LUCIO TUFANO
Primanomina, promozione, punizione
«Tipico esempio di centralizzazione, Potenza è una città imposta. L’altura sulla quale è posta è al centro della regione e la si vede adatta ad ospitare tutti quegli uffici che dovevano servire l’intera Basilicata. È nata – con riferimento all’Unità d’Italia – come città di uffici. Chiusa in una catena di montagne, condannata all’isolamento, senza facili vie di comunicazioni, ad ottocentocinquanta metri di altitudine, non avrebbe favorito il suo inserimento nella vita del paese».
«Le comunicazioni sono difficoltosissime. Vi sono paesi che vi sembra di toccare con mano, ad un tiro di schioppo — ma per raggiungerli — chilometri e chilometri attraverso strade impervie, itinerari capricciosi, accidentati, curve, dislivelli, zigzagando sui fianchi delle montagne, riportandovi spesso al punto dal quale eravate partiti … La Lucania non è una regione facile, Potenza, capoluogo, ne paga amaramente le conseguenze». Così si esprimeva anni fa Vittorio Ricciuti su “Il Mattino”, tentando di descrivere il tormentato destino centralistico e burocratico di una capitale amministrativa che trascorre i suoi decenni tra le montagne di un vasto territorio, percosso dalle inclemenze della storia, e dai frequenti terremoti.
Ma brulica di pubblici dipendenti, cagiona sindromi di ambiente, ha il culto dello spezzatino di carne con patate e degli strascinati, ha il culto della domenica a Sant’Antonio la Macchia, dello struscio in via Pretoria, dell’enigmistica tascabile, del «Potenza sport club» e dei suoi colori, della battaglia navale, della sfilata dei turchi, delle cantine per un quartino e qualche «osso di morto», l’orologio della Prefettura e del Palazzo di piazza, del Sedile.
L’orologio scandaglia il divenire, sperpera i minuti e le ore, non conserva nulla di quanto il suo ingranaggio percorre con le ruote dentate, neppure la memoria. Fiume che scorre senza foce, flusso senza riflusso nel nostro angusto universo di impiegati, pulsano i battiti del cuore burocratico dei bolli e delle «firme», delle entrate, delle uscite, di atti ripetuti, intervallati, le prassi rilette, rifatte.
Scorrono i tempi ecologici di Pallareta e del Basento, il tempo religioso delle messe, quello cerealicolo delle messi, quello cinico della politica. L’orologio segna lo sviluppo dei viventi, del progresso, cronometra gli scioperi ed i conflitti di classe, gli eventi e gli accadimenti.
Le piccole contrarietà… Potenza è la città degli studenti e degli
In piazza Prefettura – fino a pochi giorni or sono – lo spettacolo assumeva un aspetto più vario: fino a quando, cioè, quel meccanismo ribelle ad ogni movimento sincrono, ma che pure si chiamava orologio, attirava lo sguardo di tutti i passanti: tormentatore fiero ed inesorabile dei piccoli e dei grandi schiavi dell’orario… Così i ritardatori — le cui frequenti veglie avevano reso dolce il sonno mattutino – volgevano lo sguardo rapido all’orologio ed affrettavano il passo sentendo più greve il peso della noia. I dirigenti, invece, si attardavano volentieri – la prima mattutina sosta – dinanzi al caffè Pergola; si scambiano le prime impressioni … sul tempo, sulla monotonia delle quotidiane occupazioni, sugli svantaggi della residenza e quindi – volto lo sguardo al fatale orologio — si avviano lentamente al lavoro. Ora no: poiché l’abitudine è antica, connaturata, lo sguardo corre sempre lassù, all’alto del palazzo della Prefettura, ma subito con rapido moto di dispetto – tale è la forza dell’abitudine che l’uomo si affeziona anche agli strumenti del martirio! — si rivolge a considerare che l’orologio non c’è più!!!
Chi ha proposto che il superstite orologio delle PP. e TP. fosse ridotto a doppio quadrante?
Altro che …! lo vorrei che in piazza Prefettura fosse impiantato – Comm. Quaranta non siete voi il signore di tutte le iniziative? — un maestoso ed economico orologio a sole, o che una enorme clessidra – poggìante su degno piedistallo, nel bel mezzo della Piazza — segnasse col lento scorrere della rena il decorso delle ore … Sento un amico che ironicamente osserva: “Ma è proprio necessario che agli abitanti di Potenza segni le ore un qualunque meccanismo? Perché non si ritorna alla prisca scienza dì regolare l’andamento delle cotidiane cure, notando la parabole che descrive l’astro maggiore?” Forse l’amico ha ragione.
