RIONERO NELLA POESIA DI VINCENZO MARIA GRANATA (1)

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di Antonio Lotierzo

In ricordo di Enzo Cervellino

E’ necessario predisporre una riedizione delle opere di V. M. Granata, specie delle poesie, e ci rivolgiamo agli Amministratori di Rionero in Vulture, affinché, senza agiografia ma con spirito scientifico, affrontino questa questione.
L’opera letteraria e saggistica di Vincenzo Maria Granata (1828-1911) vanta non solo una certa diffusione ma anche una sufficiente fortuna critica. Lo scrittore Giovanni Catenacci, in articoli su giornali, dal 1943 al 1959, richiamò l’attenzione sul valore delle opere e sulla figura di V. M . Granata.
Una decisa valorizzazione della poesia dialettale di Granata si deve ad Enzo Cervellino, che, nel 1976, poco oltre un sessantennio dalla morte del poeta, ne ripubblicò le poesie dialettali, promuovendone la circolazione ed il rinnovamento del ricordo non solo presso la comunità di Rionero. Quali caratteristiche ha questa riedizione? Cervellino presenta tutte le poesie in dialetto ma tralascia la traduzione in lingua fornita dallo stesso Granata, che forse, risente di uno stile ottocentesco ed appare meno viva del dialetto, che mantiene intatta la sua forza. (E’ lo stesso tema che si ripropone ai lettori di Albino Pierro, che avvertono una distanza e potenza evocativa fra i testi in lingua e quelli nel dialetto di Tursi).
In secondo luogo, Cervellino reagisce ad una errata concezione linguistica postrisorgimentale ed, implicitamente, contesta il fascismo e la sua pedagogia linguistica, infatti afferma che sono “ superate sia la vecchia concezione che riteneva il dialetto essere una spregevole espressione della lingua letteraria sia la tesi risorgimentale per cui si riteneva che il dialetto esercitasse un’azione disintegrativa dell’unità linguistica nazionale” (Cervellino, p.9). Rafforzato nella sua tesi dagli ampi studi che Cervellino aveva già compiuto sulla paremiologia rionerese ma anche dal vivo dialogo con antropologi come Tullio Tentori e, più ancora, Paolo Toschi, Cervellino si allinea con l’indirizzo dei folcloristi che “ riconoscono ed esaltano il valore del dialetto, non solo sotto l’aspetto glottologico, ma anche e soprattutto nella sua capacità espressiva di pensieri e sentimenti dello spirito”. La tesi, accolta da Cervellino è che vada sottolineata la “ funzione integrativa della letteratura dialettale, come felice espressione di certi toni e aspetti della vita disprezzata o trascurata o comunque non rispecchiati dalla letteratura in lingua” (Cerv., sempre p.9). Per Cervellino, la storia della letteratura si compone di entrambi gli apporti (e le forme vivaci della lingua napoletana, siciliana o lombarda ne sono una costante conferma, da Camilleri a Loi). A sostegno delle sue tesi, Cervellino richiama lo scritto teorico di Paolo Toschi su Letteratura popolare e letteratura dialettale, che è del 1962. Lo rafforzò ancora di più, nel suo convincimento, la lettura di Mario Sansone che, fin dal 1948, aveva ribadito che “ tra lingua e dialetti non esiste alcuna differenza estetica e glottologica: entrambe sono creazioni artistiche capaci di uguali espressività ed è quindi ora di finirla col considerare le letterature dialettali come “forme minori e inferiori” “ (qui Cervellino cita M. Sansone dall’ Introduzione allo studio della letteratura dialettale in Italia, Adriatica, Bari, 1948). Partendo da questa visione teorica, Cervellino rivaluta la “produzione letteraria di Vincenzo M. Granata (in quanto) rispecchia fedelmente la vita e l’ambiente di Rionero della seconda metà ( ivi, p. 9) dell’Ottocento. Granata “ soffre e ride con i suoi compaesani e ce la fa rivivere, ora con toni burleschi, ora con toni delicatamente lirici” (ivi,p.10).
Anticipando e realizzando le indicazioni ministeriali (contenute sia nei Programmi del 1979 che del 1985), Cervellino, inserendosi da capofila nel, “rifiorire degli studi demologici”, ripubblica il Granata per operare una “ valorizzazione delle comunità locali”, per “ rinverdire la cultura popolare” e per offrire “ alle nuove generazioni stimoli per cogliere la simbiosi cultura-popolo-dialetto nelle peculiari sfumature del volgare rionerese, ricco di immagini e si sentimenti sinceri” (ivi,p.10). Questa è l’ottica storiografica con cui si muove la valorizzazione del Granata operata dal Cervellino, che si rende conto della rarità e irreperibilità dei testi, di cui intende tramandare il patrimonio.
Restano aperti almeno tre problemi: 1) quello dell’interpretazione della poesia di Granata; 2) quello di una lettura delle sue strutture linguistiche; 3) quello di un più ampio collegamento fra il complessivo pensiero di Granata e le sue poesie. Un ulteriore apporto, e di non poco conto, alla conoscenza di V. M. Granata ci è pervenuto dalla tesi di laurea, inedita, di Marica Paolino, che, nel 1997, ha studiato “ La scrittura memoriale nell’attività letteraria di V. M. Granata”. La Paolino prende in analisi e ricostruisce non solo la genealogia dei Granata ma getta ampia luca su tre aspetti: l’autobiografia di Granata (del 1900); l’inedita raccolta di poesie “Il mio passatempo” (del 1885); l’opera filosofica “Il pensiero dei pensieri”, di cui fornisce molti e significativi brani.
La Paolino descrive bene l’esaltazione che il Granata faceva dell’ “insegnamento privato” e commenta le critiche alla borghesia che andava promuovendo la scuola pubblica, nella quale molta cura bisognava indirizzare nella preparazione dei maestri. Si ricordi la temperie della pedagogia di A. Gabetti. Nella pedagogia del Granata, al centro della scuola vi è “ l’esempio e l’anima del maestro” ed i suoi allievi andavano indirizzati, con lume adultocentrico, alla lettura, alla scrittura, alla preghiera ed al lavoro. (Palino, p.24) Siamo ben al di qua della rivoluzione puerocentrica, ma è apprezzabile l’equilibrio fra cultura e vita vissuta che si individua in quelle quattro direzioni di studio. Il Granata educava attraverso lo studio dei classici, che costituivano un modello ideale del “senso del vero, dell’onesto e del bello”. (ivi, p.25) Anche nei discorsi celebrativi, il Granata sottolinea sempre le “ civiche virtù”, evidenziando un senso della comunità molto forte e sorretto dallo spirito dello stato unitario ( nell’area vulturina che aveva vissuto la tragedia del brigantaggio antiunitario). Ribadisce altri valori e la sua utopia “In excelsis”, in cui elogia i giusti, gli onesti, i puri in un mondo sempre orientato verso il denaro (ivi, p.36). L’esaltazione del vero, del giusto e del bene fonda la sua etica civile e la caratterizza con questo umanesimo valoriale, in parte astratto.
Marica Paolino, inoltre, offre una chiara sintesi dell’opera Il pensiero dei pensieri, che Granata pubblicò nel 1896, in cui viene esposto il positivismo del poeta, la sua fede nel progresso evoluzionistico della scienza e della società, la sua fiducia nel metodo sperimentale, il ridimensionamento del ruolo della religione. Gli uomini, scrive Granata, devono mirare ad “ ideali non raggiungibili che sulla terra”, devono essere contenti “ dell’umana vita qual è, in armonia con la natura” e, ancora, devono coltivare il “proprio dovere”, l’amore verso la Patria, verso i nostri cari, verso il genere umano, con etica della cooperazione e spirito di tolleranza delle opinioni (ivi, infra,p.49). E non vi sembra contestualizzabile ma anche attuale tutto questo ? Anche se queste idee si possono valutare come una ricapitolazione di temi positivistici, con, forse, riprese da Leopardi, tuttavia essi presentano fermenti che ritroveremo nei letterati successivi, condivisi anche da Pascoli, ma tali da giungere fino a noi, per quanto attiene al valore democratico della tolleranza, argine al populismo ed al razzismo ciclicamente insorgente. Il confronto fra scienza e fede si fa più serrato: “ La religione è una grande e sublime poesia, ma con questa differenza, che la poesia lavora sul verisimile e si propone ideali umani lieti e raggiungibili, mentre la religione per lo più travaglia su l’inverisimile e su l’assurdo, circondandosi di misteri paurosi e di ideali impossibili, perché soprannaturali.(…) . Pertanto “ La fede è stazionaria. E talvolta retrograda: la vera scienza è sempre progressiva”. (Paolino, p.51). Granata ribadisce la sua etica :” Penso liberamente e opero in maniera corretta”. (Merita segnalazione che sempre l’attenta Marica Paolino, nel 2017, presso Calice Edizioni, ha curato del Granata la stampa delle “Memorie di un insegnante privato”, a cui si rimanda-n.d.r.)
Questa filosofia, positivistica e liberale, va unita e fusa con le forme della sua espressione poetica.
La raccolta “ Il mio passatempo” (concluso il 26 luglio 1885) comprende queste poesie: 1) A Giustino Fortunato; 2) Al Sole; 3) La ferrovia del Vulture; 4) tramonto estivo; 5) Imeneo; 6) La poesia; 7) Rionero e Barile; 8) Angiola Rosa; 9)Figlia e mamma; 10) A ‘Picche’; 11) Il Carabiniere; 12) A la luna; 13) Asilo d’infanzia; 14) La mosca e Giotto; 15) Ultima linea rerum. Segue un brano in prosa: “Un matrimonio a Viggiano”. La raccoltina è definita, fra senso ironico e modestia d’intenti, dallo stesso Granata uno “ scritterello” e un “ libriciattolo” (ivi,p.181). In realtà si può osservare che la sua poesia possiede un’impronta classicistica; molto usata è la quartina; il verso è quasi sempre breve, più frequenti gli ottonari e i settenari, meno gli endecasillabi. Il linguaggio, espressione del contesto storico, si fonda su di un lessico ottocentesco: il concento ( vocabolo tipico di Nicola Sole); “ riedon le forosette con il fascio”; “speme” ;“la fantasia vi pinge”; “ popolo, che alfin lévasi”; “ Oh! Com’è lieto il giorno / che seggo teco insieme”; “ su rupinosa e pittoresca balza”. Tutto in quinari è il testo su “ Il Carabiniere”, veloce e leggero, rapido e ritmato sull’amore per la Patria. Altrove troviamo “ e dirotti: o Luna bella, / perché lasci la mia cella?”. E ancora: “ Virtù si desta in cor rionerese!” o “ Poscia che Cimabue scacciommi invano”. La scrittura risente del magistero di Giosuè Carducci, ma Granata dimostra di conoscere Giuseppe Giusti, Alfonso De Lamartine, Dante, Leopardi, Manzoni. Ma è, forse, attraverso Carducci che bisogna interpretare l’intreccio vivo fra classicismo, moralismo piccolo-borghese e l’intenzione anche civile di questa letteratura.

 

 

 

 

 

 

Nel 2000, Tito Spinelli, che ha riletto con acume molta letteratura lucana, ha giudicato il Granata poeta in lingua, che rivela d’essere un autore la cui “sostanza (…) nutrita e temperata di classicismo, mitigato da un intimismo non disprezzabile ed acerbamente sentito” (T. Spinelli, Poeti Lucani fra Ottocento e Novecento, Capuano, Francavilla, 2000). La tematica dell’ “assente” ( di un figlio, Pasquale, premorto, scrive lo Spinelli, segna la sua espressione: “ mesti i ritratti, gelo / il letto abbandonato, / de la tua stanza il cielo / ricurvo e rattristato” (1896). Oltre che alla tematica del dolore e dell’angoscia, Spinelli sottolinea gli “ squarci lirici, soffusi di intensa commozione” (ivi, p.95) e confronta tale tema con il Leopardi. Diverso è il poemetto “ La coppa di Ebe”, da Spinelli classificato come “giocoso” (p.95) ed “ amministrato con segmenti classici ma con scarsa originalità, a parte l’affetto vivo e amicale che ne anima lo svolgimento “ (p.95) e che è dedicato a G. Fortunato. E’ una “poesia conviviale”, che si risolve in “ rispettoso omaggio” e “ senza invenzione” ma con molti riferimenti “letterari”. Questa è un tipo di poesia “ dispensatrice di conforto”. Nel 2001 Spinelli ha presentato, sempre presso Capuano, una ricca quanto rapida sintesi della poesia dialettale lucana, che costituisce il primo studio organico su questa produzione creativa. Lo Spinelli ha rimarcato la validità della poesia dialettale, specie in relazione, per lo più avversativa e oppositiva, con la globalizzazione in atto. E il dialetto è non solo “fiume carsico” o “ antiquaria sedimentazione” ma forma della comunicazione orale in uso comunitario ed, infine, rinnovata forma della creazione poetica che rende connotativo il dialetto e lo ricarica di ambiguo senso ( come in Pierro, Nigro, Galasso, Brindisi). Spinelli si mostra attento anche alla fruizione della poesia dialettale, che è più apprezzata nella “ dizione pubblica”, nella recitazione efficace, quasi a fungere da collante comunitario, mentre meno sembra addirsi ad una lettura appartata. E questa indicazione mi sembra molto valida per Granata, la cui poesia è già un dialogo e si presta a forme di drammatizzazione e di resa teatrale. Spinelli individua anche tre caratteristiche dei versificatori lucani: la presentazione della vita episodica della comunità; il bozzettismo; la tipologia caratteriale. (Spinelli Tito, Profilo della poesia dialettale lucana dal Cinquecento a oggi, Capuano, Francavilla sul Sinni,2001, p.6)-
Quando Spinelli provvede a formulare un giudizio di valore letterario, lo formula a proposito di R. Danzi, V. Verrastro, V. M. Granata e F.P. Festa, in quanto “ interpreti di buon livello” in cui la “ produzione accede a consapevolezza stilistica, malgrado l’attrazione di forme e tecniche della creatività popolare” (ivi, p. 37). Granata non è un “ laudatore” o un improvvisatore anonimo ma un poeta compiuto, con un buon possesso degli strumenti tecnici che concorrono (con l’emozione e con la fantasia) a creare il linguaggio della poesia. Danzi pubblicò nel 1879, Granata nel 1897 ( ed è probabile che operasse anche in confronto col Danzi, che rappresentò la vita in Potenza). Acutamente lo Spinelli coglie la “ propensione al dialogato” della produzione dialettale di Granata, ne sottolinea l’attenzione alla risorsa psicologica dei personaggi; rimarca la presentazione di drammi sociali; e, infine, sottolinea come il “ livello lirico venga accuratamente evitato a vantaggio di quello realistico, in quanto l’autore mira di proposito al colorito poetico piuttosto che alla poeticità del colorito” (ivi,p.45). Noi avvertiamo anche altro nelle strofe di Granata: in molti endecasillabi si esalta l’eticità del lavoro, si valorizza la ‘ coscienza pulita’ e la ‘ fatica onesta’ degli italiani che, come formiche, accumulano reddito ( ed il ‘ risparmio’ , oltre che il pareggio di bilancio, erano problemi etico-politici dello Stato unitario). Si avverte, insomma, una vocazione pedagogica verso la collettività che produca un innalzamento morale, una modifica dei comportamenti che sarebbe servita da premessa e slancio per una società orientata verso il progresso capitalistico, anche nelle campagne.
Da un punto di vista di teoria della letteratura, Lucio Felici ha sostenuto che “ appare ormai inadeguata la tesi di B. Croce che poneva nel secolo XVII, in età barocca, l’inizio di una poesia dialettale d’arte o ‘ riflessa’ (intenzionale, consapevole, alternativa o integrativa, rispetto a quella in lingua, considerando “dialettale spontanea” tutta la produzione dei secoli precedenti perché fiorita in assenza di una lingua nazionale “ (Enciclopedia Europea, Letteratura dialettale, sub voce ITALIA, vol.VI, 1978, pp.430-34). I volumi di Franco Brevini, La poesia in dialetto (Mondadori,1999) costituiscono lo sviluppo originale di una nuova impostazione critica e letteraria. Decenni prima, Gianfranco Contini e la critica linguistica avevano sottolineato che il bilinguismo ( di poesia illustre e poesia dialettale) è originario e fa parte in maniera viscerale e inscindibile del patrimonio letterario italiano. La questione è complessa: a) la poesia dialettale non si identifica con la poesia popolare; b) la poesia dialettale fa ricorso alla parlata locale, segue una spinta dal basso, riporta l’espressione della comunità dei parlanti in contrapposizione con il linguaggio poetico aulico, universitario ed ecclesiastico, codificato fra stilnovo e petrarchismo (Bembo) ma assimila anche modelli culti e vi si rapporta sia con mimesi-imitazione e sia con valenze espressionistiche. Esiste un gioco mobile di prestiti, scambi, convergenze e divergenze. Tali dinamiche sono presenti anche nel caso Granata. Dopo il 1860-70, cadute le paure risorgimentali di crisi disgregatrici dell’unità nazionale e superato il toscanismo manzoniano, si avviò una folta fioritura dialettale, alimentata dal municipalismo endemico e dal regionalismo positivistico, che trovò sostegno teorico in G. I. Ascoli, che affermò il diritto di conservazione degli elementi tradizionali e l’uso del dialetto accanto alla lingua nazionale. Granata si allinea al realismo popolare, produce poesie anche da ‘ tranche de vie’, da bozzettismo ma mostra anche uno stile controllato, ad esempio, presenta la storia illustre ( da Garibaldi agli effetti della ferrovia) secondo il punto di vista del popolo basso rionerese. E, per caratterizzarlo, si deve inserire Granata fra Carducci e Verga, fra R. Fucini e F. Russo, ma, di certo, la sua poetica si esprime al di qua dello sviluppo simbolico e decadente di Giovanni Pascoli, in cui – al di là del vernacolismo – il dialetto diventa lingua morta, la “ lingua che non si sa più”, (o, in Andrea Zanzotto, “ parolete che no se dis pì”,cfr.appunti per un’egloga,1970) il cui lessico è carico di risonanze misteriose ma viene assorbito nel prezioso lessico in lingua, come poi fece Leonardo Sinisgalli con rarità. La struttura delle Poesie in dialetto rionerese si costituisce di questi capisaldi:
a) Situazioni sociali dialogate, testi ad alta drammaticità: come :Teresa vène ra la zita e parla cu Lucia; Cardille face vré a Fringidd’ lu palazz’ r’Affurtunat; A la chiazzett’ nosta ndo lu mèse re nuvèmbre; N’auta vota a la chiazzett’; Ri cerimonie ri ronna Catarina; A la cantina; Rent’a la port’ri lu banc ri lu lott’; La camorra ri lu pesc ri na vota; Roi lavannare sciarrano a la funtana; Nu marit’ e na migliera vi’, si rann’la bonasèra; Si scett’ lu bann’; Nun si sposa lu mese ri maggio; Irena sciarpa cu Rachela Paglia e Tonn Ting Tang seni vene, e po ri quaglia; A la stazione ‘ntiempe re vinnègna; Via la giacchetta! (149), sulla figura di un sindaco;
b) Ritratti e serie di fotogrammi sociali e lavorativi: come: Ri doie Tarisuccie (41); Ri trèi Tarisùccie (98); Cacapiattiedd’ (34); Pasqualott’ e Minchrimamma (42); Minczafèche e Ngicritata (87); Na fémmina ri giudizio (48) (col suo antifemminismo da tradizione popolare, ben all’opposto di quella stilnovistica della Donna-Madonna; al contrario un elogio della donna è in Questa iè edda (115); ed i mestieri: Lu falegname (47); Lu cusetore (49); Lu varviere (77); Lu conzacavràre (86); Lu caffettier’ (33); Si scett’ lu bann’ (53);
c) Ritratti storici e di personaggi: come: Caribald (57) – epica, intrisa di considerazioni politiche ma non è ‘poesia civile’ alla Manzoni; Lu monico Granata (60); (Fortunato) Nu vèro galantòmo (63) ( elogiava così, ma Granata non ha la stessa attenzione per le tensioni di classe che mostra, invece, il medico folclorista Michele G. Pasquarelli, che non ha mai usato il termine ‘galantuomo’ con connotazione positiva); (Autoritratto) Lu ritratt’ ri mève stess’ (66); A don Giacomo Racioppi (55);
d) Ideologia: come: La cuncordia (35); Brinns e congedo (43) (in cui è da notarsi che, nella nota, come frutto quasi sconosciuto in Europa, si chiarisce cosa sia la ‘banana’, di cui s’avviava il consumo,
come anche quello del caffè, se Pasquarelli riporta il proverbio: Caffè a Viggiano !); Arniur’ vai nant’(95) (critica leggera della politica); Lu zampano aterno ri l’amore (112); Addio (118) e L’ultimo addio (155); Che cosa iè sta vita? (69); Lu munn’ pizzent (73), dove si esamina la crisi sociale ed economica, osservando, con lieve pessimismo, che il mondo si è incattivito; a queste poesie va aggiunta la prosa dedicatoria Al popolo minuto, del 1899, esemplare sugli intenti del poeta; mentre critico è il testo: Lu 393 e lu 395 ri lu corice pinale, in cui si criticano due articoli del penale;
e) Momenti rituali e cerimonie sociali, come: D’anime rii muort’ (25) (sul 2 novembre e questua); Lu sant’Natale (27) (riporta gli usi locali, non ha nessuna tensione teologica come in Manzoni); Osci s’ingegna la ferrovia (39); L’Avemaria (99); Lu Patirnost’ (101); Lu Requiemmatern (103); Spara la Gloria (78);
f) Momento di malinconia è in : A la luna ndo lu camp’ sant’r’Arniuro (71); mentre unico esempio di inconscio, di incubi è il sogno in Lu suonn’ ri Cicirchiedd’ (82). Per ognuno di questi aspetti strutturali della poesia di Granata andrà sviluppata un’analisi ricostruttiva, qualora questa conferenza si trasformi in un’introduzione ad una ristampa, necessaria, delle poesie del Granata.
Molto curata e impostata su rimario classico la metrica di tutti i componimenti. Il metro più utilizzato mi pare sia la sestina narrativa, che appare in almeno ventuno poesie. Esempio: in piazza si levano le voci dei venditori, ed ecco il testo:
“ Nu sold’, nu sold’, nu sold’ trei cannilièri!”
grira po accussì nu pazzariedd’.
– Uh!Uh! ndo so, ndo so i cannillèri? –
– Rivvì, rivvì, rivvì! Sti puviriedd’!
Sti straccquachiazz’ chi stanno tisi tisi !…
– Uh! Marammeve! Puzzit’ esse ‘mpisi!
(da : A la chiazzetta nosta, p.20)

Anche la quartina, a rima alternata (ABAB), è usata in dieci componimenti. Ad esempio, si riporta da un testo sentenzioso e carico di pensosità, una quartina che contiene anche espressioni burlesche e di tipo gioioso, quasi un riporto carnevalesco:
Quèssa vita iè rilorgio / chi face semp’ ticch’ e tac, / La cuvèrna Masto Giorgio, / Mix Mox, traccaballac! (da: Che cosa iè sta vita?,p.70).
La rima baciata si rintraccia in tre componimenti (pag.34;135;138). Riportiamo due distici baciati che sono vere imprecazioni ( e che consentono al Granata di ricordare che in arte è necessario riportare anche la sboccatezza, per non cadere nell’ipocrisia e nella leziosità retorica):
Chi pòzzin’ esse fatt’ cumm’a Sciuntill’!
Ri carni loro rate a i muscill’! o anche
Pozz’no ri figlie auzà cumm’a ri cane!
E pozz’no sempe abbauscià ri pane! (da: Lu splamo e ri sentenze di ri fémine noste,p.138)
L’ottava con ritornello si ritrova in tre poesie (pag.95,112,144). Si veda, ad esempio, questa ottava con ripresa: L’ann’ purtato a la cungrèia:
Ri la santa carità.
Tonn’ Lutir, e Ngicrimèia
Van ricenn’: che s’ad ra fa!
E nu imo ndo sciam’ a sbatte?
Ndo i surgi, o ndo ri gatte?
Povr’a nui! Povr’a nui!
Nui facim’ frittate grosse,
cimlo,cimlo,cimlo e …tosse! (da: Ron Pitronio Frummicario,p.144)
Almeno diciotto risultano una forma di canzonette, con rima AA BB, come in La sposa ri mast’Scinnaro Lu Gridd’, dove si ironizza sulla ricerca della “sposa ideale”. Per esempio:
s’accòst a l’aurecchia
quéra pòvira, vecchia,
ngi ric’: trisoro mio,
prima chi moro io,
ti voglio rì na cosa:
Si vuoi truvà sta sposa,
va ndo lu mpostacrèta,
e Eva tla fa ri creta! (p.93)
Quattro composizioni sono a forma di distico, con rima baciata (pag.118, 138,140,143). Un errore tipografico di spaziatura si rintraccia, nell’edizione del 1976, almeno in cinque componimenti (pag.20,23,24,115,117), che va facilmente corretto. Come nel Belli e nel Porta, si ritrovano alcune parole latine, di tipo religioso, storpiate dall’uso del popolino: sicutnos (18); regemcui (74,144,150); patirnost (101). Per quanto attiene alla sessualità, il Granata è sempre molto castigato, secondo la concezione del suo tempo. Purtuttavia esiste almeno un testo, in cui vi è un’allusione sottile, come negli indovinelli, a richiesta di prestazione sessuale, ed è la poesia, venata di ironia oltre che di usi endogamici, intitolata Lu chiant’ ru cuccutrill’ (p. 146-147), dove è, infine, lo stesso prete, figura rassicurante, a chiarire il rebus del raccontino e del mistero familiare della cognata. La religione popolare è sempre molto presente in Granata, per quanto egli si sia dichiarato positivisticamente ateo o non credente in maturità. Ma, anche qui, come si può raffigurare la società lucana senza evidenziare la pervasività della religione popolare ed ufficiale? E poi, come scriveva G. Giusti, “ il popolo non è scettico”.
Tutta la poesia di Granata si fonda sulla teatralità, che è l’azione in piazza della stessa vita sociale dei contadini e di tutti: pertanto queste poesie si possono drammatizzare e con gusto se ne può valorizzare la ricezione nel pubblico. In quest’ottica sono notevoli le osservazioni di Mauro Corona sul teatro e le maschere tradizionali di Rionero.
Sulla formazione della poesia dialettale di Granata risultano utili le stesse informazioni che si ricavano dalle premesse ai suoi quattro libri di poesie. Egli ci informa della datazione, infatti, nel “1885 scrissi un buon numero di poesie in dialetto rionerese, le quali ritraggono qua e là la vita del nostro buon popolo” (p.11). Come capita nei nostri paesi, privi di una grande tradizione e privi di un centro a cui comunque ci si richiami, il Granata sostiene che esse costituiscono “ il primo saggio letterario di versi scritti nel nostro bel vernacolo, che è il linguaggio naturale tradizionale, pittoresco del nostro popolino”. Qui riaffiorano i vocaboli cari al Granata: “ saggio letterario di versi”; “ pittoresco”; “popolino”. L’autore non fornisce un titolo per le varie raccolte, ma le chiama sempre “saggio”, nel senso di modesta raccolta di esemplarità. Ad esse aggiunge anche un “ piccolo e primo saggio scritto di nostra prosa dialettale” (sempre p.11).
Da un punto di vista storico, nel Risorgimento, sembrò che si potesse realizzare, con la risoluzione della questione demaniale, un’alleanza fra contadini e borghesia rurale. Granata appartiene alla generazione che ha assistito allo sfaldarsi di quell’alleanza momentanea, all’interno dello stato unitario. La borghesia rurale scelse la via di assicurarsi il massimo vantaggio nella distribuzione e possesso delle terre ed ai contadini non restò che il brigantaggio e poi l’emigrazione. Lo stesso Giustino Fortunato sottolineò come la borghesia meridionale non fu capace di egemonia sociale; essa aveva fallito perché non aveva assunto un ruolo dirigente, cioè capace di guidare la nazione verso un progresso necessario e riequilibratore ( come ha ribadito lo storico Raffaele Giura Longo). La classe dirigente era quella dei ‘galantuomini’ ed il resto della società lucana era un ‘miscuglio’ di contadini, artigiani e bottegai, che detenevano la rappresentanza politica (fino al 1913). Granata, in rapporto stretto con l’ideologia delle Società di mutuo soccorso, costituite dopo il 1884, divulga i principi di risparmio, educazione, lavoro, per raggranellare un piccolo capitale e sfuggire a mutui iniqui, pur accettando la subordinazione sociale che era frutto di una gerarchia e disuguaglianza economica e morale, che bisognava accettare. Granata è anche il poeta dell’ideologia della mutualità, che inculcava inoltre il rispetto delle leggi dello Stato e della monarchia (come ci ha insegnato anche Nino Calice). Infine, Granata è il poeta della ‘piccola patria’ rionerese (piazza, feste, mestieri, personaggi) e non si ricollega né con una tradizione regionale basilicatese, che non sembra esistere o essere operativa né si rivolge alla ‘ grande patria’, all’ Italia, di cui si rende ben conto delle contraddizioni e tensioni sociali, che tuttavia Granata non cerca di alimentare, perché non è socialista né cattolico, non si ricollega ad un movimento rinnovatore della politica liberale. Granata è legato da vincoli ‘ verticali’ con G. Fortunato, ribadisce nella sua persona il forte ruolo assolto dai legami clientelari ed amicali nella società lucana, in contrapposizione ad una debolezza di una tradizione civica orizzontale. Descrivendo la bassa società di Rionero, Granata al contrario e al di là di ciò che si attendeva (l’educazione del popolino, l’incivilimento dei poveri) ha il merito, per noi oggi, di averci consegnato la viva lingua di un secolo fa. E non fosse che per questo lavorio di alta testimonianza, le sue poesie resteranno come il punto più alto conseguito in Rionero di valori estetici di indiscussa bellezza. Le poesie di Granata costituiscono un ‘ bene culturale’, un monumento-documento preciso e terso, che va conservato e tramandato, affinché si riveli un punto ineludibile della costruzione della tradizione riflessa della Basilicata e dell’età positivistica meridionale.

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Sull' Autore

Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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