Leonardo Pisani

DI LEONARDO PISANI E ANDREA GALGANO

«Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.
Ahi quanto a dir qual era è cosa dura,
esta selva selvaggia e aspra e forte,
che nel pensier rinova la paura!”

Il 25 marzo 1300 per molti sommi dantisti, inizia il viaggio dell’Alighieri  nella sua “Commedia” poi chiamata dai poster La Divina Commedia, patrimonio letterario dell’umanità. Ma Il Sommo Dante e la Basilicata, ma c’è un rapporto? Letterario certamente, ma non ci riferiamo ai giudizi e riflessioni del Padre della Lingua Italiana sulla Scuola Siciliana di Federico II di Svevia, tra altro legatissimo alla Lucania, ma a quei lucani o personaggi storici strettamente legati a questa regione, centrale all’epoca per il Regno di Napoli. Di trattare questo originale argomento fu un colpo di intuizione che ebbero il sottoscritto e il critico letterario e scrittore Andrea Galgano.

Lo racconto anche nella prefazione di “41esimo Parallelo Nord. Poesie delle Terre di Lucania”, edito da Universosud , con il contributo del Consiglio regionale della Basilicata, a cura di Gianfranco Blasi, con la mia nota introduttiva e le tele di Irene Battaglini: “I lucani all’interno della Divina Commedia” del “41esimo Parallelo Nord. Poesie delle Terre di Lucania”. Insomma, Orazio è il lucano più famoso al mondo, ed è nella Divina Commedia ma non l’unico, c’è anche Manfredi, che amava passare le estati a Lagopesole e non solo, così chiamo Andrea Galgano e  gli lancio una proposta bruciapelo. “Senti, tra le mie ricerche trovo personaggi lucani o legati alla Basilicata nella Divina Commedia, perché non li trattiamo assieme? Tu la critica letteraria e io qualche notizia storica. Insomma, Orazio e Manfredi, nati a Venosa, Roberto il Guiscardo, sepolto a Venosa, Carlo I – Capetingio, guelfo quindi antipatico al sommo Dante che lo definisce nasuto- Carlo II che per un ventennio hanno dimorato nel maniero di Lagopesole di estate e frequentavano Melfi, così chi a Melfi ci lavorò per le Costituzioni di Federico II come Pier delle Vigne e altri, che non cito perché li troverete nel libro”. Questo anni fa, non immaginavamo certo che poi da una nostra amicizia e collaborazione Andrea Galgano avrebbe sviluppato un pregevole saggio e che ironia della sorte o ironica volontà del Destino o semplice casualità, “41esimo Parallelo Nord. Poesie delle Terre di Lucania”. È uscito proprio nell’anniversario dei 700 anni dalla morte di Dante Alighieri. Un saggio che consiglio di leggere perché come sottolinea Gianfranco Blasi: « Il 41esimo Parallelo attraversa la Basilicata” , Da Dante a Isabella Morra, sono agli autori viventi, tra cui giovani talenti emergenti.

Andrea Galgano

I LUCANI ALL’INTERNO DELLA DIVINA COMMEDIA

DI ANDREA GALGANO

L’itinerario dantesco nell’Aldilà è il viaggio dell’uomo nella profondità di se stesso, alla insatura ricerca di se stesso, attraverso una ascesa verso Dio, ossia verso la profondità del Sé che in realtà si esprime in altezza. Non è un viaggio soltanto individuale, è un itinerario di compimento, poiché la libertà, è la capacità di riconoscere la verità e di seguirla, ed è nella conoscenza piena di se stessi che essa si colloca. Il senso compiuto dell’esistenza, come abbraccio alle cose e amore al reale, si situa nel riconoscimento di un desiderio e nel grido leale di pietà nella selva oscura. La vocazione, per cui ci troviamo nel mondo, è in questo grido di felicità («cui solo agogna e cerca la natura mortale», dirà Leopardi), a cui la realtà ci richiama, per abbracciarla in una densità di senso e di significato. Il nostro percorso, all’interno della Commedia, ci porta a conoscere più da vicino le anime di coloro che hanno ricevuto i natali lucani, o che hanno toccato con la loro vita il nostro territorio, approfondendone la natura, i segni, i gesti e le tensioni.

Prima di entrare nell’inferno, nel IV canto, nel preambolo che precede l’Acheronte, risvegliato da un tuono profondo, dopo lo svenimento che chiudeva il canto precedente, sceglie di farci transitare nel primo cerchio, il Limbo, dove si trovano coloro che hanno contribuito allo svelamento della verità nel mondo, uomini di acume e sapienza, ma non salvati e mai beati, «e quivi tratta de la pena de’ non battezzati e de’ valenti uomini, li quali moriron innanzi l’avvenimento di Gesù Cristo e non conobbero debitamente Idio; e come Iesù Cristo trasse di questo luogo molte anime». (Anonimo commentatore dantesco del XIV secolo).

È l’anticipo del cieco mondo, che è l’Inferno, privo di luce, privato in quanto mancante, ma anche privato in quanto incluso in un mondo interno al Sé non sempre accessibile. Dante si accorge dello spavento di Virgilio, ma la consapevolezza della sua guida è nella compassione, nella pietà per tutti coloro che si incontrano e che vivono in questo abisso.

Dante ricava l’esistenza di questo luogo dai testi teologici e dalle leggende ma è un’invenzione, nonostante una tradizione precristiana ne attesti la presenza. Nel Vangelo si legge che Cristo, dopo la morte, si reca nell’Inferno e, dopo aver infranto la porta, trae le anime di coloro che lo hanno anticipato e ne hanno preparato l’avvento: Adamo, Abele, Noè, Mosè, Abramo, re Davide, Giacobbe e Isacco, Rachele.

La condizione primaria della salvezza è il battesimo («porta della fede che tu credi»), e allora la domanda centrale è: ma se un uomo non ha potuto aver notizia di Cristo e dell’annuncio cristiano ma avesse vissuto con retta coscienza e di conoscere questo Dio non ancora rivelato, perché condannarlo per colpe non commesse? È il dolore senza martirio o patimento fisico. Non hanno peccato e se pure hanno dei meriti non basta, proprio perché non ebbero battesimo. Il limbo è il posto in cui la libertà ha scelto una condotta che ha allontanato le anime dal sommo bene, che è l’origine di ciò che siamo, e Virgilio dirà, a tal proposito: «s’e’ furon dinanzi al cristianesimo / non adorar debitamente a Dio: / e di questi cotai son io medesimo». Pur non avendo commesso peccati o colpe, sono offesi dalla mancanza di speranza che il loro desiderio possa compiersi. La sofferenza limbale, pertanto, si determina proprio come pena del danno. È privazione, e, allo stesso tempo, pena: «sanza speme vivemo in disio». Desiderare la cosa giusta, averne coscienza, sapere della verità e della bellezza, del bene, ed esserne privati per sempre. Sono davanti al vero e sanno che sarà loro impedito per l’eternità. La condanna all’Inferno ha una premessa. Seguendo la ragione è possibile arrivare a una chiarezza e a una percezione su Dio sufficiente a venerarlo e adorarlo debitamente. Prima della rivelazione è possibile all’uomo retto, se usa fino in fondo la sua ragione e la sua libertà, venerare senza equivoco e senza errore Dio. L’accusa di Dante a Virgilio è non aver usato fino in fondo la ragione e la libertà, anche senza l’annuncio cristiano e  pur non avendo conosciuto Cristo non ha respirato una tensione religiosa che lo potesse avvicinare a quella venuta.

Essi, pertanto, avrebbero dovuto e potuto adorare nel modo giusto Dio e non l’hanno fatto. Nella tradizione medievale, che richiama le Sibille (peraltro solo accennate nel Paradiso), vergini dotate di virtù profetiche, si riteneva che prima di Cristo, ci fossero segnali sufficienti per attendere e adorare la venuta di Cristo venturo.

La possibilità di salvezza e di alternativa alla dannazione è possibile, lo testimoniano Traiano, Rifeo o Stazio in Paradiso. Virgilio ammette la sua colpa indicandola come assenza di fede e come mancato possesso di essa. C’è una possibilità di salvezza per chi non è cristiano ma Dante esclude il suo maestro.

La ragione all’estrema possibilità, come coscienza della realtà secondo i suoi fattori, si apre all’ipotesi della rivelazione, mantiene aperta la categoria della possibilità. La ragione, che Dio gli aveva dato, aveva dovuto portare a Cristo venturo e si sarebbero salvati. Franco Nembrini afferma: «L’attesa di un Dio unico e vero che compia le aspettative è strutturale all’uomo, è il sigillo impresso da Dio ad ogni uomo, è ciò che più definisce l’identità umana».

La sospensione dei grandi spiriti, coloro che furono alti per ingegno e vita morale, rivela la magnanimità, l’«onrata nominanza», ossia l’onore di una virtù estrema, della sapienza, della verità e della dignità che respingono ogni emisfero di tenebre, come il grido che onora la creaturalità del mondo e la poesia che innalza e onora. Nelle anime dopo Virgilio, il sublime poeta, la cui anima dipartita ritorna, ecco rispettato il canone medioevale: Omero, poeta dell’epica, superiore a ogni altro e perciò sovrano, poi Orazio, definito satiro, in riferimento ai suoi Sermones, il nome latino delle Satire, Ovidio e Lucano.

È la bellezza di un incontro, così intenso e vero che Dante preferisce tacere su ciò di cui hanno discusso. Non è solo una bellezza superstite ma il riavvicinamento all’antico con amore, con comprensione e apertura. Sembra una riappropriazione di qualche cosa che ci appartiene, ma che si era smarrito nella memoria di una rimozione storica. Dante è un uomo del Medioevo, che pur non conoscendo il greco, rende omaggio a quella cultura, perché l’avverte come fondamento del suo essere e dell’umanità.

È il sussulto dell’umano che ritorna alla sua tradizione e alla sua appartenenza, ma come conquista e rinnovamento. L’Umanesimo dantesco, per così dire, è una riconquista che nasce da un incontro che si fa desiderio e amore. L’esaltazione dei grandi antichi pone la domanda della salvezza. Essa è abitata dalla salvezza. I megalopsichoi sono l’intelligenza dell’appartenenza che unisce cultura cristiana e classica. Ma non basta. L’uomo ha la responsabilità di rispondere alla Grazia che ha ricevuto. È un docile affidamento che assomiglia a un sospiro e un fiato che si rivela.

Nel X canto dell’Inferno, varcata la soglia della città di Dite, Dante e Virgilio si trovano dinanzi a una vasta pianura silenziosa, popolata da arche sepolcrali scoperchiate e infuocate, in cui giacciono gli eretici e, in particolare, Epicuro e gli epicurei che non credono nell’immortalità dell’anima: «Suo cimitero da questa parte hanno / con Epicuro / tutt’i suoi seguaci / che l’anima col corpo morta fanno» (Inf. X, 13-15).

Qui incontrano Farinata degli Uberti e poco dopo Cavalcante Cavalcanti (padre di Guido, che chiede notizie del figlio e capisce che è morto. Dante gli spiegherà che Guido, il grande «loico», ha rifiutato l’avventura divina), espressione di una civiltà e società non fratturata, non lacerata dalle ostilità e della faziosità delle guerre civili e parciò magnanimi. Due volte il ghibellino Farinata ha cacciato i guelfi, che poi, come dice il poeta, sono ritornati.

Il suo atteggiamento, fortemente eroico, determina un ardire riottoso: ergersi contro Dio, punto di origine della vita, mantenendo una sorda rabbia contro il vero e il bene. Dante chiede a Farinata di dirgli «chi con lu’istava», questi risponde: «Qui con più di mille giaccio: / qua dentro è ‘l secondo Federico / e ‘l Cardinale [Ottaviano degli Ubaldini]; e de li altri mi taccio».

Federico II, heros illustris, è all’Inferno, proprio perché eretico epicureo, come molti ambienti clericali sembrano attestare, in particolare, Salimbene de Adam e non solo per una sorta di risentimento familiare, a causa dell’aiuto dell’imperatore nella battaglia di Firenze del 1248 contro i guelfi. Egli, però, e successivamente suo figlio Manfredi, corde nobiles atque gratiarum dotati, come il poeta afferma nel De Vulgari Eloquentia, «seppero esprimere tutta la nobiltà e dirittura del loro spirito, e finché la fortuna lo permise si comportarono da veri uomini, sdegnando di vivere da bestie».

Le anime dell’inferno vedono, come presbiti, le cose lontane del futuro e quando queste avvicinano il presente, la conoscenza diventa vana e obliata, come se fosse estinta. Se poi qualcuno non dà notizie di quel che è nel presente, nulla si può sapere. Quando ci sarà il giorno del Giudizio, la porta del futuro verrà chiusa e ci sarà solo il tempo dell’eternità, per cui le anime non vedranno più nulla.

Riconoscere che l’anima ha un destino permette al presente di determinarsi come meta e punto di arrivo, senza di essi è piegarsi al vuoto di senso. Le anime sono rapprese nel loro fuoco e sperimentano il vuoto di ciò che passa e che non si fonda su una prospettiva ultima, in grado di poter compiere la traiettoria dell’esistenza.

Nel canto III del Purgatorio, a circa metà della montagna dove cominciano le sette balze, dove vengono puniti e poi purificati i sette vizi capitali, Dante, nell’Antipurgatorio, si imbatte nelle anime dei morti in contumacia. È importante rilevare, come la sua prima meditazione sia sul percorso intrapreso finora, e quasi si stringe a Virgilio. La Divina Commedia è costruita sul fatto «che la libertà è la capacità che l’uomo ha di vedere il bene, il vero, il bello (il colle illuminato dal sole) e di andargli incontro. L’uomo realizza la sua libertà nella capacità di appartenere a una guida che ha incontrato. […] Tutta la dinamica della libertà dell’uomo appare nella sua natura quando Dante ci dice che nella vita bisogna sapere a chi vai dietro, chi segui, di chi sei» (Franco Nembrini), e, ancora, è «l’accompagnamento della ragione umana a riconoscere una verità, che certo la ragione non avrebbe potuto saper da sola, ma che può riconoscere, raggiungendo il proprio compimento, perché la verità stessa ha deciso si rivelarsi»: «State contenti, umana gente al quia».

È il viaggio di un uomo con il corpo (come la luce che proietta la sua ombra), e le anime, senza tale consistenza,  lo guardano sbigottite, perché patiscono, avvertono il peso e la pena, proprio come se ne fossero in possesso.  Giunti ai piedi della montagna, ripida ed erta, una delle anime si fa avanti e chiede a Dante se lo aveva mai scorto laggiù in terra, è Manfredi, re di Sicilia, nipote dell’imperatrice Costanza d’Altavilla, descritto come bello, biondo e di gentile aspetto, ma sfigurato dalle terribili ferite della battaglia di Benevento («ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso»), dove aveva conosciuto la morte. Dante dice di non conoscerlo ed egli, allora racconta la sua storia. Manfredi è morto scomunicato e prega Dante di riferire alla figlia la verità. Dopo essere stato colpito a morte in battaglia, si pentì dei suoi peccati e chiese perdono a Dio, che gli concesse il tempo della purificazione e la salvezza: se il vescovo di Cosenza, su richiesta di papa Clemente IV, lo avesse compreso, il suo corpo sarebbe ancora in territorio consacrato e non disseppellito e senza alcun segno di onore, al buio, sul fiume Liri e poi aggiunge: «Ver è che quale in contumacia more / di Santa Chiesa, ancor ch’ al fin si penta, / star gli conviene da questa ripa in fuore, / per ogni tempo ch’egli è stato, trenta, / in sua presunzion, se tal decreto / più corto per buon prieghi non diventa».

Chi muore dopo essere stato scomunicato, ossia fuori dalla comunione ecclesiale, anche se poi si pente, deve attendere un tempo trenta volte superiore a quello trascorso in vita, a meno che i vivi non preghino per lui. Poco dopo, prega Dante di riferire alla figlia Costanza, che è salvo e si trova in Purgatorio e preghi per la sua anima. La giustizia divina è una dismisura. Attraverso l’esemplarità del fatto e la misericordia, Dante ci fa percepire da una parte la dimensione del perdono e dall’altra la consistenza dell’amore come misericordia. Il cammino del Purgatorio è il cammino dell’esistenza, ciò che più si allinea con l’esistenza nel tempo e nello spazio e Dio, ci dice ancora Dante, ha salvato il nostro tempo nel tempo e nello spazio, rendendoli eterni.

In Paradiso, nel bellissimo anfiteatro della Candida Rosa, dove siedono le anime, fatte di pura luce e di felicità eterna, che sembrano quasi confondere i tratti, e beate in rapporto dei meriti acquisiti in terra, Dante, nel primo Cielo della Luna (Par., III, 109-120), il più vicino alla Terra, incontra Piccarda Donati, alla quale chiede se le esse desiderino essere più vicine a Dio, vederLo, e quindi esserGli più amici. La risposta di Piccarda è un appagante richiamo alla Carità: la volontà è acquietata e appagata dalla carità. L’amore ci fa desiderare quel che abbiamo, non ci asseta di altro ed è nella natura delle cose rimanere dentro la volontà di Dio, perché la carità è la legge compiuta dell’Essere.

Ella poi gli mostra gli spiriti difettivi per inadempienza di voto (nell’immagine di una tela non finita), e Costanza d’Altavilla, sposa dell’imperatore Enrico VI di Svevia e madre di Federico II:  «Quest’è la luce de la gran Costanza / che del secondo vento di Soave / generò ’l terzo e l’ultima possanza».

L’anima luminosa di Costanza che, secondo una falsa leggenda, sarebbe stata suora e sarebbe stata forzatamente costretta a lasciare il convento, generò il terzo (Federico II), ultimo potente della dinastia. È un esempio emblematico di fedeltà, per cui l’accettazione della nostra vocazione, nella sua peculiarità, nel dolore e nella gioia, e le circostanze in cui Dio ci ha messo, sono il fattore e la forma del nostro desiderio e della nostra persona.

Successivamente, nel cielo di Marte, nel catalogo, pronunciato da Cacciaguida, di coloro che combatterono per la fede e per la Chiesa, e che attraversano i bracci della Croce, come lampi che tagliano la notte. accanto a Giosuè, che condusse il suo popolo in Palestina, Giuda Maccabeo, che difese gli Ebrei da Antioco IV di Siria,  Carlo Magno, Orlando, Guglielmo d’Orange, Rinoardo, personaggio dei poemi carolingi, e Goffredo di Buglione (Par., XVIII, v.48), Dante incontra anche Roberto d’Altavilla, detto “il Guiscardo”, ossia l’astuto, già menzionato (Inf., XXVIII 1-6), quando il poeta osservò i seminatori di discordie.

La poesia immerge il suo stilo, sul piano simbolico, nell’avventura dell’umano, come lotta, splendore e ordine. Il Paradiso è la cantica concreta di ciò che è possibile esperire qui, in questo mondo, e nell’incontro decisivo con Beatrice, che è il punto cruciale in cui il suo essere si approfondisce, si sviluppa, si conosce, vive, ed è la ferita della fine di questo rapporto che genera il percorso della Commedia, in cui egli vede se stesso e il suo cammino dentro il movimento del tutto, come vento, come passaggio.