
di Antonio Lotierzo
Mentre stavo sfogliando, nella libreria di piazza Piemonte in Milano, saggi sul periodo che dai longobardi porta all’insediamento dei normanni, partendo dai volumi di Stefano Gasparri e Claudio Azzara, nella speranza di rinvenire lumi o riferimenti all’area appenninica di Marsico, la cui diocesi venne istituita dal Papato intorno al 1056 e assegnata in qualità di suffraganea a Salerno da Stefano IX il 24 marzo 1058, e la cui contea venne costituita nel 1150 ed affidata a Silvestro, che stava più spesso a Palermo, essendo ministro o parte amministrativa del Consiglio dei Familiari ( insieme ad Enrico e al vescovo di Siracusa R. Palmer) di Guglielmo I, mi è capitato fra le mani ‘Sulle orme del sacro’ di André Vauchez (della Laterza), che è dedicato ai santuari europei fra il IV e il XVI secolo. Testo notevole e di preziosa sintesi e che in una pagina riporta questa citazione, per me rivelatasi carica di rinvii impliciti: “Nel 1642, il vescovo di Marsiconuovo, proibì la celebrazione di messe e processioni in onore di san Michele nelle grotte della zona; a causa del loro carattere indecente e rustico, e trasferì il culto dell’Arcangelo nella vicina abbazia”. A quali rituali e devozioni rinvia questa citazione che il medievalista Vauchez riferisce come una pratica antica ma ancora viva nel 1642? Nel saggio Vauchez non si è soffermato soltanto sul mitreo, poi chiesa della Madonna del Parto, a Sutri ( cfr. google immagini) ma ha esteso l’indagine alla grotta francescana della Verna e a molti altri luoghi intrisi di pietà e magia. Vauchez ricostruisce le forme religiose dei santuari rurali e dimostra come nei secoli sull’esteso culto di S. Angelo de Gructis (S. Michele delle grotte) venne dal clero operata una sostituzione attraverso l’attribuzione e dedicazione alla Madonna di quelle stesse località. E tanto per eliminare, cancellare e far cessare delle pratiche rituali considerate illecite, fra cui i riti dell’incubazione e della purificazione lustrale. Ricostruzione storica importante ma che rinvia a vasta letteratura folclorica. Vauchez, in sintetica nota, riferisce che questa citazione su Marsico, del 1642, è stato da lui estratta da Mario Sensi, dal complesso saggio “Santuari e pellegrini lungo le “vie dell’angelo” (Roma,2014), che sono andato a leggere. Come è possibile integrare questa fonte storiografica? Prima di tutto ricordando che il vescovo non citato da Vauchez è Joseph Ciantes, domenicano ed ebraista, nominato da Urbano VIII nel 1640, a trentotto anni, cui ho dedicato ampio spazio nel mio saggio “ Nell’Europa moderna. Marsicensi ” (2017);in secondo luogo che Ciantes non opera una sostituzione con la Madonna ma trasferisce il culto dalle indeterminate ‘grotte della zona’ in una vicina ( a quale?) abbazia, che, andando io ad analizzare non posso far coincidere con la chiesa marsicense di ‘sant’angelo’ come il popolo ancora chiama la romanica chiesa di s. Michele in Marsico, prima sede della diocesi. In terzo luogo, non ho ancora avuto la possibilità di consultare il documento da cui Mario Sensi ha estratto questa importante notizia, forse una relazione al papa, ma questo è un passaggio che andrà esperito. Leggendo Mario Sensi ricavo che a sua volta il Sensi riprende la notizia dal saggio di L. Telesca: “Culto e insediamenti micaelici in Basilicata (Potenza, 1998) da cui ha estrapolato l’azione del vescovo Ciantes. E ancora osserverei che senza la nota censurante e riformatrice del vescovo non avremmo né notizia di riti dell’incubazione né di purificazione e neppure dello sguardo osservante controriformistico per cui ormai apparivano “indecenti” e “rustiche” le messe e processioni, appariva cioè mischiata la liturgia romana con pratiche medievali, con ‘non lodabili consuetudini’ (come riportava spesso G. Colangelo, il valdese), consolidate credenze e ‘ sopravvivenze’ pagane che perduravano almeno dal XII secolo. Ciantes domenicano intervenne con decisione a far cessare pratiche ritenute ‘illecite’, non aderenti ai canoni, oltre che provenienti dal basso dei comportamenti rustici, assecondati fino ad allora dal clero, se qui si parla di ‘celebrazione di messe e processioni’. Interventismo che Ciantes aveva mostrato verso gli ebrei in Roma, di cui aveva tentato la conversione, l’assimilazione e la confutazione teologica; verso le scoperte della rivoluzione scientifica, avendo parteggiato per le tesi del Bellarmino contro Galilei; verso i feudatari della Val d’Agri, chiedendo per sé la giurisdizione delle prime cause, poi contesa; verso le prerogative della collegiata di Grumento, che reclamava, ancora e con ricorsi frequenti, un’autonomia risalente al sistema delle pievi; verso le condizioni strutturali dell’episcopio ed il ruolo del seminario. Una vasta azione politica, economica e culturale che il Ciantes abbandonò nel 1656, poco prima dello scoppio della peste, per rinunzia al vescovato, unico caso nei settecentosessantadue anni della diocesi.


Sutri:mitreo
Telesca ci consente di localizzare meglio la grotta e il luogo, che è in Moliterno, in quanto la citazione rimanda al toponimo di ‘Pantanelle’ che è situato fra Moliterno e Sarconi. Inoltre, si afferma che la grotta apparteneva ai Parisi, che è famiglia notevole di Moliterno e che aveva espresso un vescovo di Marsico, Ascanio (m. 1614), operante pochi anni prima, fra 1600 e 1614 e che, si deve inferire, abbia tollerato, da vescovo, quei rituali che invece spinsero Ciantes alla radicale censura, trascinando il patrizio romano nella scia dei vescovi rigoristi.

Il Colangelo, nella sua storia della Diocesi (nota 102 ,pp.83), sottolinea che Angelo Parisi possedeva nel 1703 un patrimonio di 2000 ducati ma, per non pagare le decime alla chiesa, aveva donato al figlio chierico Saverio l’intero patrimonio come patrimonio sacro per l’ordinazione. Storia vecchia e ricorrente. Ma erano davvero operanti i riti dell’incubazione e della purificazione ? Il rito dell’incubazione consisteva nella pratica magica del dormire in una zona sacra sia per ottenere una guarigione e impetrare una cura da malattie ( culti legati anche al dio Asclepio) e sia per ricevere dei sogni che servissero alla divinazione del futuro (stele del ‘somno jussu’). La pratica greco-romana coinvolse perfino filosofi come Parmenide e le oscure religioni di Mitra ed è linea continua che ci porta fino al S. Freud del 1900. Se volete leggere, divagando, una bella prosa su sogni, oracoli, vaticini e sacrifici animali al tempo di Giuliano l’Apostata, conviene leggere il romanzo di Julian Barnes :’Elisabeth Finch’. “ Il suo (di Giuliano) era un mondo affollato di divinità pagane, ciascuna con la propria specifica competenza, che doveva essere riconosciuta e onorata. Occorreva consultare oracoli, trucidare e analizzare un mucchio di uccelli e di animali.(…) Infine ci sono i sogni da interpretare. Ammiano cita Aristotele, secondo il quale i sogni sono ‘certi e attendibili’(…) si era portati a credere che auguri e imperatori avessero accesso a predizioni sicure, se non altro grazie a controlli incrociati. Ma le viscere degli uccelli concordavano poi con i sogni, il cuore in fiamme e quanto aveva detto nella grotta la sibilla infiorettando le sue parole di mille ambiguità?” (p.91). Per il folclore, nel sogno, svolto in area sacra, si cercava di far comunicare il mondo storico con l’aldilà ed ottenere un oracolo, una rivelazione sul proprio futuro o un’azione di guarigione (fenomeni studiati da A. Brelich e R. Pettazzoni, specie per la Sardegna, ma presenti ovunque, dalle pratiche di s. Rosalia al ‘santo levriero’ ed all’Umbria).
Fra grotte e sorgenti si procedeva alla purificazione, sia con l’acqua e sia bruciando salvia e incensi e sia recitando preghiere; si allontanavano le impurità e si entrava in contatto con il sacro, ascendendo alla perfezione. Stendersi in chiesa o nei santuari appenninici o nelle grotte ritenute ‘dimora di Dio’ era ed è un aprirsi alla percezione ed all’azione dell’aldilà, sperare di ricevere sogni utili, mezzo per ottenere guarigioni. Dal canto sua la Chiesa romana, forse esperendo a suo modo ciò che J. Locke chiamò una ‘religione ragionevole’, intendeva controllare le pratiche di devozione, in quanto queste comportavano delle azioni rituali, sfuggenti ed individualistiche, che il Papato non poteva che giudicare come aberranti e devianti dalle norme prescritte dagli elaborati concili. Per tanto la Chiesa, fin da Gregorio IX, indusse un’evoluzione mirata: la trasformazione delle grotte appenniniche, come la Verna, che divennero o santuari dedicati all’Arcangelo oppure trasformati con maggiore radicalità da santuari di s. Michele in santuari mariani. E gli ordini religiosi ebbero la gestione e la custodia di questi santuari, con la finalità di mirare alla uniformazione delle devozioni. All’interno degli Osservanti, ad esempio, in Savoia, dopo i 1471, fu fondato il convento di Notre Dame de Myans (presso il monte Granier), dove apparve una statua della Madonna Nera, ritenuta miracolosa e per la cui venerazione iniziò un nutrito pellegrinaggio ed il cui festeggiamento cade l’8 settembre. Simile e di poco successivo fu, probabilmente, il fenomeno cultuale della Madonna Nera di Viggiano, attestata in documenti vescovili dal Seicento. Chi volesse attenuare l’opera repressiva della Chiesa, che non poté essere totale, può rimarcare che non mancarono episodi in cui gli stessi prelati condividevano o cedevano alle credenze e pratiche popolari. Proprio nell’anno della peste, nel 1656, si ricorda che anche il vescovo di Siponto- Manfredonia, il lucchese Bernardino (Giovanni A. ) Puccinelli, rivolse le sue invocazioni a s. Michele e che, giorni dopo, raccontò al suo popolo che l’Arcangelo gli era apparso in sogno, suggerendogli di utilizzare le pietre della grotta del Gargano per scongiurare la pandemia. Obbedendo al sogno ed alla visione, il vescovo inviò ai prelati della diocesi una ‘sacra’ pietra micaelica, benedetta e segnata, a ciascuno, per sconfiggere la mortalità della peste (cfr. Treccani, sub voce). Di sorgenti e grotte è pieno il territorio, già lago pleistocenico, di Marsico Paterno: Castel di Lepre; Capo d’Acqua; Santino; Sorgitora; Acqua dei Capano, con zone sulfuree, alla Solfata; Corvino; Piana del Lago, dove abitano le ninfe, invisibili, fra i bradi cavalli. San Giovanni, eterno asilo, ospedale, ricovero per chi, senza salire o entrare nel paese, transitasse fra Valle dell’Agri e di Diano o Sellata. Aggiungete altre grotte, accanto o inglobate da monasteri, conventi, altro. Nulla di questi contrasti cultuali e di direzione spirituale appare nelle educate e pacifiche ‘grotte di Lourdes’ con Madonnina orante, che si ritrovano in vari paesi e che costituiscono poco più di una complessa edicola votiva che mette in scena un’apparizione, una sorta di rivelazione del divino nella miserevole quotidianità e ne tenta il riscatto o la pacificazione con la simbologia della madre che sta lì ed attende le richieste dei figli-fedeli per scioglierle. Tutti questi spostamenti culturali ( fra chi aderiva ai dettami controriformistici, fra chi permaneva nell’intreccio romano-pagano fra magia e religione misterica e fra chi, da Giordano Bruno, Galileo Galilei, Renato Cartesio fino ad Immanuel Kant, avviava la scienza sperimentale ) convivevano, fra 1656 e 1800 e forse convivono fin dentro il Novecento, rendendo valido il teorema della non-sincronicità del tempo storico e la dialettica delle mentalità operanti in ogni società. Inoltre il soffermarsi di E. De Martino sui limiti dell’espansione della cultura scientifico-illuministica rivelerebbe, come si suole ripetere fra gli antropologi, l’esistenza del limite estremo alla diffusione della scienza, per cui queste aree sarebbero terre di resistenza e di permanenza di mentalità prelogica e di partecipazione mistica (Lévi-Bruhl, 1910). Limite ‘interno’ all’Occidente, culture altre, come quelle dell’India e dell’Africa che costituirebbero il limite ‘esterno’ all’ Occidente. E’ probabile che il popolo europeo continuasse a praticare, in maniera utilitaristica, i due registri ( magico e scientifico), oscillando fra i due poli e tentando, nella prassi, di saggiarne la verità effettuale. Certo non so quanto l’utilitarismo o il pragmatismo possa essere annoverato fra i filosofici criteri di verità.