PRAETERITUM DOCET?! A PROPOSITO DI “GRUGNITI”

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Mario Santoro

Quante volte ci capita di ripetere l’espressione latina, coniata da Virgilio nelle Georgiche, ‘Fugit irreparabile tempus’, con o senza totale presa di coscienza, ossia consapevolmente e spesso con una punta di amarezza o con fare semplicemente sentenzioso, o scherzoso e con allusione a certi ritorni non uguali, nella ellissi che il tempo disegna come sostiene il poeta dialettale Satriano: “U tiemp nun ghe luong, u tiemp è tunn”.
Spesso però la frase induce a ripensare le nostre azioni, il tempo trascorso, qualche momento di rimpianto, sulla linea della gozzaniana rincorsa alle ‘rose non colte’ o alle vecchie ‘buone cose di pessimo gusto’, magari, subito dopo, facendoci tentare dall’idea di cogliere al volo l’attimo, di abbandonarci al ‘carpe diem’ e di godere pienamente il presente ‘che si fugge tuttavia’. 
A tratti ci prende non solo la malinconia ma anche un moto di rabbia per non poter fermare l’immaginario quanto reale e implacabile scorrere dei secondi che scandiscono la provvisorietà e la brevità della nostra esistenza e ci torna, col velo della rassegnazione, lo sconsolato detto del francese Lamartine, divenuto popolare, ‘Tout casse, tout passe, tout lasse’ anche se talvolta ci aggrappiamo alla consolatorria speranza, ultima a morire, ‘tout se remplace’ e poi finiamo per cedere, avviliti e scoraggiati, ai versi eterni del poeta Foscolo, tanto musicali quanto crudi:

“…Anche la Speme, ultima dea, fugge i Sepolcri:

e involve tutte cose l’oblio nella sua notte;
e una forza operosa le affatica
di moto in moto; e l’uomo e le sue tombe
e l’estreme sembianze e le reliquie
della terra e del ciel traveste il tempo”.
Dunque tutto si trasforma nel ciclo della vita, scompaiono le grandi civiltà inesorabilmente, anche se talvolta sopravvivono eternate dalla poesia e le piccole cose semplici come le buone e sane abitudini che anche il ricordo fa fatica a tenere in vita. Quante cose cambiano nel breve volgere di qualche decennio!
Pure, a tratti, esse tornano a farsi vive e danno la stura ad emozioni sopite per lungo tempo: si tratti di comportamenti, di oggetti d’uso comune, di modi di dire o di fare. Mi torna ora alla mente ‘l’uccisione del maiale’, un rito particolare e comune soprattutto nelle campagne, nelle piccole frazioni, nei paesi; rito che avveniva per lo più nei mesi di dicembre e di gennaio. Un tempo era facile sentire, quasi quotidianamente, gli stridii delle povere bestie destinate a chiudere i giorni; essi sembravano arrivare al cielo, nella apparente incuranza degli uomini e nella contrastiva gioia degli stessi. Ed erano strilli che sapevano di umano e addoloravano me fanciullo che partecipavo all’operazione cruda e aprivano nel mio cuore ferite coi tanti interrogativi a cui non sapevo dare risposta.
La zia, padrona di casa e della bestia da sacrificare, che nella sua semplicità, condita sempre di stupore e di condiscendenza, da giorni andava dicendo di stare attenti perché il suo maiale, contrariamente ai tanti altri degli anni precedenti, era particoarmente intelligente. E parlava sul serio, quasi novella Cassandra, agli irridenti uomini e diceva che sì, era sorprendentemente intelligente: ogni giorno nelle tarde ore pomeridiane rientrava da solo nel porcile e col muso riusciva ad aprire la porta sbarrata da un ferretto. E la sera prima dell’evento luttuoso ce lo aveva dimostrato con grande sorpresa di noi ragazzi, ugualmente increduli. Le operazioni cominciavano già al mattino molto presto quando si andava nel porcile a stanare il
maiale che generalmente aveva fretta di uscire all’aperto, ma nel giorno fatidico, stranamente, non solo non si decideva a mettere fuori dalla porta il muso ma rifiutava categoricamente il pugnello di grano che fungeva da esca ed era gettato a pochi passi dalla bestia che puntava con forza le zampe anteriori per terra e incocciava.
Lo dovevano trascinare a forza ed era un fatica bestiale. Al maiale veniva legato con forza il muso, non tanto per evitare gli strilli acuti quanto per impedergli di dare morsi. Anche le zampe erano legate. Qualche volta lo dovevano sollevare di peso. Quattro o cinque uomini robusti lo portavano nella stanza per l’esecuzione. La scaraventavano su una bassa e lunga panchetta e lo tenevano con forza.
Si distribuivano velocemente i compiti: uno teneva fermo la testa, altri intorno abbrancavano le zampe anteriori e le posteriori, legate per bene, altri ancora poggiavano le mani forti sul corpo e sempre un ragazzo avena il compito, ugualmente imporante, di tenere sollevata la coda e di fare attenzione alla quasi certa evacuazione.
Intanto la donna più esperta, sempre la zia, poneva il secchio in direzione della testa del maiale per raccogliere in sangue, e silenzioso e determinato l’uomo al suo fianco infilava con un colpo secco ‘lo scannatur’, il coltello lungo, appuntito e tagliente, nel collo, nel punto preciso dove tagliava di netto la giugulare.
Stridi violentissimi e ancora stridi da parte della bestia condannata a fare la felicità degli uomini e per me una grande voglia di lasciare la coda e di tapparmi con le mani le orecchie per non sentire lo strazio che pareva non dovesse finire mai mentre il sangue fluiva nel secchio di rame con strano rumore e la donna rimestava con la mano e l’avambraccio nudo fino al gomito; finalmente il corpo della bestia cominciava a rallentare i suoi tentativi di liberarsi e solo a tratti emetteva qualche sussulto e via via si abbandonava al suo destino. Anche gli strilli tendevano a farsi meno acuti e più radi e venivano sostituiti da un rantolo che mi impauriva mentre negli uomini si allentava la tensione ma non la pressione della mani sul corpo della vittima e qualcuno cominciava a pronunciare battute facili e grossolane sulla impresa compiuta. Seguiva un frettoloso brindisi compiaciuto: un poco di vino nei bicchieri, appena un dito, posto orizzontalmente, e quindi il maiale era sollevato di peso e deposto nella fazzatora di legno, ossia nella madia, di norma usata per impastare il pane e capace di contenerlo e cominciavano le operazioni della cosiddetta fase due.
Ed era una lavoro fatto di precisione e di rapidità con divisione rigorosa di compiti, e svolto quasi senza dire parola: ai feroci grugniti del porco seguiva un silenzio irreale nella frenetica corsa alle operazioni.
Pure a me, e non solo a me, risuonavano nelle orecchie e nella mente gli strilli della bestia, curata e accudita per mesi con amore, e mi davo, a mia volta, della bestia per non aver rinunciato a quella macabra esecuzione, solo per sentirmi orgogliosamente grande. E fu con grande sorpresa e gioia mista ad amarezza e con un tuffo al cuore che, qualche tempo dopo, nel corridoio della scuola media che frequentavo, quasi all’improvviso, rimasi impietrito dinanzi a un disegno appeso alla parete dal titolo “L’uccisione del maiale”.
Era andata così: era stato bandito un concorso di disegno ornato per gli alunni della scuola media.
Così mi pare di ricordare. Si poteva partecipare liberamente. E alcuni, che sapevano disegnare, non si tirarono indietro. Una commissione di esperti esaminò tutti i disegni e conferì il primo premio ad uno dei miei compagni, tale Augelli o qualcosa di simile- il tempo concorre anche a far dimenticare nomi e volti- e fu inevitabile che il suo disegno a colori con il maiale disteso tra uomini concentrati nello sforzo di immobilizzarlo, fosse incorniciato e sistemato in bella vista nell’ampio corridoio. E quel maiale, bello a vedersi, diventò per alcuni mesi il mio tormento. Qualche anno dopo imbattendomi nella poesia del poeta tursitano Albino Pierro “Quann accirienn u porc”, potevo ben capire la sensazione dolorosa del poeta fanciullo e la sua fuga precipitosa nella parte più lontana della casa a strimpellare la chitarra per non sentire i grugniti della bestia. L’emozione dolorosa, provicata dalla poesia, fu enorme e prese la mia persona al punto da spingermi a imparare a memoria taluni versi, sebbene scritti in dialetto, e a ripeterli spesso:
“Quanne accirìne u porc

mi ni scappèje adàvete chiangenne
e sunèje a catarre cchi nun sente
chille grire strazzète…”
Ecco io non ero fuggito e certamente avevo fatto male e dunque il ricordo, sebbene affievolito, tornava a pungere.
Allo stesso modo, oggi, verrebbe voglia di fuggire dinanzi agli orrori della società contemporanea, dominata sempre più dalla violenza e dalla prepotenza, dall’incapacità di ascoltare gli altri, dalla gratuita delegittimazione degli avversari, dalla negazione della cultura vera dei valori, sovente ridicolizzati, dal potere della smisurata ricchezza, dalla disponibilita di armi sempre più sofisticate, dalla morte di migliaia di esseri umani, vittime incolpevoli, dal loro grido, quasi novello ‘grugnito’, dalla stupidità e dalla boria dell’uomo di potere, nel bullismo imperante che spinge a parlare a sproposito, a minacciare senza nemmeno cercare il necessario pretesto come accade nella nota favola “Il lupo e l’agnello”.
Conta solo la forza, quella bruta!
E così l’uomo insuperbisce, accecato dalla brama del possesso, dalla incoscienza, dal delirio dell’onnipotenza, perde il senso della misura delle cose fino a rischiare davvero di tornare ad essere ancora ‘quello della pietra e della fionda’ generando orrore, morte, devastazione, sgomento nelle popolazioni inermi e incapaci di opposizione alla violenza e impossibilitati a fermare la barbarie con la inevitabile distruzione dell’umanità e la difficoltà enorme di aspirare a un futuro di fratellanza e di pace.
Di qui la tendenza di tanti a un fuggire dinanzi all’orrore, non potendo affrontarlo, o meglio la
volontà di rifugiarsi in un angolo nascosto e lontano anche per non cedere alla terribile invocazione pascoliana:
E tu, cielo, dall’alto dei mondi
sereni, infinto, immortale,
oh! d’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male”.
E, magari, nell’angolo più riposto dell’anima, il timido proposito di conservare ancora e sempre un filo sottilissimo di speranza, nell’attesa che i pianti, i gridi o ‘grugniti’ possano attenuarsi e torni a trionfare la ragione e la lezione del passato possa davvero trionfare: ‘Praeteritum docet’

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Sull' Autore

Mario Santoro Mario Santoro è nato a Miracolo (Avigliano) ed è residente a Potenza. Già docente di materie letterarie, è poeta, scrittore e critico letterario. (Mariosantoro43@gmail.com) Ha pubblicato: -Embrici- poesie -Alfagrafica Volonnino- Lavello, 1986; -Embrici e poi- poesie -Alfagrafica Volonnino- Lavello, 1987; -Concerto di memorie- romanzo -Ed. La Vallisa- Bari, 1989; -Concerto di memorie- romanzo rid. Sc. Medie -Ed Appia 2- Venosa 1991; -Pianeta uomo- Tematiche di Attualità -Ed Il Girasole- Napoli, 1991; -Pianeta uomo- Tematiche di Attualità- Formato tascabile -Ed. Il Girasole- Napoli 1991; -Sentieri di ragno- poesie -Ed. Il Girasole- Napoli 1993; -Uomo e società- Tematiche di attualità- Ed Il Girasole- Napoli, 1994; -Elementi di linguistica e psicomotricità- Ed Il Girasole- Napoli, 1994; -Meridiani e paralleli - poesie -Ed La Vallisa- Bari, 1997; -Scorci di tempo- Poesie e prose- Unitre sede di Potenza, 1999; -Viaggio nella terra dei Suomi- cronaca di un’esperienza- Ed Il Portale- Pignola, 1999; -Il riverbero della luna- romanzo –ErreciEdizioni- Potenza, 2000; -Alla fontana...le parole- La Grafica Di Lucchio- Rionero in Vulture (Pz), 2009; -Stagliuozzo come strazzata- Centro Grafico Castrignano- Anzi, 2010 -Il grano azzurro- romanzo ErreciEdizioni- Anzi (Pz), 2023 -Viaggio con la madre- romanzo ErreciEdizioni- Anzi (Pz),2023 Ha pubblicato, in qualità di critico letterario i seguenti volumi: -Oltre le barriere- Ospiti del centro La Mongolfiera- Tip. L’aquilone- Potenza, 2002; -La memoria e l’identità- Antologia di poeti e scrittori lucani volume marrone- Consiglio regionale della Basilicata- Potenza, 2004; -La Memoria e l’Identità: Lucania versi- Cento schede- Consiglio Regionale di Basilicata – Potenza, 2004; -La memoria e l’identità- Antologia di poeti e scrittori lucani volume azzurro- Consiglio regionale della Basilicata- Potenza, 2005; -C’era una volta...insieme- raccolta di fiabe- Dipartimento salute mentale A.S.L. num.2 Potenza. Centro sociale La Mongolfiera, Coop Benessere- Potenza, anno 2006. Ha scritto e pubblicato centinaia di percorsi su poeti, scrittori, artisti. E' autore di percorsi poetico-letterari a tema pubblicati su riviste e antologie.

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