia rinnovabile nelle aree dei Consorzi ASI della regione.

La copertura finanziaria di un simile strumento potrebbe essere rinvenuta sul PO FESR e FSE, mettendo a sistema diverse azioni già previste e facenti parte del PIA descritto in precedenza, e, in parte (ad esempio per la selezione dell’operatore-attrattore di investimenti e facilitatore) su una quota di royalties petrolifere

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Sull' Autore

Riccardo Achilli

Valutatore di politiche pubbliche di investimento, economista e statistico, specializzato in sviluppo locale, politiche industriali e politiche sociali. Fa parte del nucleo di valutazione degli investimenti pubblici della Regione Basilicata, e collabora come ricercatore e consulente presso numerosi centri studi economici (Osservatorio Banche Imprese, Istituto Guglielmo Tagliacarne, Si Camera, SRM).

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