Gianfranco Blasi

di Gianfranco BLASI

Il giudizio politico, quello storico verrà, sul presidente Napolitano, non a caso apostrofato con l’epiteto di “re Giorgio”, non può essere considerato coerentemente positivo. Ci sono delle zone d’ombra nel suo comportamento che vanno indagate ed esplicitate.

L’invasione russa dell’Ungheria

Nell’VIII congresso del Partito comunista italiano, che si tenne a Roma dall’8 al 14 dicembre 1956, Napolitano elogiò senza mezzi termini l’intervento dei carri armati di Mosca in Ungheria, sposando in pieno la linea dettata dal segretario Palmiro Togliatti. Che lo abbia fatto per obbedienza alla linea del partito oppure perché non gli andava di rompere con la “casa madre comunista”, poco cambia. Un uomo di 31 anni, deputato da tre, non era un bambino incapace di intendere e di volere.

L’Unione Sovietica aveva mandato l’esercito e i blindati a reprimere i moti di Budapest, e la dirigenza del Pci, con Napolitano, condannò la ribellione degli ungheresi bollandoli come controrivoluzionari. Gli operai che si battevano per difendere la propria terra e la libertà vennero non solo criticati ma addirittura bollati (come scrisse l’Unità in quel periodo) come “teppisti” e “spregevoli provocatori”.

Successivamente Napolitano si pentì. Raccontò che quella scelta non lo ha fatto dormire per decenni e chiese scusa pubblicamente.

 Napolitano non è stato un presidente super partes

Ma la vicende più perniciosa, complessa e discordante con la funzione di garante della Costituzione, è un’altra. Due volte Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano ebbe un ruolo nodale nel novembre 2011 quando ci fu il passaggio di consegne a Palazzo Chigi tra Silvio Berlusconi e Mario Monti. Nella tempesta  finanziaria perfetta che si scatenò in Italia, che  vide lo spread raggiungere vette mai toccate, l’allora Capo dello Stato non si comportò esattamente da “arbitro imparziale” come invece il proprio ruolo istituzionale gli avrebbe dovuto imporre. Per comprendere come il “golpe” venne messo in atto nel tardo autunno di dodici anni fa – anche con la collaborazione decisiva del Quirinale – è necessario contestualizzare quel periodo.

 Dalla stabilità al ribaltone fallito

Tornato presidente del Consiglio nel 2008, Silvio Berlusconi è parecchio riottoso nei confronti della politica del rigore propugnata da Angela Merkel a inizio anni ’10 per contrastare la crisi economica. Il Cavaliere sosteneva una ricetta più improntata allo sviluppo. Inoltre i rapporti con Nicolas Sarkozy non erano esattamente eccellenti: il presidente francese aveva preso quasi come un affronto personale la contrarietà del Cavaliere di un intervento in Libia e il rifiuto di Lorenzo Bini Smaghi, che era nel board della Banca Centrale Europea, di lasciare il posto a un rappresentante di Parigi nel momento in cui Mario Draghi (fortemente voluto da Berlusconi) era diventato presidente della Bce. L’establishment politico, economico e finanziario italiano non fa per niente fronte comune nelle battaglie europee del premier, lasciando così campo libero all'”invasione di campo” da parte di altri Paesi: Francia e Germania sono pronti a imporre i loro interessi contro l’Italia.

 L’ammissione di Sarkozy sul golpe 2011 e su Berlusconi: ecco cosa ha scritto

Se nell’aprile 2009 Silvio Berlusconi aveva raggiunto il massimo del gradimento del Paese (72%) dopo il famoso discorso di Onna del 25 aprile, due anni dopo la sua leadership viene indebolita dalle indagini giudiziarie sulla vita privata e dal divorzio di Gianfranco Fini che trasformò l’ampia maggioranza parlamentare del centrodestra in una coalizione che ormai aveva pochissimi voti di vantaggio nelle Camere: pare che – secondo alcune autorevoli testimonianze mai smentite – Napolitano avesse fatto intravedere allo storico leader di An il miraggio di Palazzo Chigi dopo l’eventuale caduta del governo. Se nel dicembre 2010 il ribaltone fallì per pochissimi numeri, ora – nell’estate 2011 – si può ritentare il bis. A giugno, quando ancora i fondamentali dell’economia erano assolutamente a posto, Napolitano inizia a sondare Carlo De Benedetti e Romano Prodi sulla possibilità di affidare il governo all’ex commissario europeo Mario Monti. Il Presidente della Repubblica ne parla con quest’ultimo e anche con un amico del diretto interessato, Corrado Passera, ex ad di Banca Intesa, il quale redige un programma di governo già in quella calda stagione estiva. Basterebbero queste informali chiacchierate tra Roma e Bruxelles a delegittimare anche i governi più stabili.

Berlusconi sotto assedio della speculazione

Parte poi la speculazione finanziaria. La data clou è quella del 30 giugno 2011: la Deutsche Bank mette in vendita 8 miliardi di euro di titoli di stato italiani su 9 che ne ha in portafogli per poi ricomprarne parte nelle settimane successive. I mercati iniziano a fare i capricci e, insieme a loro, le istituzioni europee e la politica italiana. Lo scenario cambia dunque completamente in poco più di un mese. La Bce invia una lettera al governo (più di una persona ha giurato che in realtà era stata scritta in Italia per poi prendere le sembianze di un mittente di Francoforte) per chiedere al governo italiano un’altra immediata manovra da 65 miliardi. In cambio, la Banca Centrale Europea avrebbe supportato i titoli di stato italiani. All’interno di un governo che ormai è spaccato – con Brunetta e Romani da una parte e Frattini e Tremonti dall’altra – e che ormai non si parla più, ecco che si insinua direttamente Giorgio Napolitano con una delle ultime mosse formali che si riveleranno la cartina di tornasole della vera finalità dell’operazione: fare fuori Berlusconi.

Il ruolo chiave di Napolitano

Dopo gli offensivi sorrisini di Merkel e Sarkozy al vertice europeo di Bruxelles, il Presidente della Repubblica nega al premier l’uso del decreto per l’approvazione della manovra economica che dovrebbe tranquillizzare l’Ue: questo manderà Berlusconi – nei fatti – completamente disarmato al G20 di Cannes del 3 novembre, ultima sua uscita internazionale da presidente del Consiglio. L’autorevolezza dell’esecutivo è ormai lesa. A mettere il timbro sulla morte del governo uscito trionfatore alle elezioni di tre anni e mezzo prima ci saranno due successivi atti istituzionali. Il primo è l’approvazione alla Camera del Rendiconto generale dello Stato con appena 308 voti a favore, numero inferiore di otto unità rispetto alla maggioranza assoluta di 316: il governo non esiste più. La pietra tombale la depositerà Napolitano l’11 novembre, con la nomina a senatore a vita di Mario Monti. Un messaggio per dire al Parlamento che il nuovo presidente del Consiglio è pronto. Pugnalato alle spalle dal Quirinale, Silvio Berlusconi sarà costretto a salire al Colle il giorno dopo per rassegnare le dimissioni.

 La contentezza di Napolitano per il  verdetto contro il Cavaliere

Tutte le consultazioni sono rapidissime, tant’è che il nuovo premier giurerà davanti a Napolitano già la mattina del 16. Nonostante questo, tuttavia, il differenziale tra i Btp e gli omologhi Bund tedeschi supererà quota 500 a fine anno, a dispetto delle lacrime e sangue che il decreto “salva Italia” aveva già messo in campo. Più che un complotto, quello contro Silvio Berlusconi fu una somma di interessi – esterni e interni – convergenti sull’obiettivo di farlo fuori. Che trovarono un regista abile che li coordinò e ne scandì i tempi: Giorgio Napolitano. Il risentimento personale nei confronti del Cav fu talmente vigoroso nel diretto interessato che il Capo dello Stato – rieletto nel 2013 al Quirinale – decise di non concedergli la grazia dopo la condanna per frode fiscale, affermando in un comunicato ufficiale che Berlusconi aveva dato vita “a comportamenti di protesta” che fuoriuscivano “dai limiti del rispetto delle istituzioni e di una normale, doverosa legalità”. Giudizi pesantissimi contro una storica figura governativa che dimostravano una totale mancanza di equilibrio istituzionale da chi, per nove anni, aveva assunto il ruolo di prima carica dello Stato.

Basta leggere Palamara

Per comprendere l’ostilità politica di Napolitano nei confronti di Silvio Berlusconi basta leggere quanto scrive Luca Palamara nel best seller, quasi 4000.000 copie vendute, con Alessandro Sallusti, IL SISTEMA.

Ascoltate Palamara. “Voglio essere chiaro, dal 2008 fino al 2011, quando Berlusconi cade sotto i colpi dello spread, come da prassi costante dell’Associazione nazionale magistrati ho sempre condiviso la mia attività seguendo una prassi costante con il presidente Giorgio Napolitano. È impensabile sostenere che negli anni di cui stiamo parlando l’Anm si sia mossa fuori dalla copertura del Quirinale, con il quale io condividevo ogni decisione che comportasse una rilevanza politica”. (“Il Sistema” edito da Rizzoli (pagg 205, euro 19)

Palamara tira in ballo Napolitano: “Tutti contro Berlusconi, non poteva esserci linea diversa”

Nel colloquio con il direttore del Giornale, l’ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati, ora radiato, ribadisce l’assoluta sintonia con l’allora presidente, Giorgio Napolitano. “Ho sempre condiviso la mia attività con il capo dello Stato. Non ci potevano essere deviazioni dalla linea. Sul Cavaliere non era ammessa discrezionalità”. Chiede Sallusti: “Mi sta dicendo che il Quirinale approvava, se non qualcosa di più, la linea dello scontro frontale con il governo?”. La risposta di Palamara è sconvolgente. “Esattamente, ma mi sento di essere più esplicito e dettagliato. Nella magistratura vige un clima di terrore interno che non lascia spazio a deviazioni dalla linea concordata”.

“Dovevamo far cadere Berlusconi in ogni modo”.

E la linea concordata era far cadere Berlusconi in ogni modo. A questo punto, Palamara cita quanto accaduto nel gennaio 2011. “Partono le perquisizioni nelle abitazioni di numerose ragazze.  Berlusconi viene indagato per concussione, lo dico onestamente, siamo tutti un po’ perplessi. Vede, qui scatta la discrezionalità, ma su Berlusconi la discrezionalità non può esistere”. L’obiettivo era farlo cadere a tutti i costi. E l’allora inquilino del Quirinale era molto più di un osservatore privilegiato, secondo l’accusa di Palamara.

La falsa democrazia e gli intrecci con la magistratura

In conclusione, Giorgio Napolitano fu il Presidente della Repubblica che di concerto con la magistratura trama per screditare l’allora ex presidente del consiglio Silvio Berlusconi e far cadere il governo. Questo, in sostanza, quanto si apprende da diverse testimonianze degli attori dell’epoca e dal libro di Alessandro Sallusti “Il Sistema” in cui, in una lunga intervista, l’ex magistrato Luca Palamara svela tutti gli intrecci tra il potere giudiziario e il sistema politico italiano.

Possiamo affermarlo con forza. Ciò che è accaduto è scandaloso. In molti lo sospettavano, oggi ne abbiamo la conferma e la morte di Napolitano non deve confonderci: negli ultimi vent’anni, la magistratura ha deciso chi lasciare sulle poltrone e chi spodestare, nel più totale silenzio dei media e con la complicità del Capo dello Stato, che sarebbe dovuto essere il Garante della Costituzione e dunque vigilare affinché i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario rimanessero separati e indipendenti. Dal 2008, afferma con chiarezza Palamara, l’Associazione nazionale magistrati ha condiviso ogni decisione che comportasse una rilevanza politica con il presidente Napolitano, il quale dava l’avvallo o meno alla magistratura, inficiando il normale corso della democrazia anziché tutelarla. Un fatto paradossale, da qualunque punto lo si guardi. È grave che la magistratura sia entrata così prepotentemente nel campo della politica con l’avallo del Capo dello Stato. È ancora più grave l’ingerenza di un Presidente della Repubblica nelle decisioni della magistratura. Come un burattinaio che tira i fili dei suoi personaggi, Napolitano ha ordito una trama per far cadere Silvio Berlusconi in piena sintonia con l’Anm, come lo stesso Palamara scrive e conferma. Qui siamo di fronte a una magistratura che si è eretta a parte politica senza averne né il diritto, né le capacità ma invocando una eticità dello stato che non è prevista nella Costituzione, e un ex Presidente della Repubblica che quella stessa Costituzione l’ha offesa anziché difenderla, macchiandosi di una colpa gravissima. Per quanto scandaloso, tutto questo ci fa riflettere sull’importanza del Capo dello Stato e sulla sua alta funzione. Il Quirinale non può essere partigiano. È necessario che potere legislativo, esecutivo e giudiziario rimangano separati ed è indispensabile che il Presidente della Repubblica sia sempre imparziale e garante di tutte le istituzioni repubblicane come prescrive la Costituzione.