Quelli che prima hanno parlato di disastro ambientale, invocando l’intervento dello Stato accanto alla Regione oggi non possono dire che la Regione è stata sottomessa dalLo Stato.. Se è una questione di interesse nazionale , questi nuovi rapporti si spiegano da sé, ed è logico che si debba procedere assieme, sia dal punto di vista tecnico che da quello delle decisioni politiche. Se dobbiamo cambiare pagina, però dobbiamo leggere parole nuove rispetto al da farsi, e la prima di queste è offrire ai veri interlocutori una immagine di unità formale di una regione che possa consentire di mantenere la schiena dritta a chiunque si professi lucano in qualsiasi luogo di relazioni. Perchè a livello di popolo, e non solo in val d’agri, questa unità c’è ed è l’effetto Nimby provocata dalla prova del nove di un impianto un pò disinvoltamente allocato a contatto di risorse idetiche importanti e vitali per buona parte del Meridione. Se prima c’era un dibattito, sacrificio in cambio di crescita, questo dibattito è abortito in assenza della seconda. Ed il fatto nuovo è proprio questa consapevolezza generale di una attività che ci danneggia. La campagna elettorale per le elezioni nazionali è ancora lontana e noi oggi abbiamo il dovere, verso la comunità lucana, di mostrarci responsabili ed affidabili, a rischio altrimenti di fare il gioco di quelli che non hanno rinunciato né all’arroganza ,né all’uso della mano forte. Se hanno avuto ragione quelli che nel passato hanno lamentato l’impotenza o la sudditanza della Regione nei confronti della impresa di Stato, gli stessi però debbono riconoscere che oggi le cose sono un po’ diverse da quelle di ieri, perché ci si sta attrezzando nella vigilanza, si sono messi milioni sul personale altamente specializzato, si sono messi milioni nelle attrezzature, si è chiesto il meglio sul mercato per poter indagare e controlalre. E si è chiesto giustamente anche l’intervento dello Stato perché affronti la questione da tutti i punti di vista. Due sono gli scenari: o si lavora, da tutte la parti, per un comportamento che renda la regione , intesa cme comunità, un interlocutore essenziale in questa nuova fase di determinazione delle condizioni alle quali una impresa petrolifera può restare; oppure diventerà il tutto un “affare di stato” ,nel senso che le decisioni si prenderanno sopra la nostra testa e senza di noi. Qui ci vuole un ‘apertura franca a tutte le espressioni politiche, una legittimazione reciproca tra maggioranza ed opposizione, una discussione altrettanto franca sui punti fermi validi per tutti, e una trasparenza negli atti che convinca finalmente la comunità di essere in mano a persone che stanno facendo il loro dovere e che non hanno nulla da nascondere. Il passato è passato, ma non rendiamo il presente simile al passato nelle quali l’atteggiamento comune era di alzare la voce per non ascoltare gli altri. Se siamo al disastro, ci vuole un comportamento adeguato ad una vera emergenza, dove tutti sono utili , ma tutti debbono dimostrare di voler davvero dare una mano. E la grande incognita è rappresentata dal comportamento dell’Eni che, al momento, non sembra essere sintonizzata sull’autocritica nè all’altezza del ruolo che una grande azienda di stato dovrebbe avere: riconoscere gli errori del passato, verificare quello che non ha funzionato rispetto alla qualità dei materiali e alla correttezza delle procedure, fare repulisti e assumere la responsabilità di aprire un diverso processo, che lo veda al centro dello sviluppo industriale come chi aggrega, moltiplica le iniziative, attrae investimenti e fa pace con la comunità nella assunzione di impegni e nella trasparenza degli atti. Si chiuda una pagina nera, ma con l’intenzione di non replicare neanche un rigo di quello che c’era lì dentro. Se questa analisi ha un minimo di verità, l’Eni non sta dando la risposta giusta. E deve cambiare il suo comportamento.
