LUCIO TUFANO
LUCIO TUFANO
I megalomani
È una risposta all’ingiustizia perenne che la storia opera nel vasto sterminio dei protagonismi, nella casuale ed irrazionale selezione degli uomini e dei loro destini, una reazione degli anonimi, una sorta di opposizione cumulativa e consueta contro gli invisibili ed i visibili anfitrioni, i burattinai, gli strateghi delle azioni umane e disumane, i registi dagli ampi e duraturi disegni.
I megalomani sono gli impettiti cavalieri del sottomondo urbano, la coscienza del popolo, la rivoluzione compiuta nell’inconscio, il rimorso e la pubblica accusa. Fieri portatori d’illusioni di imperio, vuoti colmati di omerici protagonismi rispetto alla privazione di funzione, di lavoro, di salario. Pancia, petto, follia della frugalità, bizzarrìa del comando e delle importanti consegne, in contrapposizione alla tracotanza e al capriccio della fortuna.
Lu sìndache, u baròne, napoliòne, u generale, sono ruoli rivendicati, gradi eccentrici della protesta anonima che non poté fruire dell’illuminato apporto dell’Enciclopedia.
Le deux amis
ANTICO COSTUME POTENTINO
È l’antica leggenda, la farsa la storiella dei due compagni con pancia e verruche, trapezi di carni e di ossa, sghembe tibie, interrotti avambracci, scemi compagni del duol, viandanti che percorrono le strade a volte scissi, a tratti concatenati, pitocchi e vagabondi, inventori e venditori, ceretani ed infingardi, asceti e ingenui, fastosi nelle disgrazie, ingegnosi e abbietti.
Gelard a pistacchiera e Haitane a pallammane, fratelli siamesi della risata con rammarico, della sventura-avventura.
Tunnel und Schal immortalati nel bronzo di Colonia, Rattacule e Bisciuline, Giggine e Nine: il primo accompagna il boccone di minestra con il pane. Senza entrare nelle case, divora tutto nelle scale. L’altro, nano, calvo fino alle orecchie, mani da pianista sempre portate sull’occhio lacrimoso, mangia la minestra e conserva il pane nel suo tascapane. La fame biblica di Giggine, figura spettrale, è il sintomo evidente di quanto imperversi sul tozzo di pane. Assurde inesorabili sciagure inedite. Ossessiva persecuzione di povertà e di diseredazione, ma tuttavia piacere di mangiare, del respiro, della luce e del sole, motivazione dell’esploratore, forza di camminare, volontà di muoversi, di trascinare i destini in frantumi del corpo a visitare i Santuari, le opere e i giorni che essi credono di dei e non semplicemente umani.
Cric Croc e Nase cacate sono una eccezione di compagni retroguardia, Flic e Floc fanno capriole, buffoni e tonti. Si chiede loro di fare il saluto al Re e gli si ordina di stare sull’attenti per accendergli il fiammifero che i ragazzi gli ficcano in una narice. Il popolo li predilige: buffoni di natura e di sorte, venuti dall’aperto, dal mondo esterno della libertà, col naso paonazzo a battere la grancassa della risata.
Puparùle e gli altri
Strabico, goffo, panciuto con camicia e cinghia militare, una medaglia di Mussolini che gli pende, a mo’ di ciondolo, dalla cinta, un sedere sporgente dietro una pancia urgente. Iscritto nelle liste comunali come demente, fu arruolato per il servizio militare nel “genio zappatori”. Accade sempre che il demente abbia qualcosa in comune con il genio; strane colleganze inventate dalle tattiche sociali, da quelle militari, dalla lucida memoria di Austerliz, scritta sulle pareti di una bianca stanza dello Psichiatrico. La madre era “massara di rango” e il regime fascista la vestiva da pacchiana per le feste dell’uva. Da militare l’hanno poi destinato alla ramazza, poiché la democrazia cancella quel po’ di nobiltà acquisita nelle dittature.
Ignoravano che fosse il figlio di una “massara di rango”, titolo dato all’aristocratico ceto degli emarginati. Ma Puparule è l’epigono del mondo sprovveduto e rassegnato, l’imperfetta ragione della fiaba ingenua dei deretani obesi e degli strabismi assonnati, dei nani e degli allampanati, di quella mansueta moltitudine dei miracolati mai epurata da Mathausen, né dalla preventiva puntura di Sabin.
Si sono susseguite le generazioni dei tre ani, true love. Il più sacro dei sentimenti, la paura, fu relegato a stimolo inconscio. Indizio di stregato e paradossale deretano è la fortuna al gioco, mentre il più basso e mingherlino e che non si distingue da terra, è «pizzaculo», spicchio di sedere, vittima di paurose povertà, le carte igieniche mai utilizzate dalle diarree di massa e dalle epidemie.
La reazione è spesso intollerante e schizoide. Pernacchie ossessive a sorpresa lasciano allibita la platea, scorregge romboidali e roboanti lasciano costernati gli impresari, gli attori e i palchi. Gutturali fiatose, bombette di agliaceo stupore eruttano assieme ai fasci di luce e alle nebbie sulle facce impavide delle ballerine, sui sacri volti delle autorità. Al Teatro Stabile, adibito nel dopoguerra a cinematografo, si proietta un film di guerra. Nel fragore di un bombardamento la platea viene inondata da un gran fetore.
Il miope Urbino, colto da sospetto, chiede all’amico obeso, se le bombe non abbiano colpito le latrine. Strana simbiosi dell’uomo con il suo momento fecale, che nel linguaggio scientifico va sotto il nome di coprolalia.
È con questo che ironia e satira usano canali linguistici rudimentali: il parlare sporco come modo di gestire la protesta. Accomunare gli uomini e il potere allo escremento, ha sempre significato il più feroce sfottò contro il privilegio, ed anche il perverso ritorcere della satira sui deboli e sugli sciocchi, sui servi della politica e della reazione.
L’estro del popolame, l’inventiva anonima tramandata a noi nei motteggi, nelle massime, nelle frasi stuccanti, proverbi e soprannomi, rappresentano la qualità incomparabile di un genio nascosto nelle generazioni, nella folla che rinnova la sua mordacità e la sua perspicacia, la lucida sintesi della vita e dei suoi molteplici significati.
Il genio in tal caso è collettivo, non nel senso marxiano –organizzato, che non otterrebbe tali risultati, bensì come individualità apocrifa, inedita, non scritta, senza firma e senza diritti d’autore. Pettlangùle e cumpagni, banda epico-comica, armata vagabonda, pugno di uomini interi e mezzi, rodomonti spacconi, eroicobuffi destinatari di catastrofi e sconfitte che tentano l’assalto allo imprevisto e allo sbaraglio.
Pedoni da poema cavalleresco per metà fiaba e per metà risata.
Quella d’ù scattùse invece è una pattuglia dal passo incespicante, la sincope di marcia, la cadenza. Sparuto gruppo di cenci, curvi, bassi, alti, grossi, che detiene la facoltà di tonfo, di scherda, di scorreggia come azzardose esplosioni di rabbia. Una pistola, il deretano, che spara tutto il suo disprezzo.
Hahata nera, panàro, fasùlo, cacarièdd testimoniano lo spirito di rivolta, la finta fierezza, la satira terrigna, l’ostentata mania del parlar sudicio, il rifugio dal quale si diparte la sfida al potere, la trionfante e temeraria sortita del timido, il momentaneo e repentino successo sulla omertà e sulla paura.
L’ironia purifica il linguaggio e lascia radici al discorso generale, anzi cosmico, di un popolo che ha fatto precise esperienze di comunità.
