Il turismo non è fatto solo di ambiente e di attrazioni. E’ fatto di tante cose, di tanti modelli, di tante risorse e altrettante occasioni, Per ciascuno di tali modelli, si dovrebbe costruire un percorso attrattivo che li interconnetta e li renda profittevoli per una buona parte dell’anno.
Si è visto come l’agriturismo è diventato importante non solo per la modicità dei prezzi, bensì per l’offerta che presenta un mix di ricettivo, spettacolare e gastronomico realizzato con alimenti di produzione regio nale e a cui si accompagna la natura, le risorse ambientali, archeologiche, storiche e culturali. È immaginabile una proposta per far decollare un luogo noto, come Venosa, che ha dato i natali al grande Orazio Flacco, un luogo poco conosciuto, ma altrettanto attraente quanto quelli più famosi d’Europa? Proviamo a ragionarci sopra.
“Edamus et bibamus, post-mortem nulla volutptas”: andavano correndo da iniziati, scompigliati e folli di ebbrezza, coronati di edere, ubriachi e felici, gridando “Evoè, Evoè, Bacco!”, uomini e donne si abbandonavano a cibi prelibati e bevande forti.
I baccanali non sono mai finiti presso i ricchi. I motti dei principi e dei poeti, dal carpe diem di Orazio e dal “hic est bibendum cum pede ac pulsanda tellus”, agli appelli di Baudelaire “senza morso”, senza sproni, senza briglia, partiamo a cavallo del vino per un divino e fantastico cielo …, ai canti gitani di Garcia Lorca, alle pagine di Guido da Verona e di Pitrigrilli, ai carmi dei poeti gaudenti, a D’Annunzio, agli artisti ed agli scrittori … “Orge di voluttà e di mistero, i più antichi, più civili e più grandi popoli hanno avuto periodi di attaccamento alla vita e ai suoi piaceri”. Il Senato romano, nel 1865 a. C., vietò queste manifestazioni con la pena capitale.
Ma i baccanali non si estinsero mai, giacché nel ‘700 cavalieri avvinazzati e donne discinte si stravaccavano in preda ad un furore irrefrenabile contro ogni legge ed ogni morale.
I candelabri illuminano gli ambienti, il fumo dell’alcool ottenebra le cosci enze, eccita i sensi, accende le membra. Una dolce ed acre voluttà afferra uomini adoratori della voluttà. “Se la lancetta segna l’ora a un dipresso giusta – scrive Taine – è per effetto d’una combinazione che è una sorpresa per non dire un miracolo, e l’allucinazione, il delirio, la monotonia, stanno di casa alla nostra porta, e sono sempre in procinto di entrare in noi”.
In “Grandezza e decadenza di Roma” il Ferrero racconta: “… le matrone correvano ad ammirare gli atleti nudi; i giovinetti a vedere sgozzare le fiere, uomini e donne si mescolavano sugli stessi banchi, in uno stesso delirio di crudeltà e di lascivia, ai giuochi dei gladiatori”. Durante i terremoti di Reggio e Messina, e di tutti gli altri fino a quello dell’80, la gente divorava tutto con bramosia e per attaccamento per la vita; anche nel corso della ritirata degli eserciti (Caporetto e ultimo conflitto mondiale) vi è una forte fame di cibo e vita. “La voluttà e il senso della fine vanno d’accordo” scrive Cosimo Turi in “Scena Illustrata” 1-15 aprile 1933.
Bacco era il dio dei bagordi e delle gozzoviglie, e Baccano, figlio naturale di Bacco, valse a spiegare lo strepito e il frastuono di diverse persone che scherzano o gridano in maniera indiavolata. “Al replicato invito del bevitor marito tanto bevve Arianna che alla fine s’ammalò e a nulla giovò la greca panacèa, l’egizia manna” (da: Bacco in Toscana – di Francesco Redi – Napoli MDCCLXX, per Gianfrancesco Paci).
Oggi, mangiare e dormire non sono più necessità, ma interruzioni obbligatorie della nostra frenetica esistenza, del quotidiano che viviamo sbuffando. Non apparteniamo più a quella società dai ritmi lenti e ciclici, dal rassicurante prosieguo di giorni e notti, primavere e inverni, quaresime e feste, così come osserva Pietro Camporesi: “Siamo in tutto schiavi della fretta e dell’urgenza” e Willy Pasini psichiatra e psicologo autore de “Il cibo e l’amore” (Mondadori), ‘al fast food corrisponde il fast voluptas’. Ci ritroviamo mangiatori distratti, in preda a una mistificazione automatica di non si sa bene cosa, scatenati sul cibo da improvvisi raptus.
Insomma, una specie in via di estinzione è il mangiatore autentico, fedele all’istinto biologico della fame. Si mangia con la convinzione di nutrire il proprio corpo ed invece si alimenta la nostra solitudine, la rabbia, la noia. Si confondono le emozioni con le sensazioni, l’amore con il mangiare, e crediamo che sia fame ciò che fame non è.
Ora, ai fini turistici e di mercato, e per la ricaduta economica di una città importante della Basilicata, come Venosa – città di Orazio – occorre istituire il “baccanale di Orazio!”. Una finzione scenica tra spettacolo ed effetti pubblicitari, un’iniziativa promozionale sicuramente premiata con ricadute turistiche e con ingredienti della curiosità, uno sforzo semiserio di osmosi tra baldoria, banchetti e marketing.
Solo così l’Eros approderà a Venosa, svolazzerà di piatto in piatto, da una tavola all’altra.
Il vino Aglianico sgorgherà dalle botti e le bottiglie suoneranno le loro orchestre di vetri, di tappi deflagrati e di moscati, di malvasie e di acquavite, e le grandi enoteche del Vulture saranno letteratura e market di fiaba e di cantine, dagli estesi vigneti della pianura a quelle scoscese colline della fiumara, dalla plaga superba ed antica alle colture più moderne, alle sponde dell’Ofanto.
Ogni ben di Dio sarà riversato nelle sale del castello Del Balzo che in una sola serata si chiamerà il castello della cuccagna. Tutta la gamma dei sapori lucani, la gastronomia ripresentata nella sua topografica carta: da Lazzi e Spilli contrada di Avigliano, a Cogliandrino di Lauria, da Badia Sant’Angelo alla Badia di Monticchio, da Canaletto a Capoiazzo, a Sterpito di sopra e si sotto, a Canestrelle, a Bancone, a contrada Barricene di Marsicovetere, a Borgo Ischia di Satriano, a Bruscata di Francavilla sul Sinni con le migliori bruschette, a Calabritto Cugnone di Marsiconuovo, a Calda e Caldane di Bella, da Carusiello di Rapone ai Casali di Muro Lucano con i tartufi ed i lampascioni, a Castagna di Pietrapertosa, a Cerasia e Cerasale, da Centomani a Conserva di San Costantino, a Cozzale Aia Silvana, a Demanio san Gerardo e Demanio di Episcopia, da Destra delle donne e Bosco Salice di Pisticci, con le arance di Caprarico di Tursi e Panevino, con le olive di Cardillo (Bernalda) e Macchia di Ferrandina. Dalle pianure di Rotondella le quaglie e le beccacce, da Dragonara a Dragonetti, da Fraschete di Tito e Frascheto di Picerno a Lettatello di Nemoli, da Malvaccaro a Melona Ovo della Vacca di Lauria,verranno cicorie catalogne, cicorie campestri, scarole, melanzane viola, zucchine verdi e gialle, salami e prosciutti, pezzi di maiali, sottogelatina, noci, mandorle e nocciole, mele annurche, limoncelle e meluzze di San Giovanni, pere Spatone e prugne, i fagioli di Paterno e di Rotonda …
Da Paoladoce a Piano dei Peri (Trecchina) a Serra di Pepe di Ruoti, e da Stagliuozzo alla Taverna del Postiere, a Taverna Foj e a Piani di Zucchero, verranno la pasta di casa, le carni di vitello, i capretti ed i conigli.
Tutta la mappa dei sapori, il catasto dei prodotti tipici lucani. Gli obiettivi? Il recupero e la valorizzazione della tradizione enogastronomica lucana, l’immagine opulenta dei cibi e del vino.
Dentro il castello quindi tutte le stanze per la Giostra di Venosa: la stanza di Dioniso, la stanza di Diana, la stanza di Cerere, la stanza di Afrodite, le stanze dei riti e dei fasti.
Un’iconografia del banchetto secondo le regole epocali ed i criteri meno sobri e più luculliani, una coena Trimalcionis, che si proporrà di interesse l’amore ed il sapore: eros e pastasciutta.
Le schiave in vesti succinte, puniche, bretoni, e germaniche tra i passati di zucca con crostini, i cosciotti di cervo alle rape, sughi di carne e salse, fagiani arrotolati, e mousse au chocolat, vini dolci ed aspri, vini del bevitore e passiti per le matrone, cipolle e rucole insalate per i gladiatori. I fast food vengono co sì sostituiti dagli slow food, della libertà.
Una Poppea entra nella vasca colma di latte d’asina, una Messalina opera una grandiosa danza, le Lesbie e le Licische hanno di che distrarre gli avventori con spettacoli di canti e musiche. Sapori e pietanze ispirate alla rosa dei venti: dai piatti di libeccio a quelli del favonio, zeffiro di ponente che asciuga il grano ed appronta le lattughe e le cicorie campestri.
Dallo scirocco caldo ed umido tra levante e mezzogiorno che viene dal Sahara e s’impregna di Mediterraneo, al maestrale che spira da nord-ovest per la zuppa di legumi e il baccalà a ciauredda, ed infine la bòrea o tramontana che ci aiuta ad asciugare le salsicce ed i prosciutti, a stagionare le pèzze lacrimevoli di pecorino, e nel paiolo ci spinge a ficcare le cotenne ed i zappoli di maiale con le gustose verdure. Gli strascinati a quattro e a otto dita, con il ragù di carne di pollo ripieno a cacio e uova, e gli strangulaprièvite che furono lo strumento di vendetta giacobina della popolana, una nostra Carlotta, per strozzare il prevetone, il di lei seduttore in una nottata di vinaccia e di borraccia. Il prevetone la cui virulenza derivava dalla quotidiana cura del candido bulbo d’amore, la cipolla, assieme all’herba salax, la rucola dal sapore rampante, sempre considerata la massima stimolatrice dell’amore.
Jacques Andrè sostiene che quel bulbo corrisponde al lampascione lucano e pugliese, ai quali da tempi immemorabili la tradizione popolare attribuisce un forte potere afrodisiaco, un potere drogante.
Queste “nell’ars amatoria” sono consigliate da Ovidio che avverte degli intrugli delle megere a base di satureia, di pepe mischiato a semi d’ortica pungente e di pilastro nel vino vecchio, offensivi al cospetto della dea dell’amore. Il cibo quindi e non l’intruglio è destinato alle orge: la prima minestra calda, la prima polenta di farro che il cacciatore, prima di essere agricoltore, gustò nella grotta, calda, fumante ed odorosa, fu certamente il più potente energ etico.
E Lucrezio nel suo inno a Venere genitrice nel primo libro del De rurum natura, protettrice dei frutti e della natura: “… Oh Venere alma, delizia degli uomini e degli dei, tu che vivifichi sotto gli astri scorrenti nel cielo il mar che porta le navi, le terre che danno le messi, per te si generano gli esseri viventi …”.
L’antico rito di Adone ucciso dal cinghiale che risorge ogni anno, una morte apparente come quella del grano e dei cereali di cui egli è l’anima. Quando ritorna si riaccoppia con Afrodite, e tutto di nuovo germoglia.
Da noi il rito di Adone è assunto da San Giovanni ed il rito coincide con la Pasqua, quando le donne piantano il grano ed i legumi nei piatti e nei vasi da tenere al buio perché i loro germogli adornino i “sepolcri” del Cristo morto. Dal San Giovanni nasce il rituale del compare e della comare che fanno festa sull’erba a consumare uova, agnello, verdure e vino in canne.
Il vino poi si addice alle donne – scrive Ovidio – in quanto, sacerdotesse di Dioniso.
Il raffinato Orazio vuole che il cavolo cresca in campo asciutto,le uova siano bislunghe e non rotonde, la gallina frollata nel Falerno e disprezza il pavone che ostenta la vanità del parvenu, mentre è esigentissimo con i frutti di mare: le ostriche del Circeo, i ricci del Misene, i pettini di Taranto, il vino di Cos ed il Falerno a seconda dei piatti, per l’arrosto il robusto e vellutato Aglianico, le mele del Piceno come frutta.
E poi? Eppoi l’ebbrezza, la gioia di godere in maschera della libertà. Per cui tutti indossano costumi antichi ed ognuno può recitare la parte che più gli piace e che più gli è congeniale per onorare la grande orgia in onore del poeta. Ecco una provocazione, una sfida alla monotonia delle sagre ed alle iniziative pedisseque delle Pro Loco.
