
di GERARDO ACIERNO
Quando scrissi “Pignolerie” – era il lontanissimo 1987- nelle pagine dedicate alla processione della ‘Uglia’ per l’appunto a Pignola, mi feci condurre esclusivamente dalla memoria. Con essa esplorai gli angoli più remoti del mio paese, i luoghi nei quali la processione s’infilava, le contrade illuminate da li fascieddë (le faville) delle fanojë (i falò), insomma tutto ciò che rischiava di essere dimenticato, sperando in cuor mio di contribuire a salvare questo rito mezzo sacro e mezzo pagano dall’oblio, dalla dimenticanza, dalla decadenza.
Credevo, allora, e ancor più ci credo oggi che il compito segreto della scrittura ma anche della pittura e della musica, sia quello di combinare il reale e il fittizio, il vero e l’immaginario per apprezzare una realtà per certi versi invisibile, un mondo di altra gente venuta prima di noi che ha vissuto una storia diversa dalla nostra ma che ci ha lasciato tracce che hanno comunque significato qualcosa per noi che siamo venuti dopo. Attenzione, però. Quando si afferma di apprezzare un mondo appartenuto ad altra gente venuta prima di noi, non lo si fa con quel senso che la nostra cultura occidentale ha assegnato alla parola greca nostos, cioè “il desiderio di tornare indietro; la voglia di casa per ritrovare le proprie cose e soprattutto se stesso.” No! Si fa con la certezza e con la convinzione che non c’è nessun passato da rimpiangere; si fa pienamente consapevoli che c’è davanti a noi un futuro da attendere e da costruire. Né ci può né ci deve interessare “la tirannia del presente” o, come falsamente predicano molti politici, “la mitologia della gioventù perenne”.
No, no, nulla di tutto questo. Credo, invece, che ricordando e celebrando questi avvenimenti folklorici, popolari, a mezza strada tra il sacro e il profano, come dicevo poc’anzi, si possa e si debba riguadagnare il valore della progettualità. E’ quindi necessario fuggire dalla narrazione e dalla contemplazione delle rovine che ci circondano o da quelle prodotte da altri precedentemente e bisogna cercare di ritrovare il tempo per credere ancora alla Storia, soprattutto ora, in questo nostro tempo sempre più sospinto da forze nostalgiche a negare la nostra storia, a stravolgerla cercando addirittura di riscriverla.
Per cui, la “Uglia”, le due notti della “Uglia” a Pignola ( quest’anno il 20 e il 27 maggio) se analizzate e vissute da questo punto di vista, ci racconta e ci raccontano pagine vere, oserei dire “carnali” della nostra Storia, quella del popolo pignolese. E allora, come narrarla questa storia se non facendo ricorso ad aneddoti e fatti vissuti di persona ma anche riprendendo quelli sentiti, ascoltati da altri, scaturiti dalla memoria altrui e comunque penetrati nel cuore e nell’animo di ciascuno di noi? Ed è quello che brevemente vorrei sottolineare, prima che la festa e i fuochi e le ginestre si mettano a … crocchiare, e prima di addentrarci su per i vicoli di questo antico e nobile paese di Basilicata.
La prendo un po’ alla lontana … partendo da un breve dialogo tra me e un musicante della banda di Squinzano avvenuto nella piazza di Marsiconuovo, il paese nel quale ho abitato per molti anni. Il buon uomo pugliese, quando gli chiesi se mai fosse stato a Pignola a suonare con una delle tante bande che da sempre qui hanno scritto pagine musicali di estremo valore, scattò come una lucertola al passaggio dell’asino sul sentiero di campagna e, borbottando frasi spezzettate, si allontanò quasi di corsa dicendo: “Dio ce ne scansi e liberi di quella processione notturna, infinita, eterna, con la gente che ti sta addosso e continuamente ti grida: “MUSICA!!” e guai se non suoni!! Leva mano, leva mano!!!”.
Ricordo, poi, li jaccarë (le fiaccole) accese, fiamma alta, bene incerate per farle durare più a lungo possibile, e noi dodicenni in fila, inquadrati da Procuratori zelanti e precisi, da Felicett la guardia e soprattutto da quel senso di comunità che ci veniva accordato per la prima volta nella nostra vita. Uno sfilare ufficiale per le strade del paese. In ordine. In posa. Peccato, però, che sulle prime rampe della scalinata della Prescenia, dove l’illuminazione scemava e le ombre si allungavano, quelle torce ancora accese o in via di estinzione, diventassero sciabole e manganelli: si tornava così ad essere ragazzi di quartiere, in eterna competizione fra di noi. E intanto la banda suonava! Doveva suonare!
Un anno ci consegnarono delle meravigliose lanterne cinesi per la sfilata. Coloratissime, la candela all’interno della preziosa composizione cartacea, luminosa e calda, il lungo bastoncino in cima al quale essa ondeggiava senza sosta e nella notte quelle lanterne somigliavano a lucciole arrivate fuori stagione nelle nostre strade. Bellissime quelle lanterne! Da conservare! Io lo feci. E la banda suonava!
Poche volte, nella sua lunga storia, la processione della ‘Uglia’ che parte sempre dal Convento, dalla chiesa di San Rocco, ha trovato la fanojë anche nella Chiazza, più precisamente nella curva, sotto le scale di Leonilde, prima di sfiorare il leone di pietra, eterna sentinella di un museo di cariatidi e portali. Qui iniziava un lungo contrattare, un rumoroso mercanteggiare fra squadre di portatori della leggera composizione artigianale fatta di legno e di tessuto azzurro. Accadeva prima di fare l’ingresso nella piazza a sghimbescio: si offrivano somme di denaro anche elevate per farsi immortalare da una foto sotto le assi lucidate della sacra immagine. Devozione, orgoglio e tradizione si mescolavano nello sguardo e nel petto di quelle persone mentre la banda, come al solito, continuava a suonare … doveva continuare a suonare.
Su per le stradine del quartiere Terra, tutto diventava spettacolare: l’altissima fanoia davanti la Chiesa Madre, alimentata da un vento eterno proveniente dalla svolta di Carbonara; la fontanella della Prëscënia; le scorciatoie tra i vicoli oscuri e palpitanti; i portoni di palazzi signorili con la doppia entrata; le arcate secolari; insomma, il centro storico; e il campanile con il suo bestiario di pietra scolpita e gli orti minuscoli du’ Pezzò …. e la banda suonava … intonava Pagina 7 ma anche Mosè; attaccava con Vivì scritta da mastro Saverio Fierro e proseguiva con Cuore abruzzese. E se un bandista tentava la fuga era … una vera e propria caccia al ladro!!!
Si riattraversava, poi, la piazza, velocemente. L’ultima bancarella di torrone e nocelle, quella del calvellese, tirava giù la tendina e il corteo, sempre più allegro e sempre più alticcio si fiondava verso la Cina. Sì, verso il Quartiere cinese. E qui si aprivano le mezze porte, si offrivano ai portatori, e non solo a loro, fiaschi di vino per asciugare il sudore e inumidire le gole. Nel corteo spesso si litigava senza motivo. Poi si faceva subito pace e si riprendeva. Ancora una e due e tre fanoje … e si tirava a lungo fino alle due o le tre di notte. Anno dopo anno. Terzo e quarto sabato di maggio. Festa dalle origini pagane che il Cristianesimo ha saputo ammantare di fede nel corso dei secoli.
Corteo o processione? Ancora adesso non so trovare una risposta esaustiva. Negli anni ’60, i favolosi anni ’60, quelli dei Beatles e della minigonna, delle vacanze al mare e della Seicento in ogni famiglia, anche le ragazze si aggregarono alla sfilata. Per la prima volta. Avevamo vent’anni. Eravamo giovani. Eravamo felici. E forse non lo sapevamo. Poi arrivò il ’67 con la turbolenta vicenda dei “Vespri dell’acqua” passata in cronaca locale con la dicitura de “lo sciopero dei contatori”. Con essa tutto cambiò. Cambiammo noi. Cambiò il paese e per un certo periodo cambiò anche la processione della Uglia. Tuttavia ancora oggi, il terzo e il quarto sabato di maggio, di notte, anche se tutto continuamente cambia, so che una banda suonerà. Sarà la banda della Uglia, quella che ha il compito di suonare senza interruzioni, guidata e comandata dall’urlo ora dolce ora feroce di un popolo che ha sempre saputo mixare i propri giorni e le proprie vicende con la giusta dose di sogno e di realtà.
MUSICA, musicanti !!!