by Margherita Marzario
Ri-tornare al proprio paese d’origine è ri-trovare le proprie origini, quelle più ignote ed intime. Come ascoltare l’emittente radiofonica preferita con i successi e i tormentoni dell’anno dalla radio d’epoca ascoltata durante l’infanzia, mentre il nonno materno affilava il rasoio alla cinghia di cuoio attaccata all’anelletto al muro,accanto alla porta d’ingresso, per farsi la barba in canottiera bianca in costine, che spiccava sulla pelle abbronzata dalla vita contadina, quella vita generatrice e intergenerazionale di una volta. E il ricordo di quella rasatura ti fa pensare anche al nonno paterno che, rimasto paralitico tutto da un lato e costretto sulla sedia, veniva sbarbato la domenica mattina da tuo padre che alla fine gli passava sul viso la pietra di allume. Tutto era un rito e tutto sembrava meraviglioso agli occhi dei bambini che guardavano e seguivano ogni gesto che sembrava pregno di sacralità.
Agosto in paese: in passato si aspettava il ritorno in ferie delle famiglie numerose emigrate al Nord o all’estero che arrivavano con i bagagli pieni di sogni e bisogni, souvenir e stecche di cioccolato; ci si sposava nel mese agostano per riunire tutti i parenti emigrati e sparpagliati; non esistevano eventi organizzati, ma tanti momenti caratterizzati dalla semplicità e dal piacere dello stare insieme. Oggi tornano in pochi, ad intermittenza, sempre meno e con maggior distacco, parlando con nuove inflessioni ostentate; si mormora delle crescenti coppie separate; ci si lamenta della monotonia e dei disagi, della mancanza della varietà delle cose da comprare, della quantità e qualità degli eventi in cartellone… e, poi, si va ognuno nella più o meno lontana città. Il tutto con il retrogusto un po’ amaro del migliore cioccolato svizzero!
Passare dalla strada principale del paese di nascita e sentire una bambina che canta un successo di decenni or sono, di quando si è stati bambini, di quando si era davvero bambini. Basta poco per cogliere che la vita è tutta un attimo!
Sul caminetto spento la sveglia con la gallinella che becca instancabilmente finché le si dà la corda, attaccato al muro il ligneo orologio a pendolo dei nonni, dalla torre alta del centro storico del paese l’ultrasecolare orologio scandiscono le ore con qualche minuto di anticipo o di ritardo tra di loro. Passato e presente si rincorrono, tempo cronologico e tempo psicologico si alternano. La memoria individuale s’inscrive nella storia generale: il tempo fugge, la vita rifulge!
Come la fugacità e il fulgore dei fuochi d’artificio per la festa patronale ammirati dal quartiere vecchio del paese intessendo così una rete emozionale con tutti i presenti e le generazioni passate che anche lì erano andate.
Talvolta la vita è come un meraviglioso spettacolo pirotecnico: tutti col naso in su ad ammirare qualcosa di splendidamente evanescente perdendo di vista chi ci sta vicino e quello che ci sta intorno. Tornando a casa, poi, ci si rende conto che lungo le strade sono rimasti solo frammenti di carta bruciati e svolazzanti come foglie nell’autunno della vita.
Passeggiata nel bosco in cui si incontra di tutto: moscerini fastidiosi; aculei di istrice; rocce e pietre scolpite dal tempo; pannelli informativi sulla flora e fauna locali, tra cui gli affascinanti e misteriosi falconiformi; penne di rapaci; un cervo volante morto; un minuscolo e impaurito ranocchio mimetizzato con la terra; anfratti e tane; alberi antropomorfi, tronchi dalle forme anatomiche, fiabesche o animalesche; un motociclista solitario reso irriconoscibile dal casco integrale che lo fa sembrava un cavaliere di altri tempi… Non è così la personalità e la vita di ognuno lungo il proprio percorso?
Percorrendo a piedi gli ultimi chilometri che portano al paese nativo, ci si accorge di quello che dall’automobile non si può scorgere: un serpente attraversa la strada contorcendosi come una danzatrice del ventre; una farfalla rimasta conficcata nell’asfalto nuovo del manto stradale; due oche starnazzano in difesa del loro recinto, come le oche del Campidoglio; lucertoline, forse appena sgusciate dalle uova, sgattaiolano di qua e di là; tronchi scultorei usati come pali; campagne abbandonate o animate da arcani rumori; ovunque tracce di ogni sorta che fanno immaginare ogni cosa… Nello stesso modo dovremmo imparare a camminare a piedi, e possibilmente in punta di piedi, nella vita degli altri per accorgerci di quello che altrimenti non si scorge!
Paese, pace da cercare, pargolo da cullare, passo da segnare: nel proprio cuore, col proprio cuore. Come tutto ciò che è piccolo e personale, strettamente personale!
Tornare al proprio paese è fermare il tempo, ritrovare il proprio tempo. “Non avere il tempo per meditare è come non avere il tempo di guardare dove si sta andando perché si è troppo impegnati a camminare!” (il filosofo e teologo francese Antonin-Dalmace Serillanges, 1863-1948). La propria vita non è avere tempo, ma essere tempo!
Ricordi: foglie secche, farfalle volteggianti, frammenti svolazzanti, fazzoletti stropicciati, fermenti vivi, fischi riecheggianti, frasche scricchiolanti, fruscii strani…
Ricordi da rimuovere dal proprio scrigno, ricordi da rispolverare con qualcuno, ricordi da rimuginare in solitudine, ricordi da rinnovare con emozione, ricordi da rinsaldare nelle proprie fibre… Ricordi, pur sempre ricordi da rispettare, perché fanno parte di noi, siamo noi!
