PERCORSI LETTERARI LUCANI: MARIO SANTORO

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 di Donato Pace

Il percorso letterario di Mario Santoro si apre ufficilamente con il primo volume di poesie dal titolo emblematico “Embrici”.

E Donata Larocca scrive a proposito: ” Il poeta si pone in un atteggiamento di drammatica ricerca per diventare egli stesso tra gli embrici umani ‘quell’embrice’ singolare che, difficile stabilire se per scelta o per destino, si aggira nel labirinto dove è riposta in uno scrigno, la ragione della sua storia lì sul tetto che è poi la ragione stessa della vita. La sua indagine comincia nel personale ma diventa poi storia di un lacerto di tempo affidato alla poesia per essere salvata. La genesi è lontana, legata ‘al tempo della non parola’, alla ‘ vita intrauterina’ “

Poesia forte, robusta, radicata nella terra di Lucania prevalentemente e inserita in quella linea di lucanità, di poesia sanguigna con le connotatività tipiche, che è stata la croce e la delizia di molti poeti in un periodo particolare, al displuvio quasi tra la fine del neorealismo e le esasperazioni legate allo stesso. Poesia che pone in evidenza il mondo contadino, coi suoi riti e i suoi miti, gli accadimenti stagionali, le ansie, le inquietudini, ripresi poi nel romanzo ” Concerto di memoria”, senza esaltazioni, senza rimpianti, senza esagerate nostalgie, con un dato certo di pensosità e con aderenza alla realtà.

Scrive ancora Donata Larocca: “Ogni volta che un poeta del Meridione nomina il Sud si è portati, quasi inconsciamente, a gravare i suoi versi di un’ipoteca di folclore, a scorgervi un lamento per i miti di sempre o la volontà di mitizzare un certo mondo (preferibilmente quello contadino) e comunque a leggere la poesia con puntualizzazione della condizione di un mondo subalterno che pure prende cognizione di sé e si afferma in poesia come protagonista principale se non addirittura unico. Non mi pare che ciò possa affermarsi a proposito di Mario Santoro perché significherebbe ridurre o porre limiti al valore della sua comunicazione poetica che risulta tra le migliori (se non la migliore tra i viventi) della nostra regione e che varca i confini angusti della stessa. Le memorie che emergono in tutta la loro consistenza sono dunque ‘simboli, codici’, non porti della nostalgia, non fari indicativi di rotte presenti; sono uno scavare ed un approfondire che rendono contemporanea ed eterna la vita” Nella poesia del Santoro il primo attore torna ad essere l’uomo che appare senza frontiere, solo nella sua individualità, chiamato a confrontarsi con se stesso e ad affrontare l’enigma del suo essere in tutte le situazioni.

Il volume ‘Embrici’ si apre con una poesia breve che segna quasi una situazione introduttiva e descrittivo-emotiva : “E sono,/ coi miei pensieri di sempre,/ quell’embrice/ sconnesso/ caduto in frantumi/ al colpo di martello/ tra tavole, pietre, schegge”.

Il cammino, nella fase iniziale, è incentrato su temi dell’infanzia e dell’ “adolescenza avara”, coi segreti da confidarsi al pioppo, al melo ritorto o al peraccio, con le estati brucianti, le arenarie nude, le esperienze di impudicizia-sesso-amnore-istinto ma anche con gli alfabeti inutili e le cose a memoria da gettare all’aria. Poi il percorso si articola e si apre ai fenomeni della natura con gli autunni lucani e la prima comparsa della luna che sarà continuamente presente nel poeta fino a culminare nell’ultimo suo romanzo “Il riverbero della luna”. Ci saranno crepacci e voglie scomposte, fienili morbidi e ragazze cavalle, caccole nere e sentieri polverosi, rochi canti di galli e albe che vengono dal mare con il senso dell’appagamento nell’attimo che fa dire al poeta: “Morire all’alba,/ un giorno,/quasi per caso,/senza pianto e preghiera”.

Il volume presenta ancora una sezione specifica dedicata al sud e alla Lucania con le ‘cinque dita di fiumi, i pleniluni spettrali, gli smilzi pioppi tremoli, le donne scure coi duri seni scomposti nei pagliai, le capre erranti, le arenarie nude, i rossi sentieri polverosi, i cretacci e i calanchi lunari’.

In una siffatta situazione la candida dichiarazione di nascita con i tanti collegamenti possibili, appare finanche scontata. “Sono nato in un paese/ di nuvole/ dove fischia il vento/ nelle notti brevi/ tra gli embrici antichi/ e il giorno è lungo di fatiche/ contadine…” ma anche dove “i contadini hanno giacche/ di fustagno/ e pantaloni logori/ di velluto/ e si parla di terre/ sulle file di formiche rosse/ e nere” e anche dove “le donne allattano/ al seno/ sedute nei solchi/ottobrini/ da poco ingravidati”.

Non può mancare, in un paese cosi connotato eppure così sfumato, la fontana vecchia che ha visto ‘avvicendarsi/ padri e figli/schiere di uomini e bestie’, e non mancano riferimenti al mondo contadino con ‘l’uomo infaticabile/curvo sulla spiga/da raccattare/ prima dell’incendio/ per la ringranatura’. Ed è presente e vivo nella memoria il padre contadino nel suo reale non essere nessuno, ‘neanche un numero/ nell’immobile tempo’ pur scandendo il senso dello stesso nell’atto del battere gli antichi scarponi alla pietra, nell’ascoltare ‘il suono del granaio/con le nocche di legno,’ nell’aiutare ‘il vitello/ ad uscire/ e la cavalla a figliare/ con le mani di sempre/ sporche di terra nel connubio’. Ed erano le stesse mani con le quali tirava ‘i cavalli nella trebbiatura’ e mangiava ‘pane di mais con cipolle nuove’. Pure sono presenti le donne che hanno ‘mani callose/ e volti bruni/ e nascondono bianchi i petti/ coi desideri acuti’ e partecipano al lavoro dei campi con le pale di legno nell’aia o spannocchiando nelle sere di agosto sotto la luna ‘sull’eco di argentine risa/ di donne/ dagli occhi taglienti’.

Sulla stessa scia si delinea il percorso poetico del secondo volume “Embrici e poi” che riprende parte delle poesie del primo ma traccia già un solco di una poesia che cerca nuove connotazioni e si addolcisce nel linguaggio, rimanendo ugualmente pensosa e problematica.

Scrive Luciano Luise: “Nessun compiacimento di colore, nessun appello alla suasiva poesia dello scenario agreste, bensì, anche in questo caso, unaadozione metaforica di quegli elementi che nascono dalla sua esperienza diretta. E il dato realistico, e cioè il suo raccontare per immagini, non fa mai arretrare il cantore dalla scena del suo canto”. Allora seguiamolo: “Dillo tu come facciamo/a ritrovarci/se ci separano/ muri di incomprensione” Altrove il poeta dirà: “Io mio cuore si fa di cemento/sull’eco della voce tua/ che si spegne/nei cristalli del futile” e poi dichiarerà la sua certezza di appartenere al mondo degli umili che “Parleranno un giorno” anche se al momento tende ad autoemarginarsi, seppure qualche volta può scoprirsi a sorridere dinanzi a una bambina, “coi denti bianchi/ delle tue parole…/” e può barattare, per la bellezza di Melania, qualunque appellativo: “Stregone, mago, feticcio, totem, Dio.”

Non mancano momenti di sentimenti più o meno sereni: “E amore salta gli orti/ e corre per sentieri/tortuosi” oppure “Amore/ parla piano, a volte,/ o tace/o grida nella notte/ tra le siepi/arruffate dal vento…” o ancora “Amore immortale/ nella conta/ delle sue espressioni” ma anche “viene voglia di amare/ con l’istinto/ e tu sei cagna e cavalla/ scalpitante/ se ti lavi svestita” e infine “nelle stanze, in cucina, al balcone,/ci vuol sempre/ uno straccio di donna/ con la sua leggerezza scalza”.

E dopo i primi due volumi di poesie Santoro si cimenta con la prosa publicando il romanzo “Concerto di memorie” del quale Daniele Giancane scrive: “Il romanzo si nutre di profondi succhi, di un focus centrale che sta tra la dimensione puramente letteraria, l’analisi antropologica, il recupero della civiltà contadina e il mondo variegato eppure lucidissimo della memoria che viene ripercorsa dall’autore con una sorta di metafisica chiarezza, in cui si intrecciano simboli ed oggetti, situazioni e personaggi”.

Concordiamo con queste indicazioni così come riteniamo che il romanzo vada ben oltre la saga epico-popolare. Esso si fa racconto corale ponendo la dimensione tempo come centrale rispetto alle situazioni e ai personaggi e facendo ruotare tutto intorno alla frazione di Miracolo che davvero è, come sottolinea ancora Giancane, la Macondo di Mario Santoro: “Come nel paese di Marquez, anche Miracolo è il luogo dove si intrecciano i destini e le storie di personaggi, dove passano la vita e la morte, i sogni e le leggende, i desideri e gli amori”.

E a dar ragione al critico Giancane è Luigi Reina che sottolinea nel romanzo del Santoro “l’impegno nello scavo archeologico, la rappresentazione di un modello di civiltà in cui il pudore dei sentimenti, la compresenza contrastiva di sacralità e magia, di angelismo e demonismo, il desiderio di possesso e la fascinazione del potere, il familismo e la tribalità, concorrono parimenti alla definizione di un tempo tentato dalla mummificazione anche se non del tutto refrattario a quelle mutazioni che, presentandosi con le cadenze generazionali, confermano gli eterni ritorni attraverso il ritmo lento che sollecitano”.

Si tratta di un romanzo godibile per la ottima scrittura, sempre controllata in sinestesia continua tra musica e poesia, storia, psicologia, spiritualità e razionalità, spazio e tempo (perduto e ritrovato). Presenta situazioni valoriali straordinarie: credenza negli spiriti; presenza del magico; religiosità popolare; presenza di santi nel connubio tra la dimensione spirituale e quella umana; sacralità del pane che non va mai buttato; sessualità selvaggia e primitiva con sfondamento anche sul versante animalesco; desiderio di possedere una casa propria; povertà del cibo adatto solo alla sopravvivenza; relazioni e rapporti di vicinato.

Sono temi presentati attraverso situazioni, senza commento esplicito e mediante personaggi, tutti significativi: Vincenzo che torna dai campi “con passo lento e quasi cadenzato”, legato alla terra e destinato al richiamo alle armi prima dell’affrancamento dalla miseria; Rosa, forse la vera protagonista del romanzo, che opera nella discrezione e nel silenzio con le sue infantili paure, i suoi pudori e le certezze buone; Mario che comparirà più tardi e chiuderà il ciclo della triangolarità del destino e della triplicità delle indicazioni che sembrano rasentare l’assurdo o l’impossibile; Vito Vito , che è il povero tra i poveri se cammina scalzo anche nella neve alta; il pastore con le sue furbizie infantili e la solitudine che lo abbrutisce; il vecchio Peppe Rocco che ha conosciuto e combattuto l’altra grande guerra lottando con la fame e contro i pidocchi; zio Vincenzicchio che con i pidocchi ci convive quasi con naturalezza; e poi Salvatore, Isabella, il nonno Angelo, Antonia, Carmela, Donato.

Il romanzo è stato poi ridotto per la scuola media ed è stato adottato in molte classi ed ha fruttato all’autore il primo premio “Città di Montalbano” per la letteratura per ragazzi.

Dopo il romanzo “Concerto di memorie” c’è in ordine cronologico il volume di poesie “Sentieri di ragno” che presenta quattro sezioni: “Soggettività”, “Pluralità”, “Universalità”, “Immensità”. L’intento è chiaro come evidenziano anche i critici.

Clemente Polacek sottolinea nella prima sezione le intelligenti associazioni, il modo gianiano di pensare, l’andare al di là della convenzionalità “Bandiere contro vento” e il saper aprire “il lettore ad una riflessione personale sul conformismo dell’ideologia e del rinnovamento”.

Mario Comoglio, nella seconda sezione, insiste sul senso della frammentarietà: incomprensibile, fuggevole, precaria, astratta e sempre presente in Santoro. Frammentarietà che nullifica tutto o quasi con le illusioni, i dubbi, il silenzio, la nebbia, l’amore e che non impedisce di ipotizzare, tuttavia, il futuro: ” Il nostro futuro è un uomo nuovo che sappia varcare i limiti del frammenti, che respiri una stagione matura, che viva amori primigeni e profondi intenerimenti, emozioni trasparenti di gioia non più neutra, amori smisurati, storie costruite sulle ali della fantasia, che si aggrappi ai rami intricati del trascendente”.

E’ quanto emerge da molti versi: “Uomini forti/ nella semplicità sicura/ riproporranno miti/ nei colori antichi/ su musiche nuove…/ nella mano/ tesa racchiuderanno/ il senso della storia/ prima che il sole/ chiuda/ alle sue spalle robuste/ il giorno”.

E Luigi Reina, nel curare la terza sezione, dichiara essere Santoro “uomo del proprio tempo, ma anche concentrato di antropologia e di storia millenaria ( Diacronie di tempo/ tornano;/Tirinto, Creta, Troia:/rimbalzanti nomi per memorie/ ancestrali, crepitacoli e muri/ a secco…) capace di ritrovare nel proprio microcosmo i segnali della mutazione nella continuità e li rappresenta prevalentemente con una disposizione problematica che rende emblematico il particolare sottolineando la valenza universale di una sofferenza, di una riflessione, di un palpito, di uno sconcerto, di un ricordo, di un’ansia, di un’attesa”.

Daniele Giancane dichiara essere presente nella quarta sezione un termine – guida, ed è la luna con tutto un corredo di aggettivi e di situazioni: luna compagna che si nasconde, si maschera, inorridisce di fronte alle violenze umane, ammicca. Ma ci sono anche uomini – lupo, licantropi, ed alle connotazioni. Scrive Giancane ” Vi è, in questa compatta raccolta, una dimensione teatrale dal momento che le poesie risultano quasi dei fondali scenici: paesaggi notturni, case, periferie, spiagge, morte gore, vecchi e bambini. Sembrano come immobili, colti in un attimo essenziale del loro esistere. Poi, subito, la riflessione, l’immagine, la metafora, dilatano il movimento, mutano i ritmi del verso, riportano alle radici umane e letterarie” (Domani/ tornerà leggera la rugiada/ sull’urlo dei galli/strazianti nella notte breve).

Ma Santoro non è solo scrittore e poeta come testimonia il volume “Elementi di linguistica e psicomotricità”. E’ un libro che nasce dall’esperienza di anni di insegnamento nei corsi di specializzazione per docenti di sostegno e che presenta un itinerario metodologico e didattico puntuale e preciso con ricorso a schematizzazioni tese a favorire la lettura e a costituire punti saldi dell’apprendimento.

Specificatamente rivolto ai giovani è poi il volume “Uomo e società” edito Il Girasole e scritto in collaborazione con Donata Larocca, nel quale vengono trattate con rigorosità tematiche sociali di interesse generale. Si tratta quasi della continuazione del volume “Pianeta uomo” pubblicato qualche anno prima.

La poesia di Santoro riprende il suo cammino con “Meridiani e Paralleli” che rappresenta lo sforzo di riconoscersi con gli altri nella propria condizione di essere umano, sicché il poeta, vinta la ristrettezza dello spazio antropico locale, diventa quasi una sorta di cellula di un mondo più vasto e percorre la direzione dell’universale. Per questa ragione, sostiene Donata Larocca “le note coordinate geografiche assumono immediatamente una plurivalenza simbolica: delineate dall’uomo si prestano nella loro ‘perfetta geometria’ a segnare e cristallizzare quel quadro drammatico e inquietante di un conflitto tra due mondi”.

E tutto avviene in un quadro di limpidezza concettuale che, per usare ancora la parola di Larocca, “si rispecchia a livello semantico incarnandosi in un marcato segno discorsivo la cui decifrazione rimanda a tentativi metaforici densi di motivazioni: alla ripresa dell’aggettivazione che sempre qualifica, puntualizza, illumina; a pur rare iperboli che non tendono a moltiplicare l’effetto di un segmento ritmico del testo quanto piuttosto esprimono sogni inconsciamente attesi”

E se Mario Ferracuti sottolinea il grande affresco dell’esistenza disegnato da Mario Santoro e pone in evidenza come la voce del poeta “in ogni istante ritorna/ alla matrice”, là dove la Parola “si insinua/ nei cunicoli del tempo/ rinnovandosi sempre/ al primo grido che nasce” e rievoca il mistero “su fascinose vie” e rimanda all’anima, nella sua nudità, con i sogni e le magie “e continua a cercare/ nella tua convinzione/. Forse un giorno scoprirai/ che davvero le fate esistono,” Katia Mancusi nota come nella prima parte sembrano dominare sostantivi particolari: incroci, meridiani, paralleli, rette, angoli, bisettrici, triangoli quasi a segnare l’estraneità dell’io lirico dalla realtà circostante. Ella dichiara che una poesia bella in senso assoluto è un fatto così straordinario da richiamare cause soprannaturali, quasi che, nel momento creativo, il poeta sia posseduto da una divinità e poi aggiunge: “Il lettore di ‘Meridiani e paralleli’ riconosce in ogni singola pagina quella ‘sopraffazione ispiratrice dall’alto’, quella vibrante ebbrezza creativa che fa della lettura di un’opera lirica un’esperienza irripetibile…”

Ci pare un’affermazione impegnativa che condividiamo scorrendo fuggevolmente i versi:

“Tante volte cavalco/ l’equatore nel suo cerchio/perfetto verso est/e conto i meridiani nella fuga/ contraria”.

Comincia così il percorso poetico con i meridiani che tornano: “Fuggono i meridiani/ la linea neutra dell’equatore/ su dimensioni opposte/ a stringersi/ contro il freddo polare/ e senza luce…” E già un primo riferimento spaziale si è determinato con chiarezza prima di richiamare la dimensione temporale: “Disegna/ triangoli spazio-temporali/ quasi chiasmi imperfetti/ oggi-qui – lontano-ieri/per comunioni antiche/di latitudini perdute al tramonto” E in questa tridimensionalità si snodano prospettive segnate, miti primigeni, arcobaleni obbligati, diversità di prospettive, numeri tatuati al braccio sinistro di milioni di esseri, silenzi in controluce, orologi solari, incroci all’equatore, angoli d’aria. Poi la linea del tempo, diventata corta, richiama frammenti, tazze di rugiada, comunanza di uomini e cose ma anche echi di voci primigenie, tra città labirinto e sogni sfumati: “Molte volte, fanciullo,/ ho chiuso la luna in bottiglia/ al di sopra del tempo e del sogno/… E ti guardo, pensoso, domandandomi sempre, in segreto, se anche tu non costringi/ in bottiglia/ la luna”. Seguono riferimenti al lontano nello spazio e nel tempo, esigenze ed urgenze diversificate, verità.

Dopo le poesie della raccolta “Meridiani e Paralleli”, Santoro si consegna al pubblico con “Scorci di tempo” che raccoglie poesie, anche inedite, e racconti tra i quali ci piace ricordare: “Vita e morte nel Cittonio”, “Salvatore e Leonilde”, “Due ladri in casa”, “Si ricomincia”, “Duecento passi al fiume”, “Forza rossoblu”, “Ué, carbonié”.

Il percorso letterario di Mario Santoro prosegue con il racconto di una cronaca: “Viaggio nella terra dei Suomi” e qui ci rifacciamo a quanto scrive Guido Cerchione: “Bellissmo l’incontro nel ‘tiepido e chiaro mattino’ con Helsinki, la città ‘ dai palazzi lineari’ e dai ‘silenzi d’oro'”. Il critico sottolinea il porgere raffinato di Santoro, da salotto buono, quasi una delicata porcellana di Sèvres offerta e accettata sul verde vassoio delle foreste immense, sterminate, quasi artificiali’: “L’ho vista la tua Helsinki e l’ho goduta ad occhi lucidi; ed ho avvertito e condiviso il tuo desiderio di prenderla, sfiorandola appena e di riporla in un cassetto come cosa preziosa e conservarla intatta nel ricordo. L’ho vista la tua Helsinki e, per un intenso e profondo momento, è stata anche la mia Helsinki…Quando le parole sanno parlare…!”

Quanto all’ultimo impegno letterario di Mario Santoro, il romanzo “Il riverbero della luna” possiamo condividere quanto hanno scritto i numerosi critici tra i quali il prof. Rosuccio Lacerenza che nota: ” E’ opera originale perché lontana dagli stereotipi: il testo, il ‘gesto’ letterario, è fuori dalla tradizione, rappresentando il segno di un’arte muova, se non nello spirito, certamente nella forma e nel modo stesso di porsi davanti all’oggetto: la tecnica di rappresentazione è analogica, allusiva, la ricerca del contatto con il mondo non essendo mistificato dal convenzionalismo e dalla abitudine; è opera originale per la sua trama e per i singoli fatti narrati. E’ opera complessa perché ricca di temi e di motivi che si intrecciano tra loro” e che “sollecitano modi di approccio e piani interpretativi diversi, consentono più di una chiave di lettura, dalla sociologia alla filosofia, dalla “teologia” alla psicanalisi, dall’antropologia alla ideologia…” E sempre Lacerenza nella sua lunga e dotta analisi critica dice: ” Di difficile collocazione in uno schema prestabilito, ma non estranea ad un modello di sicure spessore artistico, è opera “Il riverbero della Luna”, nella quale sono espressi, o forti, la inquietudine dell’uomo post moderno, la sua continua ricerca, il suo faticoso rincorrere, anche intellettualmente, sentieri impervi come la sete di penetrare il mistero della vita, capace com’è di subissarsi di mille interrogativi cui dare risposte. Ed in questo l’opera e il suo autore sono al passo coi tempi, rappresentando la crisi che coinvolge l’uomo e l’artista insieme, crisi di identità e di incomunicabilità, a dimostrazione evidente del rapporto stretto esistente tra vita e letteratura, tra vita e arte.” E si allude certo al ‘male di vivere’.

E se per Roberto Fuiano una peculiarità del volume di Santoro è rappresentata dalle poesie che precedono ogni capitolo, tutte tratte da suoi libri, che danno risalto alla sua indiscussa validità poetica, alla sua delicata liricità, ma anche dimostrano come la regina della notte abbia da sempre esercitato sull’autore il suo fascino enigmatico, Rocco D’Alessandro insiste sulla bellezza dell’ambiente che circonda la vicenda del personaggio principale. Peppino De Vita pone in evidenza il fatto che la situazione di fondo sembra essere la condizione di tanta gente contemporanea che non riesce a liberarsi di antiche credenze, di paure oscure, di minacce che incombono, pur nella sensazione di conquista e di apparente sicurezza. Vincenzo Martorano evidenzia il particolare significativo di alcuni critici che non esitano ad accostare il romanzo al “racconto metafisico” di Giovanni Papini o al “realismo magico” di Massimo Bontempelli e riconosce allo scrittore Santoro la ‘rivendicazione della libertà di ispirazione, in troppi casi condizionata dal peso di regole stilistiche e di modelli prestabiliti. Osvaldo Tagliavini richiama motivi già presenti in “Concerto di memorie”. Scrive infatti: “Per esempio la stessa sensazione di un destino che guida gli accadimenti umani, avvertiti e percepiti più volte nel passato, in questo romanzo vengono organizzati in un sistema narrativo coerente dove gli influssi lunari sono più che presenti, addirittura sono predominanti come i fantasmi della nostra fantasia”

E Loredana Pietrafesa sottolinea l’uomo di cultura ma soprattutto il poeta: “Mario Santoro, ottimo poeta, scrittore, saggista oltre che eccellente educatore, conosce a fondo lo spirito umano e sa come parlare alle cose che agitano e muovono il mondo. Nella sua lunga carriera di artista ha toccato molti generi e forme, sempre con abilità e padronanza dei mezzi espressivi, privilegiando, tuttavia, la poesia perché Santoro, fondamentalmente, è un poeta, e tale resta anche quando narra, commenta o insegna”. Gaetano Pampallona nota “una gradazione di notevoli associazioni che bene coordinano idee e immagini, di modo che, per un verso sono evocate creature astratte, deliranti e alogiche, per altro verso la cupezza degli stati dell’anima, indotti entro un sapiente gioco di piani ravvicinati e campi lunghi, stacchi toni e contrappunti di grossa percezione visiva”. In un quadro siffatto ne consegue che i personaggi siano imposti dal caso, come dichiara Luigi Reina nella dotta prefazione, in finzione della fictio e vivano “ora simpateticamente e ora contrastivamente, il riflesso di una condizione che li immobilizza in un ruolo puramente funzionale: né demoniaci danneggiatori, né angelici ausiliari, però (Propp), troppo estranei alle genetiche determinazioni del dramma e troppo volontaristicamente o fatalisticamente coinvolti in un progetto di svelamento di un mistero che li esclude”.

E Guido Cerchione, tra l’altro, si sofferma ad esaltare, nel narratore Santoro, le sue capacità dialogative: “in questo suo ultimo ( in ordine di tempo) lavoro, Mario Santoro ha privilegiato il dialogo ( che è un po’ il sesto grado della narrativa e la ‘Bestia nera’ della maggioranza degli scrittori) e l’ha reso fluido, reale, appropriato ai personaggi, ma non ha trascurato spazi descrittivi di grande suggestività e classe cristallina”. E Santoro, omonima dello scrittore, sostiene che il romanzo è tutto costruito in chiave surreale: la storia narrata, le immagini, le allucinazioni del protagonista, il tempo e il luogo. “

La tecnica narrativa ” scrive ” fatta di riferimenti imprecisi, salti all’indietro della memoria e ritorni al presente, contribuisce a confondere il flusso del tempo. Le vicende del protagonista accadono un giorno, una sera, dopo qualche tempo… senza riferimenti espliciti”. In realtà non si sa in quale arco di tempo la storia si svolga e l’incertezza temporale sembra davvero richiamare il senso dell’eternità, ma anche in qualche modo sembra alludere al mito.

E proprio alle possibilità di identificazione di mito – credenza – mistero come all’origine del romanzo sembra propendere Giuseppe Zita.

“Tale tesi” scrive ” viene avvalorata dal fatto che il mistero è inesprimibile perché indecifrabile e, come tale giustificherebbe il forzato silenzio della luna … Di qui la distruzione pirandelliana de personaggi Artemisia e Selenio che si annullano nella luna e che possono così mantenere il mistero anche quando la dissoluzione della dipendenza si effettuerà con un lento processo di maturazione e con un lavorìo freudiano che portano Selenio a sottrarsi alle sferzate della luna”.

Fin qui il nostro autore, la cui poesia presenta esempi di traduzione in lingua inglese con Andrea Proto e il lingua madre, cioè nel dialetto aviglianese, come ha fatto recentemente Pasquale Pace, con risultati certamente apprezzabili. Inoltre egli è sempre impegnato anche come critico letterario e come curatore di testi ed è presente in tante antologie critiche non solo lucane.

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Sull' Autore

Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa
Online dal 22 Gennaio 2016
Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall’agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line ” talenti lucani”, una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell’opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.


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