LUCIO TUFANO

Fin dall’antichità i potenti si divertivano ad allevare nani che godevano nelle Corti di un’assoluta libertà di parola. Le dame greche e romane li portavano a spasso come cagnolini.

Le antiche tradizioni greche affermano l’esistenza, in tempi assai remoti, di popolazioni di nani. Omero can­ta, nell’Iliade, la lotta del popolo pigmeo contro le gru; Aristotele assicura che l’esistenza dei pigmei non era affatto una fa­vola; Plinio parla di nani alti non più di tre palmi, detti perciò Trispitami

A prescindere, comunque, dalla vexata quaestio sull’esistenza o meno d’intere popo­lazioni di nani, il nano è da considerarsi un accidentale prodotto abnorme della specie umana, comune a tutti i popoli sparsi sulla superficie del globo.

Gli Orientali furono i primi a considerare i nani oggetto di curiosità, ambito e ricercato per personale diletto, tanto che, per supplire alla relativa scarsezza numerica degli esem­plari prodotti da madre Natura, essi arriva­rono a crearne mediante inumani artifici. L’uso che gli Orientali facevano di simili creature si diffuse con inaudito favore pres­so i popoli dell’antichità, e le numerose testi­monianze pervenuteci, sia scritte che figurate, ce ne forniscono prove d’impressionante elo­quenza.

L’eminente archeologo Mariette-bey sco­perse in una tomba egizia, accanto ad una mummia, una statuetta raffigurante un nano deforme – prezioso esemplare della scuola di Menfi, la più antica d’Egitto – ora conser­vata nel museo di Boulaq. Altre raffigurazioni di nani furono ritrovate dal Maspero in pitture tombali faraoniche.

Nel Museo del Louvre si conserva una statuetta del Dio Nano Bés, di fattezze mo­struose. L’orribile figura di questo Dio, pan­ciuto barbuto e deforme, era usata con fre­quenza in Egitto come decorazione di oggetti da toeletta. Il catalogo del museo di Boulaq segnala anche uno specchio decorato dell’em­blematica figura di codesto Dio nano, trovato in una tomba della XIX dinastia.

Le donne greche e romane pagavano i nani a carissimo prezzo, tanto più alto quanto più essi erano d’aspetto grottesco. Se li tenevano accanto, in casa, e se li portavano appresso a passeggio con lo stesso compiacimento con cui certe signore moderne si tirano dietro preziosi esemplari della specie canina.

I nani ebbero coi buffoni il triste privile­gio di allietare gli umori delle eccentriche da­me e dei sovrani. Ad essi era concesso di esprimere ogni loro pensiero e di pronunciare impunemente anche le verità più dure e scot­tanti, che ad altri sarebbero costate la vita.

La loro voce era considerata la ridevole espressione della follia la quale spesso equivale a quella della saggezza.

Svetonio narra che Augusto ebbe un nano chiamato Licio, alto quarantotto centimetri, dotato d’una voce bellissima, in memoria del quale fece elevare una statua con due grossi diamanti al posto degli occhi. Ed un nano ed una nana, chiamati rispettivamente Canopas e Andromeda, possedette sua figlia Giulia.

Anche il terribile Tiberio ammetteva alla sua mensa un nano, e da esso si faceva con­sigliare negli affari privati e di Stato: con in­credibile tolleranza ascoltava i giudizi che co­stui proferiva, e con arrendevolezza seguiva i suoi suggerimenti. Quando Domiziano assi­steva agli spettacoli dei gladiatori, teneva ai suoi piedi un miserevole nano vestito di scar­latto, del quale teneva in gran conto i consi­gli. Lo stesso Imperatore, per proprio cru­dele diletto, nei giorni dei Saturnali faceva scendere dei nani nell’anfiteatro e li faceva combattere ignudi tra loro o contrapposti a formosissime donne, alla stessa maniera dei gladiatori. Marc’Aurelio ebbe un nanetto, chiamato per ironia Sisifo, la cui statura non superava i cinquanta centimetri.

Alessandro Severo fece di tutto per far cessare l’inumana moda dei nani domestici, ma i suoi saggi provvedimenti non riuscirono che in parte ad estirparla. Comunque, se non del tutto cessata, la moda poté dirsi sopita per un lungo lasso di tempo.

Niceforo Calisto, nella sua storia ecclesia­stica, cita un nano egiziano, assai buon can­tore, di rara intelligenza, poco più grosso d’una pernice – l’iperbole in questo caso è evi­dente – che viveva alla Corte di Costantino.

Tuttavia il divertimento dei nani e dei buffoni rifiorì in pieno nei castelli medievali. Nel celebre arazzo di Bayeux, che la tradi­zione attribuisce all’ago paziente della Regi­na Matilde, nel lungo racconto per immagini della conquista dell’Inghilterra compiuta da Guglielmo di Normandia, figura un nano, «Tyrold» (il nome è ricamato al di sopra della sua testa), il quale, nella scena che rap­presenta gli ambasciatori del Conquistatore nell’atto di comunicare un messaggio a Guy de Ponthieu, tiene per le briglie i loro cavalli.

Le belle castellane medievali, mentre i loro uomini si battevano in Terra Santa, ingan­navano l’attesa ascoltando le canzoni dei tro­vatori, dilettandosi ai lazzi dei buffoni, sva­gandosi coi nani devoti e servizievoli, ai quali le dame nulla nascondevano sulle loro pene d’amore, le loro tresche e tutti i loro segreti.

Nello sfarzo delle Corti rinascimentali nani e buffoni trovarono larga accoglienza e furo­no una delle più strambe manifestazioni del gusto e del lusso dell’epoca. Alcuni nani sono diventati celebri ed hanno un loro posto nella storia; altri vivono eternati nelle tele dei som­mi maestri.

Considerati alla stregua di oggetti curiosi e preziosi, i nani costituivano spesso materia di dono assai gradito tra potenti. Quando, nel 1468, Carlo il Temerario sposò Margherita di York, i grandiosi festeggiamenti di nozze si conclusero col regalo di una nana alla Principessa. Entrata nella sala del banchetto nuziale sul dorso d’un «leone dorato», la nanerottola – vestita da pastorella e recante il Gonfalone di Borgogna – fu sollevata a braccia da un valletto, deposta sulla mensa ed offerta in omaggio alla sposa.

Isabella d’Este, la raffinata Marchesa di Mantova, ebbe nella sua corte un vero alle­vamento di nani, di buffoni e di folli: sono rimasti celebri il Mattello, del quale esistono un ritratto, nel palazzo di Marmirolo, e pa­recchi epitaffi; la nana Delia e il nano Mor­gantino, il Nanino e la Nanina che Isabella unì in giuste nozze, ond’«è probabile che da questi due uscisse la razza dei nani a cui Isa­bella pose tanto amore, e i cui figli regalò agli amici». I nani della Marchesa di Man­tova avevano nel Palazzo ducale i loro minu­scoli appartamenti, che tutt’oggi attirano la curiosità del visitatore.

Un’altra allevatrice di nani fu Caterina de’ Medici, che ne introdusse in Francia la moda. Ella prese vivo interesse a raccogliere nani dei due sessi e ad unirli in matrimonio fra loro per ottenere una prole nana. Ma pare che i suoi piani non si realizzassero. In­fatti è scientificamente dimostrato che le unio­ni tra nani per lo più sono sterili.

Carlo V aveva un famoso nano chiamato Corneille, del quale esiste un ritratto nel Mu­seo del Louvre. Era un lituano. In un torneo, ch’ebbe luogo a Bruxelles nel 1545, Corneille fu premiato per la sua buona grazia e per il suo zelo. Francesco I non fu da meno del suo rivale: nella sua corte i nani ed i buffoni, tra i quali il famosissimo Triboulet, ebbero largo favore.

In Italia la moda dei nani era spinta agli estremi. «Mi ricordo», scrive Blaise de Vige­nère, «di essermi trovato a Roma, l’anno 1556, ad un banchetto del fu Cardinale Vi­telli, ove fummo tutti serviti da nani, in nu­mero di trentaquattro, di assai piccola statu­ra, in maggior parte contraffatti e deformi.» Lo stesso autore aggiunge che alla corte di Francesco I uno dei nani era quanto di più piccolo si potesse vedere tra i nani. Costui, chiamato Grand-Jean il Milanese, si faceva portare in una gabbia, come un pappagallo.

Il famoso Morgante Nano, che visse a Fi­renze al tempo di Cosimo I de’ Medici, fu ritratto nudo da Agnolo Bronzino, effigiato nel marmo, sotto la specie di Bacco, e collo­cato nel giardino di Boboli; un ritratto viva­cissimo in versi ce ne ha trasmesso il Lasca.

In Inghilterra la passione per i nani ebbe antiche tradizioni. Basti ricordare il famoso Tom Pouce, che viveva alla Corte di Re Ar­turo, e una nanina molto cara alla grande Elisabetta. Ma il nano che, per opera di Wal­ter Scott, attinse i più alti fastigi della cele­brità, fu Jeffery Hudson, nato nel Rutland­shire nel 1619. All’età di otto anni fu presen­tato ad Enrichetta Maria di Francia, moglie di Carlo I, Re d’Inghilterra, dai Duchi di Buckingham. Chiuso in un pasticcio dolce, il nanetto balzò fuori armato di tutto punto e si mise a saltellare e a far prodezze sulla tavola imbandita, tra la sorpresa e l’ilarità dei convitati. La Duchessa di Buckingham ne fece dono alla Regina, alla quale fu molto caro. Alla Corte egli divenne un personag­gio importante. Re Carlo lo nominò persino cavaliere.

Jeffery mal sopportava gli scherzi dei cor­tigiani e del personale subalterno. AI portie­re del Re, ch’era di taglia gigantesca e che un giorno ebbe l’idea di prenderlo e di met­terselo in tasca, morse malamente una mano.

La sua vita fu avventurosissima. Quando Enrichetta di Francia, nel 1644, fu cacciata dal regno, Jeffery segui la sua signora in esi­lio. Un Tedesco, certo Crofts, si fece beffe di lui e Jeffery lo sfidò a duello. Ma Crofts si presentò sul terreno armato di un … lavativo. II nuovo insulto esasperò il nano, che co­strinse l’avversario ad accettare la sfida di battersi a cavallo, alla pistola. Al primo scon­tro, l’imprudente Tedesco venne colpito a morte.

Compromesso nel complotto dei papisti, nel 1682 il nano fu rinchiuso a Gate-House, dove concluse la sua movimentata esistenza. Jeffery Hudson è stato cantato da Heat, ritratto da Mytens e da Van Dick.

Anche il poeta Davenant narrò le avven­ture e le disavventure del povero nano Jeffery nel poemetto eroicomico la «Joffereide».

Di una nanina che appartenne a M.lle de Montpensier, nipote di Re Luigi XIII, si ha la memoria che in versi garbatissimi ne ha tramandato un geniale giornalista e poeta, Lo­ret (1635). Quant’essa fosse piccina è detto come meglio non si potrebbe dai versi desti­nati ad epitaffio: Dans cette fosse souterraine – ­Git une naine plus que naine; – Mais j’ay tort de parler ainsi, – Elle n’est plus gizante icy .- Ce tombeau rien d’elle n’enserre, – Car deux très – petits vers de terre – En firent un maigre repas – Le propre jour de son trépas».

Quanto i nani fossero in favore alla Corte di Spagna ci attestano i dipinti di Velasquez. Non meno popolari lo furono in Germania ed alla Corte degli Zar, in Russia. Pietro il Grande si tenne sempre accanto un nano, e alla di lui sorella Natalia si deve l’idea biz­zarra d’aver organizzato, nel 1713, per le nozze di due nani della sua Corte, una impor­tante adunata di nani a Mosca: in corteo trionfale, montati su minuscole carrozze ap­positamente costruite, essi percorsero le vie della città tra canti e musiche.

La ventura di chiudere il lungo capitolo della storia dei nani asserviti al diletto dei potenti spettò ad un. nano che fu, starei per dire, più nano dei numerosi suoi predecessori, e ad un altro nano che, dei nani, non ebbe che la bassa statura, poiché, per armonia di forme e per maturità psichica ed intellettuale, non fu affatto inferiore alle creature normali. Il primo è passato alla storia col nome di Bebé, il secondo con quello di Joujou. Bebé fu al servizio del Re di Polonia Stanislao Lesczinski; Joujou godé la protezione della Duchessa po­lacca Humiecska.

Nicolas__Bébé__Ferry

Bebé nacque nel 1739 in un villaggio dei Vosgi. La sua culla fu uno zoccolo, il suo materassino un ciuffo di stoppa. Appena ve­nuto al mondo, era lungo ventidue centime­tri. Fu portato al fonte battesimale su un piatto, gli fu imposto il nome di Nicola (Fer­ry), ed ebbe per nutrice una capra. A sei anni fu portato alla Corte di Re Stanislao, ebbe maestri e precettori, ma non riuscì ad ap­prendere che qualche passo di danza; nient’al­tro. La sua intelligenza non superava quella d’una bestiola ammaestrata. Mori a 25 anni. Il suo signore gli elevò un mausoleo nella Chiesa dei Minimi, a Luneville, e dettò per lui il seguente epitaffio: «Hic jacet Nicolaus Ferri, Lotharingus, – Naturae ludus, structurae tenuitate mirandus – Abs Antonino novo di­lectus, In juventute, aetate senex, – Quique lustra fuerunt ipsi – saeculum … – Obiit nona Junii, – Anno MDCCLXIV».

Nel Museo del jardin des Plantes, a Pari­gi, son conservati lo scheletro ed una ripro­duzione in cera di Bebé.

Il suo compagno Joujou, nato dalla nobile famiglia Borwilaski nel 1738, ebbe invece in­telligenza normale e spirito vivace, onde di­venne un perfetto cortigiano. Dopo esserle stato carissimo, egli si rese inviso alla Duches­sa Humiecska, sua protettrice, il giorno in cui dimostrò che nel suo piccolo corpo di nano palpitava un cuore sensibile e fermentavano i sensi d’un uomo normale.

Scacciato dalla Duchessa, Joujou sposò una giovinetta che corrispose al suo amore. Con un modesto assegno concessogli dal Re Sta­nislao, vagò con la sposa per le Corti d’Eu­ropa. Essi provarono le difficoltà della vita e persino la fame. Ma che importa? Borwilaski conobbe anche l’orgoglio di sentirsi tra gli uomini un uomo!

[1] nicolò mura, Storia illustrata. A. II. n. 9 – 1958.