Mario Santoro
La poesia non conosce limiti e confini e si concede, con grazia e condiscendenza, sia pure sempre e solo in parte, a tutti, resistendo all’usura del tempo nella consapevolezza di avere sempre qualcosa da dire e di saper commuovere. Vale anche per il poeta Antonio Labella, nato ad Avigliano, figlio del suo tempo nel suo collocarsi a cavallo dei due secoli XIX e XX. Subisce l’influsso dell’atmosfera culturale degli ultimi decenni dellOttocento, con la crisi del positivismo, l’avvento del decadentismo e anche le convulsioni tipiche del nuovo secolo e conserva sempre una sorta di genuina originalità.
Dotato di robusta cultura e di squisita sensibilità, notevole appare il rimando della poesia di Antonio Labella ad alcuni autori classici; non a caso ci sono echi puntuali nell’autore che aderisce pienamente alla linea della tradizione, nel solco della quale si muove, pur nella avvertita innovazione e nella sicura conoscenza dei fenomeni nuovi del primo Novecento.
Evidente risulta la suggestione dei fatti storici di ampia portata, come la crisi del positivismo alla fine dell’Ottocento, il fallimento deLl’imperialismo, il chiaro-scuro del risorgimento italiano, pur nell’eroismo di tanti patrioti ai quali l’autore tributa onori e gloria al punto che, in esergo al volume “Echi dell’anima” non fa mancare la dedica agli stessi che sacrificarono la vita per l’Indipendenza del nostro Paese: “Alla memoria del Lucani che immolarono la vita per la causa del nostro Risorgimento e dei giovani caduti sui campi di battaglia per rendere l’Italia più grande e più rispettata nel mondo.”
Il volume, pubblicato postumo dal Consiglio Regionale di Basilicata con doppia prefazione -Domenico Tripaldi e La famiglia- contiene varie sezioni: Famiglia, Amore, Natura, Patria, Amicizia, Liriche Estemporanee,… Miscellanea.
Concordiamo senza dubbio con la dichiarazione di Piero Rebora nel richiamo di Domenico Tripaldi, che evidenzia “non solo la ricchezza della metrica come frutto di studi umanistici” ma anche “la vocazione, più che la passione, di poeta nato tale e possiamo afferrmare, senza tema di smentita, di trovarci al cospetto di un uomo di robusta cultura, di grande umanità e di profondità di pensiero. Il forte legame con la tradizione classica è testimoniato anche nel chiaro riferimento alla poesia carducciana dal sottotitolo al volume “Echi dell’anima” con la dicitura “Rime e Ritmi”.
Ci sono, dunque, rimandi decisamente fuggevoli ma tali da non sfuggire al lettore, a molti poeti. Qui ricordiamo qualche vaghezza di vicinanza di matrice d’annunziana con fremiti di amor di patria finanche esagerati, gusto per l’estetismo, amore per la parola. Si avverte ugualmente una linea di risonanza pascoliana con le sue certezze minime, i suoni, le onomatopee, taluni rumori e un certo richiamo alla poetica del fanciullino. Ugualmente riecheggiano certe note care ai Crepuscolari con il maestro Gozzano in testa: il richiamo al passato nostalgico, l’esaltazione del sogno, l’amore per le rose non colte a tempo opportuno, l’atmosfera malinconica, le rievocazioni delle cose semplici e delle azioni quotidiane, ossia delle ‘buone cose di pessimo gusto’ e c’è pure, in maniera assai marginale, quache linea del futurismo marinettiano,
(…vola con me; … macchina, vola; …O nera macchina rombante;) prima dell’ultimo approdo ai poeti e agli scrittori della Voce e della poesia del frammento, del lampo, della folgorazione.
Si tratta di riferimenti, che appartengono al bagaglio culturale di Antonio Labella che sa mantenere la giusta distanza e punta ad un suo personale modo di far poesia, alla costruzione studiata e precisa del verso pur nella diversità della scelta stilistica delle composizioni nelle quali la parola sa farsi tetragona ed assume sempre un ruolo principe conservando denotatività e referenzialità oppure si connota come allusiva, inferenziale, connotativa.
Ed è proprio questa impostazione che delinea tutta la sua persona, orgogliosamente e spiritualmente più che politicamente, nazionalista, rispettosa ed amante della patria, dell’appartenenza alla stessa e dei valori.
E condivido in gran parte quanto scrive in proposito la famiglia nelle “Note biografiche sull’autore”: “Non si lasciò sedurre dalla ‘torbide forme nuove’, decadenti, surreali, esistenzialiste, futuriste, che portano al delirio, all’inumano, alla demenza e al dissolvimento dell’arte; si mantenne aderente alla nostra gloriosa tradizione classica, alla misura e al ritmo di Foscolo, Leopardi, Carducci, Pascoli, anche quando volle imitare poeti stranieri romantici, ricreandone i motivi essenziali” In realtà l’;autore ha buona conoscenza della poesia italiana e se pure presta l’orecchio alle suggestioni di vari autori, non va altre nello sforzo di mantenere la sua linea precisa, condita di pudore che obbliga a trattenere i sentimenti e impedisce la comunicazione piena degli stessi e a tratti occhieggia, ma sempre con distacco prudente, finanche ai lontani Manzoni e Leopardi e al vicino De Amicis. Si tratta di rimandi da cogliersi con richiamo alle cadenze, a qualche timbricità marcata o solamente accennata, a una velata terminologia, a talune parziali modalità espressive che non inficiano la originalità della poesia di Antonio Labella che si muove in una sorta di ampio recinto e punta sempre alla robustezza della costruzione del verso, alla solidità dell’impostazione dello stesso, anche attraverso elementi minimi, o apparentemente tali e inconfutabili, e talvolta con impalpabili linee di collegamento e di intese che il lettore veramente attento può cogliere e comprendere.
E così, pescando quasi a caso, notiamo che gli ‘ermi scogli’ della poesia “Lux”, richiamano la poesia su Mazzini del Carducci dove gli scogli non sono ermi ma aridi mentre erma è la città genovese. Altrove la ‘campagna fumigante’ rimanda ancora al Carducci e al Pascoli; l’espressione “aita, aita” richiama l’esclamazione di aiuto de “La Vergine cuccia”; di Parini, così come il verbo “Partiamo” all’annuncio della morte del fratello Donato in Livorno, indica nella sollecitazione e nella sonorità una sorta di avvicinamento contrastivo al “Settembre, andiamo” di D’Annunzio. Pure il verbo “aduna” mostra un che di Ariostesco, mentre la poesia “Rinascita” più marcatamente suona manzoniana nello stile, nella rima e nell’ottonario misto a settenario ma anche nell’incalzare del verso prima di cedere ad una sorta di ripiegamento.
Come figliol, che indocile
fuggì la sua magione,
e poi vi torna memore
quando la ria tenzone
in lui donato a l’impeto
degli anni giovanil:
a te così la naufraga
alma ripara, o Dio.
In Te soltanto appagasi
sommesso il pensier mio.
Tu gli perdona, accoglilo
nel tuo quetante asil.
In verità a voler ricercare elementi ce ne sono veramente tanti e mi piace sottolineare nella poesia ‘Emigrata’ l’immagine dell’uomo che rivede, con il tumulto nel cuore, nella mente la sua Lina, quella di un tempo che “l’ago movea sul candido cotone”. Ed è immediato il rimando alla Silvia leopardiana “ed alla man veloce che percorrea la faticosa tela”, e ancora un’altra doppia immagine nella comparazione dei versi di Labella (Per chi?’ “Il mio cuore è con te che raccolta/ stai nella pace della cucina” con quelli gozzaniani “M’era più dolce starmene in cucina”
C’è abbastanza evidente un senso profondo di amore in parte non soddisfatto, per scelta sicuramente consapevole che si traduce in sentimento per le cose belle e che si presenta quasi sempre nella doppia veste della luce, della gioia, della emozione da un lato e della tristezza e della malinconia dall’altro, ossia nella considerazione ipotetica di quello che poteva essere e che nel dato reale non è stato. E’ presente nelle poesia d’amore, una malinconia sottile e delicata e come una linea di rimpianto di tipo crepuscolare che riecheggia e rimanda al rimpianto. Ci sono momenti di tenerezza, di incanto, di ammirazione, di attesa, di trepidazione, e poi momenti di angoscia, di struggente rinuncia, di rifiuto obbligato. E tutto ciò fa sì che l’animo dell’autore conservi sempre sincerità, genuinità, semplicità affidate sempre ai tanti nomi femminili.
Il nome di Lidia compare più volte così come quello di Lina, di Lalage, di Carmela di Diana, di Silvia, di Margherita di Renata, di Maria Pia, di Maria, di Caterina. Nomi usuali, comuni, ricorrenti, alternati a nomi cari alla letteratura, nomi di persone conosciute e frequentate ma anche di donne allucinate nella mente. Per tutte c’è un velo di tenerezza, accompagnato dal canto della bellezza sempre piuttosto astratta e colta al di fuori da canoni plebei e da riferimenti carnali o da richiami ad appetiti sessuali. Pare a tratti di ripercorrere rimandi stilnoviani come, prendendo quasi a caso, nella poesia ‘Sogno’ dove l’autore parla della “angelica beltà/ del tuo seno ricolmo”. Eppure noi sappiamo che almeno in sogno la trasgressione è possibile e siamo quasi indotti a coglierla quando egli scrive:
…Quando dal petto morbido e gentile
lungo emettesti un tenero sospir
E con accento di pietade umìle
il mio nome t’intesi proferir.
Trascolorato all’inatteso suono
a te volai, mio vivo astro seren:
al vedermi stupisti, ma erdono
poi mi chiedesti e m’attirasti al se.
Oh! sovrumano pertinace amplesso!
Oh! dolci baci d’insperato amor
perché dai numi non mi fu concesso
che un sogno fosse la mia vita ognor?
E siamo ancora al sogno dal sapore crepuscolare che perdura anche altrove come nella poesia “Veglia” dedicata a Margherita, a un trasporto breve che fa soffrire:
Margherita, son qui nella mia stanza
solo col mio pensiero,
nemico è il sonno e morta è la speranza…
…
Certo tu dormi e sogni.
Chi sogni?…me tuo desolato amante?…
Non me, non me, mi dice il cor, più agogni.
La tua finestra è chiusa…
Irrimediabilmente, verrebbe da dire, a giudicare da tutto il testo e dalla conclusione inesorabile e cruda:
Ti chiamerò…,t’invocherò nel muto
mio disperato schianto;
ma non verrai…, tu non verrai, perduto
fior di sì breve gaudio e lungo pianto.
Si potrebbe continuare nella citazione di versi amorosi ma preferiamo lasciare al lettore il piacere della scoperta e chiudiamo con il rimando alla poesia “Prece” e la richiesta di aiuto a Dio:
…
Signor, non consentire
che nell’abisso io cada.
Pietà del mio soffrire!
Aprimi Tu la strada,
onde la pace io possa ritrovare.
Deh! Fammela , Signor, dimenticare!.
Ci sono significative poesie dedicate agli affetti familiari tra le quali ricordiamo quella del triste e faticoso viaggio in macchina per il saluto al fratello morente nella lontana Livorno:
…
Pungente eco nel cuore e nell’orecchio
mi nuota l’eco misera del pianto
dell’egra madre mia, del padre vecchio.
E sulle labbra sento ancora impresso
il bacio lor, come un ricordo santo,
come un saluto da portare ad esso.
Ed io lo porto qui, nel cuore, saldo
quel mestissimo bacio del dolore.
Macchina, vola: che gli giunga caldo
l’ultimo bacio, al fratelmio che muore.
E ci sono poesie sulla Natura, nella delicatezza dei versi, talune scritte anche per essere musicate con tanto di ritornello. Riportiamo alcuni versi, che non hanno bisogno di commento, della poesia “Monticchio” con dedica “A Donna Remigia Gianturco”:
…
O pace, o solitudine, o lontano
orizzonte fumoso, ove si vanno
rischiarando i paesi a mano a mano
e sul cinereo pian candidi stanno!
Canta la selva la sua antica gloria
al chiostro, che si specchia in fondo al lago
e che spira tant’alito di storia.
E il cuore estasiato e mai non sazio
tutta risente in un sospir più vago
la dolce poesia del divo Orazio.
Dalla Natura si passa alla Patria con un sincero spirito patriottico con la rievocazione di eroi come Cesare Battisti, di personaggi degni di nota come Antonio Salandra, Sidnej Sonnino, Armando Diaz, Vittorio Emanuele Orlando, di scontri e di battaglie, come l’impresa di Tripoli, e Caporetto, come la rievocazione del viaggio del re in Lucania, e del ministro della giustizia Vincenzo Ianfolla.
E si torna a richiami più intimi nella sezione dedicata all’ “Amicizia” dedicata ad Emilio Gallicchio e con rimando alla figura di Tommaso Claps, con senso di gratitudine:
…
Alle virtù più belle ognora mossa,
dapprima la tua dolce alma mi vinse:
or anco t’amo pel sottile ingegno.
Affetto, stima, ammirazione sono ben presenti in tante altre poesie dedicate agli amici dell’”Ospra”, a Silvio Spaventa Filippi, a Nicola Orlando, al pittore Biagio Gherardenghi e ancora ad Angelo Lacapra, Titta Carriero, Lucio Mango, Donato e Pietro Rosa, a Tommaso Morlino, Emanuele Ganturco e altri ancora.
Ma noi ci fermiamo qui!
Visite Articolo: 637