LUCIO TUFANO

Roma, imperiale, imperiosa, imperativa grida ai microfoni.

Il 7 febbraio Mussolini ripete che «è un bene per il popolo italiano essere costretto a prove che ne scuotono la secolare pigrizia mentale.

Bisogna tenerlo inquadrato e in uniforme dalla mattina alla sera.

E ci vuole bastone, bastone, bastone».

La non belligeranza dell’Italia viene tra­volta con la Maginot.

Il Re e moltissimi italiani temono che si arrivi tardi al tavolo della pace.

Sardone, che vende lampadari, è impa­ziente, chiede a tutti le ragioni della nostra neutralità.

Il Duce propone a Vittorio Emanuele di entrare in guerra l’11 giugno.

Il sovrano approva la data perché è nato il giorno 11 e, da recluta, aveva la matricola undici/undici.

L’ora che scocca nel cielo della Patria verrà segnata nelle clessidre di sabbia, as­sieme alla sconfitta di EI Alamein: polvere, fumo, deflagrato silenzio dal riarso deserto dei compagni d’armi.

La dichiarazione di guerra è stata conse­gnata agli ambasciatori di Francia, Gran Bretagna. La consegna tempestiva, fretto­losa, irriflessiva, operata da un postino epi­lettico che non ha il tempo di bussare. S’a­pre il portone delle ambasciate. Il plico ros­so per le grandi scale giunge alle scrivanie. Si telefona al Primo Ministro: l’uomo con la rosa in mano, col violino, l’uomo amato, il capo carismatico dichiara al gran simpati­co una guerra scalmanata contro il mondo.

Scendiamo in campo contro le democra­zie plutocratiche e reazionarie. La parola d’ordine è una sola e categorica: Mai indie­tro Savoia! Il primo anno si conclude con doppia sconfitta e doppia fame, una illuso­ria puntata fino a Sidi El Barrani, le divisio­ni di Graziani.

La propaganda del regime sensibilizza con fotografie i viaggi premio alle coppie prolifiche. Non si parli di  radio clandestine o di code ai negozi. La frase: Vinceremo, e molto più presto di quanto non si creda, pubblicata dal Secolo-Sera, non sarebbe mai stata da Lui pronunziata.

Il Duce conosce bene i rurali d’Italia «pronti a fare zaino in spalla e cambiare la vanga col fucile».   

 

Ora c’è la città che prima appena s’intravedeva nelle cartoline e vec­chie foto di famiglia. Ora c’è la città dei palazzi, dei rioni, degli edifici, dei balconi imbandierati, chiglie nel ter­so mare delle rondini, rompighiac­cio nei mattini rigidi, guglie nel ven­to dei tediosi pomeriggi.

Ora c’è la città degli autobus, delle piazze par­lanti, osannanti, delle strade asfalta­te, degli uffici, porte chiuse e corri­doi, sportelli caccia pensieri, banche e intendenze, raccomandate in plico rosso e ceralacca, timbri tondi e quadrati.

Ecco la città delle visiere militanti, miliziane, militar/poliziane, nere gri­gie … delle custodie vuote, delle ban­doli ere verdeoliva, delle gradinate presidiate da avanguardisti e balilla, dei portalettere con giacca e berret­to militari, dei commessi viaggiatori con valigia-campionario, pantaloni alla zuava, coppola ed abito di “princi­pe di Galles”, scesi dalle carrozzelle per alloggiare negli alberghi “Roma” e “Lombardo”, del primo pizzicagnolo norditalia «belpaese» alto e cortese, stracchino da «Nino» e nasoscazza­to, bilance automatiche e registratori di cassa a manovella, di giardini pubblici, di guardie annonarie e di mercato, di specchi e di sedie nei sa­loni dei barbieri adulatori.

La città mai pronta, in attesa son­nacchiosa, a volte rumorosa, quasi sempre silenziosa e passiva, sicuro bersaglio delle incursioni aeree.

Allo “Stabile” si proietta Giarabub la sagra eroica con Fosco Giachetti. In via Pretoria qualcuno fischia della banda d’Affori che comanda cin­quecentociquanta pifferi. Fischiano sotto le finestre il motivetto di «come Biancaneve», fischiano all’amico e gridano cantilenando: «mi ziaà!» per chiamare gli amici più forti; fischiano per salutarsi, per esibirsi, fischiano perché al Teatro la proiezione s’in­terrompe, fischiano d’ammirazione «quann alla femmana lu cule gn’ab­balla», fischiano i modulati virtuosi­smi delle fisarmoniche.

Fischia tutte le mattine di strada in strada la gioia del pane. Merlo can­tatore, anziano facchino, salta dal camion e si tuffa nei recinti di barac­che e di ceste. Ha scambiato i vicoli e i palazzi per gli alberi della foresta.

«Potenza Fascista», potenza del fascio aggregante, assoluto, di voca­zioni epiche, predisposizioni autoe­saltanti, oniriche veglie, delirii, con­statazioni frustranti. Potenza del po­tere articolato, inquadrato, pattu­gliato, battaglionato ed in riga, poten­za della volontà in marcia, atto se­condo del dramma, patema della fe­deltà alla rivoluzione nera, occhio strabico dell’Ovra, trama eroica e di­sinvolta, svolta per i camerati/goliar­di che il Duce chiama sulle prime li­nee, lontano dalle nude stanze.

Sogno turlupinante, contagioso e contagiante, del padre in camicia, dei figli, nipoti, di una «stirpe» vestita di pezze, affetta da improvvisa para­noia nell’ostinata volontà di penaliz­zare i sanzionatori, gli anti, usurpa­tori e cospiratori, nei precari risvolti del grintoso destino di inermi.

«Potenza Fascista», potenza della stampa di Partito (di questo numero vengono inviate in omaggio ai ca­merati in armi duemilaseicentottan­ta copie), delle foto politiche, dei ri­tratti duceschi, dei film «Luce». Nu­trito gruppo della redazione collega­to ai fasti del ventennale, che stam­pa il giornale contro il disfattismo, l’antifascismo e il bolscevismo. Settimanale diretto da Franco Longo, re­dattore capo Concetto Valente.

Nebulosa di notizie a josa, di sog­getti sopravvenuti e distribuiti negli

stati differenziali di emotività, «insie­mi aleatori e stocastici, più che con­creti e statistici». Formazioni di gio­vani fascisti, Guf ed avanguardisti, adunate, raduni e rompimenti delle righe, uscite dai ranghi e rientri, avanti, march!, fino alle più distanti meridiane.

Sulla spola del senno di poi si di­pana il groviglio delle illusioni, fedi tradite, rivelazioni accecanti, morti e trasfigurazioni sorprendenti, ferite ir­rimarginabili, trivellate spesso da ci­nismi, sottili menzogne e grossolane promesse, derisioni: tutto rientra nell’inventario dell’umano, del cia­scheduno, delle peripezie tortuose, delle capitolazioni singole, dei pat­teggiamenti tra sé e sé, tra sé e gli al­tri, conversioni, oscure intimità, do­lori infagottati, ripiegati, ristirati, ser­bati dentro le valige delle generazio­ni uscenti, negli zaini, nelle casse e cassetti.

Chi non sa che la «Lucania, sotto l’impulso e il dinamismo della Rivo­luzione delle Camicie Nere avrebbe bruciato le tappe per raggiungere più presto la meta?» Ernesto De Marsio, federale di città, lo ricorda a sé e agli altri: «La coalizione antifa­scista, dopo aver tentato di ostacola­re l’espansione della rivoluzione del mondo e l’ascesa materiale dell’Ita­lia, ha, extrema ratio, scatenato questa guerra». I ranghi son da ser­rarsi, la fede è quella della vigilia, occhio al dissenso locale: mast’Ca­nio, mast’Austino, Nestore ed Ettore Padovani, l’avvocato Leone, Ro­tunno, Pignatari e Reale, socialisti, comunisti e massoni; artigiani e im­piegati, ironici e sfottitori quando non li vede il regime, vili e conformi­sti al cospetto di esso, gli strafottenti camerieri, i ferrovieri sabotatori e di­sfattisti, siano rigorosamente vigilati, fermati per motivi di ordine pubbli­co. La gente deve pensare solo a la­vorare, qui non si parla di politica, il lavoro non è forza di classe, ma pre­ziosa energia a disposizione della Nazione. Rocco Murro ribadisce: o contro la Patria o al servizio di essa.

Intanto son partiti, partiti tutti, giova­ni apprendisti, contadini, manovali, impiegati e studenti, giocatori alti e robusti, carabinieri e granatieri, avi eri, marinai della San Marco e sommergibilisti, alpini, bersaglieri e fanti, sono partiti tutti: i figli di Cili­strina, d’u Carustuse, il genero di … Pappacionn. Con questi c’era il professore di liceo Bolis, che al pri­mo assalto è già caduto riverso nella neve.

Verrà il giorno della Vittoria? Per gli agrimensori che segnano i nuovi confini si afferma e conferma l’in­controvertibile diritto dell’Italia. L’a­libi è sempre quello: largo ai giova­ni. Facile convulsione, rimorso non frenato di chi tiene saldamente il po­tere e non lo molla, anzi non invec­chia detenendolo e fa invecchiare gli altri.

È a voi, giovani d’Italia: giovani del­le officine e degli atenei; giovani d’anni e giovani di spirito; giovani che appartenete alla generazione cui il destino ha commesso di fare la storia; è a voi che io lancio il mio gri­do augurale!

E perché i giovani non guardino con invidia agli anziani vi è l’albero delle gerarchie.

I giovani dal loro canto stanno al gioco di parole. Franco Angrisani, su «Comunità imperiale e spazio vi­tale»: si può avere un impero anche senza aver conquistato un solo chi­lometro quadrato di territorio, con­tro la prassi materialistica ed antisto­rica del sinedrio ginevrino.

Generazione illusa e quasi felice, fidente del proprio presente, intera­mente coinvolta nell’epica del gior­no, nella parte assegnata, nella at­tualità di quel complesso ed impor­tante dramma del teatro politico, nel pieno esercizio delle uniformi, dei soddisfatti visi, dei sorrisi, degli in­contri di via Pretoria, ancora in sti­vali neri: la certezza di un impero ac­quisito, conquistato, come sosten­gono giornali e radio nello stile litto­rio, consapevoli di avere a portata di mano la immensa, suggestiva de­pressione africana … e l’attenzione delle ragazze in fiore.

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AI Teatro Stabile – Potenza Fascista 10 dicembre 1942

AI Teatro Comunale uno spettacolo d’arte varia del complesso artistico federale «Canta la G.I.L. •. Lo spettacolo sarà anche rappresentato per le Forze Armate. 

L’onore

 Pavesato di bandiere e di effigi, gremito di Ca­micie Nere, di organizzati della Gil, di reparti d’Ar­ma e di popolo, si svolge il superbo rito guerriero dei distintivi d’onore ai mutilati.

Sul palcoscenico prestano servizio d’onore gli allievi ufficiali d’artiglieria, allineati vi sono i labari combattentistici.

Le famiglie dei caduti nei posti d’onore.

Il Presidente dell’Associazione Mutilati mette in risalto l’eroismo dei combattenti di terra potenti­na, sempre in linea, pronti ad ogni sacrificio per degnamente servire la Rivoluzione, «il nostro po­polo ha vestito il grigio-verde scendendo sui cam­pi di battaglia il 10 giugno 1940 e spingendosi nelle lande sperdute sovietiche e nel!’ arsa terra africana …» perché l’onore della Patria e dell’Italia sia salvo.

Il Gen. Guzzoni ha appuntato sul petto del mutilato il distintivo d’onore.

Stormire di cucchiai, piatti di stagno, vociare chiassoso, scalpiccìo, rumore di panche, richiami e ordini delle cuoche/bidelle, odore gradevole e intenso di cucina: hanno lasciato le lavagne e i banchi per un cucchiaio di tubetti al sugo. A rinvi­gorire la memoria la maestra ha fatto loro trangu­giare l’olio di fegato di merluzzo. Nel mese di di­cembre sono stati distribuiti agli alunni delle scuo­le elementari ed industriali oltre 2000 libri di testo. Si organizza la «Befana Fascista»: i pacchi dono, con giocattoli di guerra, aeroplani, carrarmati, fu­cili, soldatini di piombo e di terracotta, bambole crocerossine, saranno distribuiti nel Teatro Stabile il 6 gennaio ’43 ai bambini dai sei ai dodici anni, con assoluta precedenza ai figli dei caduti, mutila­ti, feriti, richiamati alle armi e famiglie numerose.

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Ripassa Mussolini, proviene da Bari dove ha as­sistito allo sbarco dei feriti del fronte greco. In au­tomobile scura, con due o tre persone in borghe­se, scortato da cinque altre automobili, giunge alle 10,30 di sera in piazza Sedile. Vi è l’oscuramento, le lampadine azzurre nelle vie, i rettangolini di luce praticati sui fari delle macchine. Si ferma po­chi minuti alla Casa del Fascio. Alle 23,00 esce, guarda l’orologio della piazza e con un balzo rag­giunge lo sportello della macchina, saltando tutto intero il marciapiede.

Dopo aver salutato i presenti prosegue per Sa­lerno. La notizia si sparge veloce: non in visita uf­ficiale.

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Il disperato concerto di gavette da tempo non aperte alle calde minestre, l’angoscia delle lettere custodite e non rilette, le ban­diere irrigidite sulle vette, ora coricate, il nevischio sulle ciglia, sulle orecchie, il gelo negli occhi, i cingo lati spezzati dai colpi delle Katjusce, gli arti congelati hanno ur­lato la bufera e il vento.

La memoria ferma alla famiglia, alla patria remota mille miglia … È neve di casa? La tormenta al piano del mattino, Santa Loya sepolta nella neve, le terre d’u rrùs in­tirizzite? Dragonara, Torrette, Montocchio, Montocchino sono dentro il turbine di freddo con radi pagliai e isbe isolate? Nelle fo­dere, nelle tasche, nelle canne dei fucili, nei piedi, nelle fasce, è neve di casa, è desi­derio di ristoro, di Natale, di ninne nanne, di pane e di grano.

Dio che puoi riempi il tascapane … della «Cosseria», della «Pasubio», degli alpini del Don che difettano di munizioni, armi pe­santi, vestiario e scarponi, della «Julia», della «Vicenza». Temperature sottozero. Raffiche di mitraglia, secco latrare di can­noni.

Opyt, Popovka, Sceljakino, sono forse Abriola, Sellata, Pietrapertosa. Nella bufera di ululati e di neve v’è un’infernale dan­nazione estera. A Bol’setroikoje arrivano i brandelli del corpo d’armata. Le gavette chiassose tacciono all’idea di un mestolo di rancio. Le bocche fumano i vapori crono­metrati delle stazioni in pace.

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L’armata italotedesca si ritira fra Biserta e il Mareth, nella sabbia e nel vento che sferza le casacche al torrido giorno di guer­ra. Il Duce le aveva chiamate le «sue giova­ni legioni in chiaro sole; nelle arene, nei campi sportivi, nei campi solari dove la di­visa si faceva più chiara e succinta».

Ai giovani «aurora della vita, speranza della Patria, pupille del Regime», si profila­va il miraggio di AI Kattara. È poi mancata la Peroni alle borracce del deserto.

Ora l’ottava armata di Montgomery sfila per le grandiose strade costruite dagli ita­liani. Le cornamuse della 51a divisione Hi­ghilands corroborate dal tè, dal wisky e dal­le pipe hanno poca distanza dai banchi dei fichidindia.

Gira vorticosa la svastica della sorte.

Rommel ha lasciato il berretto nelle dune. La lira di sabbia smeriglia i pezzi dell’Africa Korps. Nelle scuole di Tripoli Gheddafi, im­partirà la sua lezione di storia.