Anche se il falso poeta è un esemplare non raro, la sua estinzione non è ancora in programmazione ecologica; è uno che scrive!
Gli viene di scrivere e scrive, pensierini, ricordi, sogni e a volte non osa chiamare poesie le sue composizioni, ma nella sua convinzione egli si sente poeta, e la gente, quella poca che legge lo legge come poeta. È possibile? Eppure, il genere più difficile e più delicato, e che si presta spessissimo alla mistificazione, è la poesia. È un romantico? È un ennesimo esempio di come ci si possa sprofondare nel procelloso oceano della poesia, presumendo di poterlo navigare?
Perciò i verseggiatori, gli ansimanti, i ricercatori di rime baciate e non, gli scopritori e rivelatori di suoni labiali, nasali, esotici o strani, gli “accozzatori” di parole in libertà, gli estenuatori del ritmo e dell’armonia, gli isterici e gli anarchici del metro, sono diventati oggi gli eroi, i martiri, i divi, i clown, tanto più eccelsi quanto più noti e famosi li rendono i premi e la TV.
Se il poetastro fosse stato o avesse ottenuto il destino del contadino, avrebbe certamente raccontato della bontà delle colture, avvertito della saggezza contenuta nei proverbi, informato delle stagioni e dell’avvento delle piogge, delle date nel calendario agrario e dei loro significati, delle fasi lunari, delle ombre notturne e delle fatture, della fiaba dei boschi e della paura, del mistero della notte … Ma egli sa leggere e scrivere e non sa fare altro che scrivere, e magari solo scrivere.
Quanti siano i sedicenti scrittori e poeti lucani, dentro e fuori, di questa nostra regione non possiamo saperlo, anche se da qualche parte ci si sforza di censirli. La poesia specialmente, è cosa certa, è un genere letterario che comporta minor fatica, con la gran massa di quelli che, a ragione di un conseguito titolo di studio, sono portati a scrivere, riesce facile, se non si ha altro di più serio da fare, per molti, impegnarsi perfino a scrivere versi.
E non vi è occasione meno frequente di quella di pubblicare un libro, la cui lettura, da intraprendere per chi voglia capire che cosa ci sia dentro, appare noiosa, anche per chi sia ben intenzionato a scoprire dove rifuggano l’originalità della formulazione, la fertilità del discorso, la limpidezza delle idee.
Né il titolo di scrittore o di poeta è come il diploma di scuola media, necessario per ottenere un posto di lavoro, ma rispetto al reggimento di reclute e di militanti che impavidamente, alla guisa di nuovi Catulli, ostentano la condizione allucinogena della propria vanità, giustificando o addirittura esaltando ogni cosa pur di guadagnare consenso, rispetto a questa invadente, a volte intrigante e dispotica razza non è opportuno approntarne il totale sterminio?
Esagero, naturalmente, ma solo per dire che il circuito della cultura, si muove intorno alle persone, non al prodotto. Una persona che ha le relazioni giuste a Milano o a Roma diventa uno che entra nel giro e , se anche il suo romanzo o la sua raccolta di poesia non valgono il costo del libro, gli si spiana comunque il successo. Come anche solo per dire che per anni qui in Basilicata il numero di copie di vendita è stata solo rapportato ai metri che separavano l’autore dalle stanze del potere. Non c’è merito nella scelta, c’è autopromozione e spesso buone capacità relazionali . Abbiamo sperato che l’Università cambiasse questo meccanismo imperfetto, facendosi arbitro e giudice , promoter e supporter di scrittori e poeti veri, di quelli che creano il nuovo, lanciano messaggi, commuovono o accapponano la pelle. Ma anche qui non si vede niente. Grandi menti che vengono da altre città e che non si degnano di guardarsi attorno, non si imbevono della vita di queste parti, non diventano condottieri protagonisti, ma solo professori di leva in attesa che la naja cessi.
Non si leggono recensioni, non si propongono fenomeni di verità, né vi è chi, fatta qualche dovuta, lodevole, riconosciuta eccezione, è ben disposto a scrivere su quanto accade in questo desolato microcosmo.
E così accade che ci piovano addosso scrittori anche “grandi”, di cui non si conoscono le opere, tranne quando circolano nelle librerie di Potenza o di Matera, diplomati ai “Premi nazionali”, o presso altri “atenei editori” di Milano, e dei quali a noi compete, una volta scoperti, solo la fatica di leggerli.
Scrittori che percepiamo nella loro grandezza solo tramite qualche giornale, per le magistrali boiate che scrivono e che spesso non si degnano di guardare giù, in questo limbo che essi odiano e amano ad un tempo, quella terra che non li accoglie con grande giubilo per tributare loro tutti gli onori, quella regione della quale non hanno profonda cognizione, e sulla quale costruiscono impietose analisi ed emettono drastiche condanne.