Il generale Baratieri, inganno degli informatori, non secondato dai dipendenti, rimane sconfitto con quindici mila soldati ad Abba-Garima.
La disfatta conferma il valore degli italiani, le difficoltà del terreno, la tradizionale superiorità numerica del nemico.
Morti i generali Arimondi e Dabormida, i tenenti colonnelli Airaghi, Romero e Galliano, quindici maggiori su ventiquattro, tutti gli ufficiali inferiori; molti fatti prigionieri, compreso il generale Albertoni. 288 ufficiali e 7043 uomini di bassa forza fuori combattimento. Il barbaro nemico infierisce sugli ascari (indigeni al servizio dell’Italia) amputandoli di un piede e di una mano.
Baratieri ripiega oltre il Belesa e rassegna il comando a Baldissera. Conseguenze gravi ed utili insegnamenti derivano dall’infortunio. L’Abissinia acquista prestigio e coesione, si arresta la nostra espansione, un deplorevole dissidio s’instaura con Crispi, s’insulta il valore sventurato: gli ufficiali italiani prigionieri, ad un banchetto del negus, hanno inneggiato a «Menelikko».
Tripoli bel suol d’amore!!
La dichiarazione di guerra è consegnata, alla Sublime Porta, dall’incaricato di affari esteri italiano, anche se si è vinta la battaglia per il suffragio universale e si è appena debellato il colera, ancora attivo a Cancellara e a Rotonda.
L’Italia di Giolitti esige l’assoluto dominio del mare.
Sbarcano a Tripoli i cinquanta mila di Caneva.
Un’operazione voluta dalle industrie del nord bisognose di logiche guerrafondaie, dalla cultura nazionalista che, sin dall’esperienza africana di Crispi, rinfocola il discorso della parità con le grandi potenze d’Europa e dalla media borghesia meridionale che vede una diversa e più utile destinazione dell’emigrazione e un maggiore reddito dal commercio dei prodotti africani.
L’onorevole Lacava, decano della Carnera, pronuncia il suo saluto ai combattenti «… ed è questa l’ora nostra! Ho detto: questa è l’ora nostra. Quando tuona il cannone non vi sono né vi debbono essere dissensi politici né distinzioni di parte …»
«La Provincia» plaude e sostiene i comizi, i cortei, gli scioperi degli studenti a favore della aggressione, giustifica la spedizione «Dio rinnovi nel mar che fu nostro il fato divino di Lepanto … Dio sia con gli italiani», fa largo uso della retorica antiturca e antibeduina, pubblica inni agli olivi della terra promessa.
Dalle retrovie del 15/18
Giorno dopo giorno si sfoglia, nella terra lucana, il calendario della morte. L’Albo d’oro degli eroi lucani, unico riscatto consentito per una condizione altrimenti mai riscattabile, viaggia nell’orgia di retoriche fiorite attorno al privilegio.
È il periodo in cui gli ufficiali lucani contano, occupano gli alti gradi e sono così numerosi da costituire un intero stato maggiore, per una terra che subisce l’onta del nemico al fronte, e il peso del presidio interno: «La vita è una meschina cosa di fronte ai supremi interessi della Patria!», firmato: il tenente colonnello comandante interinale del Reggimento.
Sotto l’albero di Natale, eretto per i figli dei combattenti, l’autorità si sdoppia al femminile per acquistare un volto materno all’insegna della carità. Gli alunni della scuola elementare, militarmente allineati, sfilano, la sciarpa tricolore a tracollo, mentre l’orchestra intona il coro ai «bimbi d’Italia» e dopo i dovuti ringraziamenti alla virtù italica, si spoglia l’albero carico di doni in una costante riappacificazione tra bisogno e potere. A ciascuno spetta un pacchetto di 150 g. di paste secche, ninnoli e giocattoli, un paio di scarpe e qualche indumento di lana a celebrare il rito di sempre. Un assieme meraviglioso di canti, l’inno di Mameli, l’inno a Tripoli e il film “L’Italia s’è desta” completano il ciclo.
Così il sipario del Teatro Stabile cala e si rialza tra fremiti eroici, canti patriottici e conferenze, tra baionette di carta e tricolori di pezza. È di scena la provincia con le sue comparse, il suo modo di interpretare la storia. Le zitelle si vestono di bandiera e perfino i confetti mutano i sapori, il colore, perché di essi la piccola borghesia riempia i tascapane dei soldati. Si sfogliano con le dita i calendari dorati dei salotti, in attesa del fatidico giorno di Trieste italiana. Si staccano i petali dei fiori e i rami di alloro sulle cartoline inviate ai piccoli fantaccini, baci sotto il francobollo ai soldatini strappati ai villaggi cui arrivano solo le spine dei rovi, il groviglio dei reticolati. Non basteranno serti a cingerne le fronti gloriose. E al teatro si tesse la lana per i fanti del Cadòre, si soddisfa la coscienza di quelli che si concedono il gusto delle rappresentazioni che allontanano il tuono della guerra ed incrementano il conformismo ufficiale di periferia. Incalzano le rughe delle quarentenni nei versi di donna Florìa. Dal palcoscenico partono le scollature, i tagli di forbice alle gonne e sulle spalle, nelle vie affollate, nei pubblici passeggi, nei ritrovi e nelle riunioni. Un profumo di verginale pudore indugia sulle mani in una preghiera fatta di attese e di speranza. Il mondo intero guarda la fascia di lutto che incornicia le porte, ai campi in attesa di braccia e di mani, ai brandelli di carne strappati al ventre delle madri.
La rotta di Caporetto
Condotta per portare le truppe da una posizione difensiva ad un’altra arretrata. È costituita da una serie alternata di movimenti retrogradi e combattimenti difensivi aventi lo scopo di logorare il nemico e imporgli tempi di arresto successivi. Ampio movimento retrogrado per sottrarre le proprie truppe a un aggiramento a largo raggio o a una decisa offensiva dell’avversario.
Quando il movimento di ritirata è disordinato e le truppe non oppongono alcuna resistenza si ha la rotta. Affranti da fatica e da fuga i fanti affardellati da pesi e stanchezza, spingarde e fucili e per la cavalleria dai cavalli azzoppati e dei cavalieri disarcionati.
L’impero, quanto ci costa!
1937 – L’Africa del Duce
Il piano sessennale per l’Impero (Dodici miliardi di lire)[1].
È pronto il Piano sessennale di opere pubbliche per la valorizzazione dell’Impero con linee organiche grandiose.
Le strade di grande comunicazione riguardano la Addis Abeba / Mogadiscio (Km. 1500), la Sciasciamanna / Neghelli / Dolo / Mogadiscio (Km 1350), la Harar / Giggiga / FerFer (Km 900), la Addis Abeba / Gondar (Km 800) e altre importanti arterie che ad occidente si spingono sino a Gore e Gambela, e verso oriente sino ai raccordi per Teila e Berbera ai confini del Somaliland britannico. Altre strade sono nell’Eritrea, nella Somalia, nell’Harar, nei Galla Sidamo, nell’Amhara e nello Scioa, per piste e strade carovaniere.
Le opere marittime comprendono il Porto dell’Impero» nell’Oceano Indiano (Mogadiscio / Brava), il Porto di Assab, il Porto di Merca, la sistemazione della foce del Giuba, la sistemazione portuale di vari approdi marittimi e fluviali.
Le opere idrauliche e i contributi per impianti idroelettrici riguardano la sistemazione dell’Uebi Scebeli e del Giuba, nonché iniziative in tutti i Governi.
Le opere igieniche: acquedotti, pozzi, abbeverate, fognature, bonifica igienica, risanamento di abitati e di zone malariche, impianti di attivazione di miniere in gestione diretta dello Stato e ‘opere edilizie nella sede del Governo Generale, la Residenza Vicereale, quella del Vice Governatore Generale, gli alloggi, gli uffici civili, militari e giudiziari, gli istituti, gli ispettorati, i centri sperimentali, le aziende sperimentali con fabbricati rurali, ospedali, Chiese, Case del Fascio, musei. La sistemazione del centro urbano nelle città capoluogo: gli edifici di residenza, gli uffici, il laboratorio d’igiene, il deposito farmaceutico, gli ambulatori, i centri agrari sperimentali, le scuole, i mercati, i cimiteri ecc. Altre opere sono stabilite per le Sedi regionali e locali di governo, per le dogane, le stazioni sanitarie ed i lazzaretti di frontiera per la sistemazione dei termini confinari. Infine vi sono le opere di colonizzazione agraria, di bonifica e rimboschimento, le costruzioni telegrafiche, telefoniche e radio, le opere militari (caserme per reparti nazionali e per indigeni).
1940 – La polis in guerra
Roma, imperiale, imperiosa, imperativa grida ai microfoni.
Il 7 febbraio Mussolini ripete che «è un bene per il popolo italiano essere costretto a prove che ne scuotono la secolare pigrizia mentale.
Bisogna tenerlo inquadrato e in uniforme dalla mattina alla sera.
E ci vuole bastone, bastone, bastone».
La non bellingeranza dell’Italia viene travolta con la Maginot.
Il Re e moltissimi italiani temono che si arrivi tardi al tavolo della pace.
Sardone, che vende lampadari, è impaziente, chiede a tutti le ragioni della nostra neutralità.
Il Duce propone a Vittorio Emanuele di entrare in guerra l’11 giugno.
Il sovrano approva la data perché è nato il giorno 11 e, da recluta, aveva la matricola undici/undici.
L’ora che scocca nel cielo della Patria verrà segnata nelle clessidre di sabbia, assieme alla sconfitta di EI Alamein: polvere, fumo, deflagrato silenzio dal riarso deserto dei compagni d’armi.
La dichiarazione di guerra è stata consegnata agli ambasciatori di Francia, Gran Bretagna. La consegna tempestiva, frettolosa, irriflessiva, operata da un postino epilettico che non ha il tempo di bussare. S’apre il portone delle ambasciate. Il plico rosso per le grandi scale giunge alle scrivanie. Si telefona al Primo Ministro: l’uomo con la rosa in mano, col violino, l’uomo amato, il capo carismatico dichiara al gran simpatico una guerra scalmanata contro il mondo.
Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie. La parola d’ordine è una sola e categorica: Mai indietro Savoia! Il primo anno si conclude con doppia sconfitta e doppia fame, una illusoria puntata fino a Sidi El Barrani, le divisioni di Graziani.
[1] Almanacco Italiano. R. Bemporad. Firenze. 1920.