LUCIO TUFANO

È una particolare città, la cui topografia urbana e di territorio pare appartenere ancora all’Appennino Settentrionale, è invece incastonata nel Sud, tra montagne e costoni. Elevata a capitale da Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat, è stata, nel corso dei tempi, dall’Intendenza Borbonica all’Unità d’Italia, alle nuove amministrazioni dei governi e delle prefetture, una città di uffici, di corridoi e d’impiegati, di prefetti e di avvocati, di magistrati e di borghesi. Abitata da artigiani, da mulattieri e da carbonai, grazie alla forte produzione di legname e grandi estensioni di boscaglie. È stata la città che più ci riporta agli ambienti ed alle atmosfere descritti dai romanzieri russi, è la città di Gogol, di Dostoevskij, o da Kafka, di scrittori crepuscolari, ottocenteschi, in un romantico connubio tra il grigio degli inverni lunghi, le chiese, le fontane, i palazzi, i vicoli, il cimitero, la ferrovia che la congiungeva a Napoli … i personaggi ironici e particolari ed il potere, un potere eccessivo rispetto alla sua infima dimensione. Fu, per tutti, la “città dei timbri”, dei cappotti di Astrakan, degli intendenti borbonici, prefetti liberali e fascisti.

Vi sono città che hanno conservato lo splendore dei loro principi o la importanza delle ricche e potenti famiglie della borghesia che in esse stabilirono la loro residenza e la loro progenie, o il mito e il prestigio di una grande azienda industriale o di una operosa fabbrica.

Vi sono città che hanno risentito della presenza, nel loro territorio, di zone minerarie, di vaste estensioni di culture pregiate o di pianure fertili di frumento, di tulipani e di piantagioni di tabacco. Vi sono città che, oggi più che mai, nelle loro antiche o rinnovate strutture portuali, indispensabili un tempo ai grandi traffici commerciali, con i magazzini di raccolta delle spezie in sacchi o di casse di rum, registrano ancora la frenetica vita degli scali. Vi sono città che, legate alle passate glorie guerriere, dischiudono anfiteatri e monumenti e le chiostre dei templi alle masse di turisti, e vi sono quelle che, forti solo di antiche tradizioni di pastori o di vita contadina, mostrano, pudiche, il ventre prolifico di grotte e le spasmodiche contorsioni degli olivi secolari, agli attoniti visitatori avvinti dal respiro degli origani che rivestono le lastre orizzontali della murgia. Città di grotte, di case e di chiese di tufo, incastonate in valli come voragini, che sono scenografia, monumento e bene culturale. Vi sono città che ostentano le orlate sagome di edifici rinascimentali o le civettuole pagode, le chiese moresche, le architetture arabe o la preziosità dei damaschi nei misteriosi fòndaci. Città ove la politica e l’economia assunsero invariabilmente i ruoli urbani fondamentali e dove tradizionali prodotti e manufatti sono entrati nell’uso comune e soddisfano la forte domanda secondo la meccanica moderna delle industrie sorte nelle periferie.

Queste città possono far crescere progressivamente le loro economie o possono declinare e perdere di importanza come è accaduto nell’800 con la lavorazione artigiana delle calzature a Londra e nel 900 con il taglio dei diamanti, ad Amsterdam, o per la confezione delle camicie a New York.

Cosi per le regioni carbonifere della Gran Bretagna e della Pensylvania-WestVirginia; per le regioni agricole e industriali della Francia centrale e degli altipiani del Reno in Germania, o per le regioni del triangolo industriale dell’Italia settentrionale e per il tavoliere Pugliese cerealicolo nel sud.

Tali economie produttive hanno caratterizzato le regioni accentuandone le attività complementari e commerciali, che hanno trovato nelle metropoli o nelle città le strutture e il terreno più favorevole al loro sviluppo per un rapporto piuttosto preciso di interdipendenza tra regione socio-economica e città e tra città e regione.

In queste città, infatti, il campo delle attività cosiddette di ufficio si è andato ampliando più rapidamente di quello delle attività di fabbrica, perché per ogni attività industriale si richiede la collaborazione di un sempre maggior numero di operatori e di tecnici, ai quali vengono affidati i compiti più diversi: dal disegno alla pianificazione e al finanziamento della produzione, dalla vendita degli articoli prodotti in gran serie alla loro distribuzione sui mercati nazionali ed esteri mediante la creazione di infrastrutture e di servizi e con l’adeguamento dei fabbricati e dei quartieri al notevole flusso degli operai e del traffico; con le nuove strutture capaci di contenere il fenomeno di concentrazione necessaria per una regione industrializzata, il suo centro direzionale, la rete degli uffici amministrativi, le sue banche, le sue vetrine, i supermarket, i suoi mercati generali, le sale borsa, le grandi piazze, i locali di deposito, gli hotel ove gli incontri sono affari, ove in definitiva le sale di esposizione e le mostre e gli uffici vendite e i centri di pubblicità e le manifestazioni fieristiche si moltiplicano e si collocano nelle aree urbane appositamente previste ed attrezzate.

Vi sono città insomma che hanno valorizzato i fatti economici delle loro regioni e regioni che hanno dato motivo di essere funzione urbana alle loro città. Le capitali dell’Europa, il cui processo di sviluppo si è verificato a scapito delle aree provinciali dei rispettivi paesi e delle zone interne hanno creato problemi di congestione al centro e di depressione economica e sottoccupazione nelle province, mentre i complessi urbani del Randstad nei Paesi Bassi e della Ruhr-Renania nella ex R.F.T., ove invece alcuni avvenimenti storici hanno facilitato la distribuzione delle varie funzioni metropolitane fra molteplici centri minori specializzati e strettamente collegati fra di loro, hanno evitato la concentrazione delle stesse funzioni in un solo nucleo congestionato.

Ma Potenza non poté assolutamente risentire di nessuna di tali presenze, né può essere soggetta ad alcuna disfunzione di tipo centralizzato o policentrico, di resse o di sovraffollamento operaio, per il semplice fatto che nessuna industria è mai riuscita ad alterare profondamente i suoi connotati urbani, fatta eccezione per l’industria delle costruzioni disordinata e frammentaria, né alcuna grande azienda, né alcun bacino carbonifero, né alcuna potente ed antica famiglia del grande capitale, né alcuna grande risorsa nel suo retroterra è stata capace di darle la fisionomia di una città legata ad una regione la cui vita economica venisse alimentata o regolata da grossi fatti organizzati di. produzione o di trasformazione. Né la fabbrica di camicie, né quella dei mattoni dalle laboriose cave, antichissima, di Ierace, né i molini ad alta macinazione di Blasi sul Viale del Basento e di Calvi & Benvignati su Via Roma, né la moderna e deprecata Cip-Zoo, né la Ferriera dalla grande nube, né la Chimica Meridionale, dei primi anni del 900, fino agli anni ’60. Aveva, la Rabotti, la industrializzazione con le sue fasi fino a quella della legge 219. Le nuove prospettive furono la FIAT a Melfi, e qualche anno fa l’estrazione del petrolio nell’alta Val d’Agri.

Per quanto concerne inoltre il raffronto di città legate al nome di grande famiglie della borghesia, che si faceva innanzi, nessuna di esse a Potenza riuscì a dare spinte economiche molto importanti.

Fatta eccezione per la Chiesa i cui Capitoli, agli inizi del secolo 800 e fino al 1860, e le cui estensioni terriere abbracciavano tutto l’agro di Potenza, con moltissime zone della regione e per le grandi famiglie feudali dei Guevara e dei Loffredo, i cui feudi erano vastissimi e le difese ricche di mandrie e di armenti ed il potere più forte di quello della Comune e dell’intera collettività, tutte le famiglie, legate alla rendita agraria dai Ciccotti, ai Biscotti, ai Ricotti ed ai Branca, agli Scafarelli, agli Addone, ai Ginestrelli, ai Tufaroli non hanno fatto che lasciarci alcune masserie divenute ormai punti convenzionali nelle mappe topografiche delle guardie campestri, e quelle come Lamorgese, Ignomirelli, il vecchio Rìcasoli, Marino e Caggiano del primo Novecento, legate al commercio dell’abbigliamento che è sempre stato il più attivo in una città da ceto grigio, non ci hanno arrecato alcuna esperienza o dato una qualche possibilità di constatare come le sorti economiche della città siano più o meno rimaste vincolate a ceppi anagrafici della borghesia agraria o commerciale o ne abbiano ricevuto il necessario supporto.

Potenza fu una città sempre caratterizzata da una gerarchia di poteri – diocesi di vescovi – città chiusa, capitale di chiese e di fontane, di enti, di amministrazioni e di burocrati.

Nessuna crescita spontanea e democratica fatta eccezione per coloro che riuscivano ad avvalersi di determinati meccanismi Era la capitale del focàtico, la città fiscale che tassava le famiglie ed i focolari, i mulini con la tassa sul macinato ed i contadini con il dazio alle sue porte. Era la capitale delle boscaglie, dei carabinieri e delle bande, delle carceri; capitale contadina, di contadini gendarmi per contadini inermi. Fu allora che ricevette dalle zone del suo hinterland e dai paesi della sua provincia il grano per gli ammassi, la legna, le scorte e le derrate, Fu allora che si ebbero i primi apparati di burocrazia passiva; una burocrazia che indossò le diverse divise proprio quando la città era capitale agricola dei fattori e degli amministratori, dei padroni con i gilet di velluto e le catene d’oro, dei vassalli agricoltori e dei servi diseredati. Quando dai bracieri scaturivano i sogni degli incendi, le luci dei candelieri, era capitale di forni e di chiese, di fontane barocche e di parrocchie, di gabellieri e di cocchieri. Allora il bosco custodiva e serbava il mistero del tesoro nascosto, il brigante e l’asceta vi trovavano rifugio ed imperavano le leggi della magia e gli spunti della cultura e della fiaba popolare erano in voga con i numerosi elementi di una letteratura da racconto che pullulava di “mali vient” e di “munaciedd”; la sua più grande risorsa. Un mondo economico e sociale più complesso e sotto certi aspetti più affascinante, il bosco rappresentava lo stesso valore che ha il deserto per le città del Marocco, il mare per le città della costa o la steppa nevosa per le città della Russia.

Nulla di tanto importante da farla scoppiare di benessere, ad eccezione del grosso fenomeno di massa che è consistito nell’inurbamento terziario.

Si è avuto anche il passaggio quindi dalla produzione agricola di grano, mais, insalata, uova, alle vetrine del consumismo; di qui la dinamica travolgente della crescita del terziario e il sempre più debole collegamento con le espressioni d’arte e di produzione delle varie zone e dei paesi, delle consuetudini e la perdita del ruolo di ricezione e di mercato, di punto di richiamo o di riferimento culturale della produzione artigiana o delle risorse arcaiche, dei manufatti, e delle vaste pregevoli letterature del folclore regionale. Il fenomeno dell’urbanesimo si è verificato in un richiamo verso la ricerca di una maggiore disponibilità di servizi e di posti di lavoro, verso una vita più vivace, ricca d’imprevisti, di possibilità di svago, di tempo libero, di incontri, di istruzione, quindi apparentemente più integrata e più “da uomini”. Dal confronto di questa possibilità, assai spesso inesistente, e con questa speranza, è nato un vero e proprio rifiuto della vita e della civiltà contadina, legata ormai a sistemi economici poco redditizi e per di più insidiati costantemente dall’alea del clima, dalle difficoltà topografiche e dalla fatica. Fra l’altro la graduale scomparsa della buona borghesia, e con la piccola borghesia ed il sottoproletariato acceduto alle posizioni più redditizie, si è man mano creato il magma “talebano” dell’individualismo, della presunzione e dell’invidia condominiale e provincialista.