RANUNCOLI A COLAZIONE

0

by Carmen Pafundi

 

 

Olga adorava i ranuncoli e così chiamava quei lividi che “sbocciavano” sul suo volto, quando suo marito era in disaccordo con lei, anche per una piantina di ranuncoli di troppo. Finché, una mattina, tra i ranuncoli sbocciati sul suo volto e quelli andati in frantumi sul suo terrazzo, come il suo coraggio, decise…

      Estate 2017

     Il vento tiepido, di un’Estate invadente, faceva ondeggiare una tenda color arancio e consentiva a Olga di ammirare al naturale i variopinti colori dei suoi tanti ranuncoli, che riempivano il terrazzo della cucina, e di far uscire l’odore ancora intenso del caffè; bevanda che non aveva mai apprezzato, ma preparava metodicamente per la colazione di marito e figlia, che mai l’avevano attesa per condividerla.  Più l’odore di caffè scemava, più si sentiva meglio, più si faceva denso quel velo che vedeva nell’occhio destro, che nessun vento poteva scostarle. Si volse verso l’anta aperta del balcone, che, come già aveva fatto lo specchio del bagno, le rimandava un’abituale, e brutale, riflesso di sé: questa volta era sull’occhio e zigomo destro che, come usava giustificarsi, “è sbocciato un ranuncolo porpora”. Nello stesso riflesso, in un angolo, ciò che restava di una piantina di ranuncoli di ceramica, più frantumata del suo volto: a donargliela erano state le sue amiche, in ricordo della serata trascorsa insieme; a infrangere lei e la pianta era stato il marito, geloso e violento.

     Si avvicinò alla pianta, raccolse una scheggia, la strinse forte nel pugno, fino a ferirsi, ma non sentì nulla; vide poco più in là, dopo averlo tanto cercato, ciò che sembrò ridarle un barlume di gioia, un ciondolo dal quale non si separava mai: una goccia di vetro contenente un ranuncolo selvatico, di un giallo intenso, che aveva sempre brillato al suo collo; era un dono della mamma, morta prematuramente di tumore, come suo padre. Entrambi erano stati dei fiorai, Olga era la loro unica figlia, avuta con molte difficoltà, circa cinquant’anni fa. “Perché non mi hai dato un nome di un fiore?”. “È il nome di tua nonna, e lo sei già un fiore, per noi; e poi Olga vuol dire Santa e felice. Cosa di più?”. “Non sono nessuna delle due, mamma”, le disse quando morì, più di venti anni fa. “Meglio avresti fatto a chiamarmi Margherita, un fiore comune, come sono diventata”.

     Olga era davvero bella come un fiore raro e prezioso, i suoi genitori, se ne presero letteralmente cura; fecero di tutto per consentirle di arrivare alla laurea in Lingue e Letteratura inglese e lei non li deluse; finché, proprio a Londra, dove sognava di rimanere e farsi una famiglia “all’inglese”, conobbe Lorenzo, anche lui laureato in Letteratura inglese, già insegnante, ma era un tipico italiano metodico e geloso, più che della bellezza di Olga, della sua indipendenza; con la sua apparente calma la costringe a rinunciare non solo all’insegnamento, ma anche a delle ripetizioni a ragazzi disabili. “Non voglio gente strana in casa mia. Sai che ho bisogno dei miei spazi”. “Infatti, mi stai soffocando”. E da un fiore di campo, quale si sarebbe accontentata di essere, Olga, divenne un fiore di serra, più compresso di quel fiore nel suo ciondolo; che Lorenzo nella foga della sua gelosia, eri sera le aveva strappato dal collo, gettato in terra, e al mattino pestato, con disprezzo, scaraventato fra i cocci della pianta di ceramica, rottale poco dopo il suo rientro. E tutto perché Olga le aveva detto: “A quest’ora devo farti il caffè?”. “Perché c’è un orario per prenderlo?”. “Perché non te lo fai tu, allora? Sono stanca”. “Stanca, e di cosa, delle stronzate con le tue amiche? Se fossi venuta con noi…”. “Sono stanca, mentalmente…”. “Tu pensi troppo a quello che non ti manca”, la provocava. “Dai, fammi un caffè, che ho da correggere delle tesi!”. “Ti ho detto che…”. “Ed io sono stanco di sentirti lamentare senza un motivo!”. “Se tu mi avessi dato l’opportunità…”. “Di cosa?”, le disse arrivandogli in faccia con tutta la sua rabbia pronta a esplodere. “Cosa ti manca, cosa non ti ho dato, eh? Cosa ti mettono in testa quelle sgualdrine delle tue amiche?”. Tutto degenerò e dalle parole, fraintese e offensive, si passò alle mani, al sangue, al pianto nel buio; sotto l’indifferenza della figlia, che aveva enfatizzato la gelosia paterna, provando per lei un amore morboso, e che ieri sera aveva la sua perversa ragione per essere compiaciuta di quanto accadeva alla mamma, tanto da alzare il volume del televisore e nelle sue cuffie.

     Era stata Olga, da una settimana, a mettersi d’accordo con le sue ex compagne di liceo, di rivedersi per una cena; questa volta senza che fossero presenti i rispettivi mariti, per chi era sposata, come aveva imposto Lorenzo, con l’imbarazzo di tutti. “Non posso né voglio venire. Disdici”. “Non rendiamoci ridicoli”. “Lascia decidere a me cosa è ridicolo”.

     L’occasione per non essere contraddetta le sembrò la partita di calcetto del marito, alla quale non volle mancare la figlia, Elena, che a ragione le rinfacciò: “L’hai fatto apposta, vero?”. “Lo sai che non mi piace”. “Non ti piacciamo noi!”. “Che dici?”. “Già, dillo tu che fai tutto per renderti odiosa, che ci odi!”. Olga le diede uno schiaffo. “Questa me la paghi!”, e uscì le sbattendo la porta di casa. Olga la riaprì e la chiuse dolcemente, pronta a incontrare le sue amiche: Marta e Virginia, sposate con figli, entrambe maestre elementari; Nora separata, senza figli, ostetrica, e Bianca, fotografa e single.

     Contente di essersi rivedute, da sole, si lasciarono con la promessa di ripetere l’incontro e scambiandosi dei doni: a Marta e Virginia, una matita rossa e blu da collezione; a Nora, un braccialetto chiama angeli; a Bianca, un rullino a ciondolo e ad Olga, una pianta di ranuncoli di ceramica.

     “Questa non l’hai”, le disse Bianca. “È di pari bellezza. Grazie di cuore”, disse lei, ammirandola come se fosse vera, tanto che non mancò di raccontare la singolare leggenda sui ranuncoli, ma con una melanconia mai veduta in lei. “Si narra che fossero stati donati da Gesù alla Madonna, per adornare la veste della madre, trasformando le stelle in fiori d’oro; da qui il nome del ranuncolo botton d’oro; e per questo in molte chiese vengono usati per addobbare gli altari nella Settima Santa. Ranuncolo, inoltre, vuol dire anche piccola rana, perché la qualità selvatica sboccia vicino le paludi. Ed è anche il fiore della malinconia”, disse fissando il biglietto, sul quale era scritto: Alla nostra principessa dei ranuncoli, per poi dire seria: “Non lo sono più, forse anzi non lo sono mai stata”. “Ah, no?”, disse ironica Bianca. “Ti sei appassita come noi?”. “Brava”, disse mentre prese dalla borsa cinque piccoli quadretti: vi erano incorniciati fiori appassiti dei suoi ranuncoli. “Che meraviglia, Olga!”, le dissero tutte. “Questi, non appassiranno più, come la nostra amicizia, e… a differenza mia, vi resteranno per sempre”. “Di te?”, le disse Bianca, indispettita dalle frasi allusive della sua ex compagna di banco, mentre come allora le stava di fianco e teneva fra le mani il suo quadretto con un ranuncolo rosso porpora. Olga non rispose e le chiese: “Ti piace rosso?”. “Perché solo a me rosso?”. “Perché bianco, per te, sarebbe stato banale”. Risero, mentre Bianca, seria, le chiese: “Tutto bene, Olga?”. “Lo vuoi arancio?”. “Voglio sapere come stai, veramente, è tanto che non mi rispondi al telefono”. “E cosa vuoi che ti dica?”. “Puoi anche non dirmi nulla, lo sai, ma fatti vedere”. “E cosa vorresti vedere, da brava fotografa?”. “La mia amica, quella che non ritrovo più”. “Dici bene. Quella non c’è più. È qui, secca, compressa, fra il vetro e il cartoncino. Ecco, d’ora in poi potrai vedermi benissimo, tutte le volte che vorrai”. “La tua ironia va migliorando o devo preoccuparmi?”. “Io non ho più nulla di cui farti preoccupare, Bianca”. “Domani ti vengo a trovare”. “Oh certo, domani verrete tutti a trovarmi”, disse, ma fra i commenti delle amiche, ancora stupite per l’inaspettato e gradito dono di Olga, il suo commento, non venne sentito neanche da Bianca. “Domani li mangerete a colazione i ranuncoli”, aggiunge più forte. “Eh?”, disse Bianca. “Perché, sono anche commestibili?”. “Al contrario, è velenoso, soprattutto quello selvatico. Non per nulla è anche detto erba scellerata”. “E perché noi, domattina, dovremmo essere così scellerate da ingerirli a colazione?”, le chiese Bianca. “Per empatia”. “Olga, perdonami, ma stasera, ma non sono empatica”, aggiunse Bianca, guardandola; e non come avrebbe potuto e faceva al di qua della sua macchina fotografica, anche quando c’era poca luce, e sapeva magistralmente cogliere l’essenza di ciò che aveva di fronte, anche da un fiore appassito, ma con timore. “Mi stai facendo preoccupare sul serio”. “Non preoccuparti, amica mia. Ricordi quando mi suggeriva dal banco, facendo tutte le mimiche possibili con lo sguardo, ed io non riuscivo a capirti?”. “Ma dai, è che non avevi proprio studiato!”, e le sorrise. “Tu sei sempre stata più brava di me, Bianca”. “Stavo scherzando, Olga. Quando mai non hai studiato? Era quella prof di Biologia, che tu avevi giustamente soprannominato Ranuncola, per la sua altezza e voce gracida, a non sopportare nessuna di noi, tanto quanto non la sopportava nessuno. Sai che è morta, sola, in una casa di riposo?”. “Mai invidiare nessuno, diceva la mia mamma. Il fiore più bello t’inganna e il fiore più brutto t’innamora. Se fossi stata anche io un brutto ranuncolo gracchiante, forse avrei patito meno… Meglio la solitudine, che un amore malato”. “Alludi a tuo marito? Perché non lo lasci?”. “Hai fatto bene a non sposarti, non farlo mai, anche se sei un fiore bellissimo”. “A cinquant’anni non la faccio questa pazzia”, le sorride con amarezza. “Non dovevi farla neanche tu”. “Lo so”, le disse Olga guardando la piantina di ceramica, che non per nulla le ricordava il suo matrimonio, tutta la sua vita matrimoniale: da quel bouquet fresco di ranuncoli bianchi e fuxia, preparati dalla mamma, che prima di consegnarglielo le dice di ripensarci, a quelli che, per le botte di Lorenzo, gli sbocciavano sul volto e l’avevano mutato e invecchiato. “Ho avuto paura di restare sola, essendo figlia unica, e mi sono ritrovata più sola che mai”. “Non ci si sposa per paura della solitudine né per paura di non essere amati, o meglio non è solo l’amore di un uomo che ci dà completezza”. “Lo vedi che tu ne sai sempre di più”. “Oh, ne so quanto tutti, oggi”. “Che vi dite voi due?”, chiese curiosa Nora. “Che hai fatto bene a separati!”, disse Bianca. “Mi sono separata perché non voleva figli da me, e li ha avuti dall’amante, di trent’anni meno di me, e poi mi sono ritrovata con un tumore all’utero. Ma tu guarda che destino per un’ostetrica?”. “Hai fatto nascere i nostri figli e tanti altri”, disse Virginia. “Non è la stessa cosa, ma…”. “Meglio dei figli non tuoi, Nora, ma riconoscenti, per sempre, anche solo di averli aiutati a venire al mondo, che un figlio tuo, che ti disprezza, proprio perché sei sua madre”, disse Olga, guardando lontano. Un silenzio gelido scese tra le amiche.

     “Prendiamo un caffè, Olga?”, chiese Bianca. “Ma se a Olga non piace”, disse Marta. “L’ho detto apposta!”. Tutte tornano a sorridere e a dire qualcos’altro tra loro.

     “Mi mancherà la tua ironia, Bianca”, le disse piano Olga. “Cosa?”. “Mi mancherai, amica mia”. “Dove devi andare?”. Olga non le rispose. A cena finita Bianca, che era di strada, insisté per accompagnarla, ma Olga preferì accettare che fosse Nora a farlo. “Perché?”. “Tu mi rendi difficili i saluti”, le disse abbracciandola stretta, come sempre e come non mai. “Ti voglio bene, amica mia. Non biasimarmi, ti prego”. “Perché dovrei?”. “Lo farai, ma perdonami”. Con un senso d’amarezza e d’incomprensione, Bianca lasciò andare le mani di Olga e quello sguardo, che da vivace, nel tempo si era fatto melanconico come i suoi ranuncoli. Olga le mandò un bacio nel vento, dicendole ti voglio bene, mentre lei tempestivamente le scattò una foto, con la recondita sensazione di star perdendo qualcosa.

     La quiete mattutina nel quartiere di Bianca e in lei era stata infranta da sirene d’ambulanza e polizia, e dopo una notte insonne pensando ad Olga, a mandarle messaggi e aver trovato il suo cellullare sempre spento, era angosciata. Erano circa le nove, faceva su e giù sul balcone, sorseggiando il terzo caffè, quando ricevette una telefonata da Nora. “Come stai?”. “Perché si vede che…?”. “Già lo sai?”. “Di chi?, disse d’istinto. “Olga”. “Che cosa è successo…?”. “Allora non lo sai…”. Era stata portata in gravissime condizioni al suo ospedale: dopo essersi avvelenata, intorno alle 8:00, si era buttata giù dal terrazzo. “Si è avvelenata con i ranuncoli?”. “No, con i suoi antidepressivi, ma immaginando che l’avrebbero potuta salvare… Non abbiamo capito un cazzo ieri sera!”. “Io avrei dovuto capirla, invece, e non solo ieri, che mi ha detto di non biasimarla, e che stamattina avremmo fatto tutte colazione con i ranuncoli… Olga non faceva mai colazione con la famiglia”. “Abbiamo fallito tutte”. “E il marito e la figlia, ora, saranno contenti?”. “Bastardo, credo l’abbia anche picchiata ieri sera, ha ecchimosi sul volto meno fresche di quelle procurate dall’impatto… Dovresti vederlo, calmo, il volto del dolore, mentre la figlia mi ha perfino cacciata”. “Ha raggiunto il suo scopo. Ora Olga è diventata quello che ha donato a noi: un fiore appassito, da tenere incorniciato, tutto per sé; e la figlia non sa ancora cosa ha perduto. Vanno curati entrambi”. “Mi hanno trattenuta i colleghi, stavo per sezionarlo con un bisturi”. “Il tempo di arrivare… Sto tremando tutta”. “Calmati, o meglio ti fai un bel pianto e poi… Tanto Olga è qui, che riposa, come un bellissimo fiore, anche se reciso e calpestato”, e non riuscì a dire altro. “Olga era un ranuncolo bellissimo alla luce, che gridava costantemente aiuto, per quel buio profondo che aveva dentro; non l’abbiamo mai sentita, preoccupati di vedere la sua abbagliante, svuotata bellezza”, disse d’un fiato Bianca; sola si abbandonò lungo il muro e al pianto, mentre sul cuore stringeva la fotocamera che le rimandava l’ultima foto scattata: Olga che le manda un bacio nel vento e le dice ti voglio bene.

Ogni riferimento a fatti, luoghi o persone, narrati in questa storia è puramente casuale e di fantasia.

Tutti i diritti riservati

in copertina marc-chagall-le-bouquet-the-bouquet-1955-for-sale-

Share.

Sull'Autore

CARMEN PAFUNDI è nata a Pietragalla (PZ) nel 1971.
La nascita prematura l’ha costretta a lasciare la sua amata Lucania e lasciato segni indelebili nel fisico: quella disabiltà, accettata e portata, suo malgrado, come un valore aggiunto alla vita, a dispetto di tutte le difficoltà che comporta e del pregiudizio. Vive a Foggia dal 1973, dove si è Diplomata all’Istituto Statale d’Arte in Decorazione e all’Accademia di Belle Arti di Foggia in Pittura.
Nel 1991 esordisce con la sua prima la personale pittorica: Io che sognavo di correre, Io che sognavo di volare, e raccolte di poesie; con le quali ha partecipato a concorsi letterari: Premio Via di Ripetta, Roma, 1997 e 1998. A seguire diverse mostre personali e collettive. È nel 2012, però, che per Altrimedia Edizioni, collana “i Narratori” pubblica i suoi romanzi: Un Albero di cachi sono stata, 2012, “Premio Nazionale Ciociaria – 2014”; Le donne del-la Merceria Alfani, 2013, “Premio Olmo – 2013”; La Ragazza sull’Aquilone, 2015, “Premio Donata Doni – 2016”. Un suo racconto, Caffè color pistacchio al profumo di gelsomino, è incluso nell’antologia Parole di pane 2 – 2014. Diverse sono le fiabe, con sue illustrazioni, ancora inedite.

Più volte con sue opere pittoriche e letterarie ha omaggiato, per devozione e affetto, i pontefici San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Ha collaborato nel 2001/2002 con il semestrale, “La Fiammella”, Istituto Suore Carme-litane di Roma. Ha pubblicato sue testimonianze sulla Rivista semestrale dell’Arcidiocesi di Foggia-Bovino, “Vita Ecclesiale”: giugno-dicembre 2015 e gennaio-giugno 2016 – http://www.diocesifoggiabovino.it
Nel febbraio del 2016 ha creato e registrato una bambola di stoffa: DOROTEMA®, la bambola con lo stivaletto della Fantasia –https://dorotemabycarmenpafundi.wordpress.com

Appassionata di agiografia, ha ultimato nel maggio del 2017, un libro sulla vita della Beata Madre Maria Celeste Crostarosa (in attesa di pubblicazione).

Essere una donna, un’autrice, disabile non è facile, sicuramente è un valore aggiunto alla sua vita e al suo mestiere. Dipingere e scrivere, comunque, non sono i suoi sogni fin da bambina (come molti autori amano dichiarare). Dipingere e scrivere, quando si svolgono per mestiere, sono professioni tristi e solitarie; per lei sono, certamente, due gambe, migliori delle proprie, che l’aiutano a dimenticare ciò che in verità avrebbe voluto real-mente fare nella vita. Cosa? Ballare, a parte, e l’architetto, ci sta ancora pensando.


Lascia un Commento