SAN MICHELE, SAN GIROLAMO E IL SERPENTONE

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VALERIO GIAMBERSIO

Gli architetti, fino a poco tempo fa, hanno affrontato il problema delle periferie così come San Michele affrontava il drago nel celebre dipinto di Raffaello, custodito al museo del Louvre. In quel dipinto, San Michele, nel suo fulgore divino, protetto da uno scudo e da una corazza, ha la spada sguainata e calpesta l’orrendo drago, prima di infliggere il colpo fatale. Così, per lungo tempo, si son sentiti gli architetti: onnipotenti depositari di un sapere moderno basato sull’utopia neo-positivista incarnata dai progetti di Le Corbusier, per l’Unità di Abitazione di Marsiglia, e per il progetti per Rio ed Algeri. Segni netti, potenti, risolutori, come tracciati dalla spada divina, che si imponevano a scala territoriale. Le immagini suggestive di questi progetti, che risolvevano di netto il problema dell’espansione urbana con grandi segni utopici, si rafforzavano assumendo un fondamento pseudo-scientifico. Indagini sociologiche ed antropologiche, infatti, all’epoca, supportavano ogni progetto per i nuovi insediamenti nelle periferie delle città che dovevano rispondere, prima ai fabbisogni insediativi post-bellici, e poi al fenomeno delle migrazioni dalle campagne ai centri urbani. Non dimentichiamo che quelli erano gli anni delle periferie descritte da Pasolini, a Roma, dei nuovi fenomeni speculativi raccontati, ad esempio, nei film neorealisti come Le mani sulla città, di Rosi, e Miracolo a Milano, di De Sica.

Per rispondere a queste drammatiche spinte sociali ed economiche, che trasformarono in pochi anni l’Italia nella settima potenza industriale del mondo, hanno origine i progetti di Forte Quezzi, a Genova, di Luigi Daneri (1957), il Cep di San Giuliano, a Mestre, di Ludovico Quaroni (1959), e il Corviale, a Roma, di Mario Fiorentino (1972). In questi casi, come osserva l’Arch. Mario Pisani, si è ritenuto possibile “risolvere le contraddizioni insite nella progettazione dei tessuti urbani fuori dai modelli ottocenteschi attraverso un gesto unico ed eclatante”.

A Potenza, bisognava, in quegli anni, rispondere a una domanda di nuove abitazioni imponente, basti pensare che, dai circa 20.000 abitanti del 1920, si era arrivati ad oltre 56.000 abitanti nel 1971: in soli 50 anni, il capoluogo aveva di fatto triplicato la propria -popolazione. Un ruolo decisivo in questa partita e’ stato assunto dall’edilizia residenziale pubblica, che di fatto ha disegnato il nuovo volto della città nel secondo dopoguerra, a partire da rione Santa Maria (1948), rione Libertà (1947-55), e da rione Verderuolo (1958), e fino ad arrivare al cosiddetto ‘Serpentone’, progettato nel 1971 dallo studio costituito dall’architetto Antonio Costabile, e dagli ingegneri Maurizio Leggieri e Carlo Roccatelli.

Qui l’utopia neo-positivista si è materializzata in un enorme arco di cemento armato, alto 40 metri e lungo circa 500, che si contrappone alla collina del centro antico, quasi a segnare il contrappunto moderno all’immagine della città vecchia.  Erano quelli gli anni della retorica sulla ‘Città-Regione’ che voleva affermare l’immagine del capoluogo come centro tecnocratico moderno e che, conseguentemente, rigettava ogni richiamo all’antico, considerato come scomoda memoria di un’eredità di miseria e di fame.

Il progetto, etichettato come ‘Il Serpentone’, in verità risulta compiuto solo parzialmente ed è privo degli spazi di mediazione e degli spazi per la socialità. Ma, soprattutto, propone una densità insediativa aberrante (l’intero intervento del quartiere conta circa 1.000 abitazioni), – particolarmente per una regione semi-desertica come la Basilicata, che non si riscontrava negli interventi di edilizia economica e popolare precedentemente realizzati. Da qui, ha origine il degrado dell’utopia e il quartiere diviene emblema del disagio sociale.

Più recentemente, è stato realizzato un nuovo intervento per riqualificare il quartiere su un progetto iniziato dall’architetto spagnolo Enric Miralles e terminato dallo studio Archea, nel 2010. Si è scelto di intervenire di nuovo con la spada di San Michele, lanciando fendenti di cemento armato rosso in un luogo già fin troppo denso di costruito. Ancora una volta, il progetto originario è realizzato solo in parte e non vengono realizzati i principali interventi che avrebbero ridotto la densità abitativa, dotando il quartiere di nuove attrezzature collettive con la sostituzione degli alloggi agli ultimi piani con una serie di servizi. Il risultato è che adesso bisogna riqualificare l’intervento di riqualificazione (!).

Nel frattempo, per fortuna, pare che gli architetti abbiano messo da parte gli scudi, le corazze, e le spade di San Michele, e che si siano ripiegati sul più umile esempio di San Girolamo, così come appare ritratto nel dipinto di Colantonio, conservato al Museo di Capodimonte. In questo dipinto, il Santo, già coltissimo dottore della Chiesa, viene ritratto vestito di un saio, mentre umilmente si piega su un enorme leone che terrorizzava il contado e, invece di combatterlo, lo soccorre con un gesto semplice e di buon senso: estrae la spina che tormentava la zampa dell’animale. La leggenda vuole che il leone, dopo questo intervento, smetterà di incutere terrore e, anzi, diventerà inseparabile amico del Santo.

Dobbiamo smettere di costruire periferie. Ormai le nostre città sono piene di questi luoghi dove il centro non è più centro, e la campagna non è ancora campagna. Invece di continuare ad espanderli così, dobbiamo intensificare i nostri centri urbani, fecondando e fertilizzando le periferie. Ovunque ci sono grandi buchi neri da recuperare e trasformare, in modo che questi sobborghi diventino luoghi di civiltà, e non solo posti dove si va a dormire”, così ha infatti dichiarato Renzo Piano in occasione di una recente conferenza tenuta alla Columbia University “[…] anche i sobborghi hanno la loro bellezza. La bellezza dei desideri di milioni di esseri umani che li abitano, e che dobbiamo aiutarli a realizzare.” Ed infatti Piano ritiene che “La missione dell’architettura in questo secolo è salvare le periferie. Se non ci riusciamo sarà un disastro, non solo urbanistico, ma anche sociale”. Per questo, con lo stipendio di senatore a vita, ha scelto di finanziare il progetto G124, realizzato da un gruppo di giovani architetti, e che opera per il ‘rammendo’ delle periferie italiane attraverso piccoli progetti partecipati. Si tratta di ridare dignità e bellezza a quelle parti di città in cui i piani urbanistici si sono arenati e in cui il posto che doveva essere occupato dagli spazi dedicati alla socialità è stato riempito da un senso di squallore e di emarginazione.

Per tornare al Serpentone, e in generale alle periferie di Potenza, ci vorrebbe un intervento umile e paziente come quello di San Girolamo sulla fiera; ci vorrebbe qualcuno in grado di comprendere la realtà profonda di quel ‘non luogo’ e di drenare il veleno dai denti aguzzi del mostro addormentato da quarant’anni sulla collina di fronte al centro antico della città. Bisogna ripartire da chi vive in quel luogo come suggerisce Renzo Piano: “dai desideri degli esseri umani che lo abitano” e che meritano si essere realizzati, rendendo il luogo stesso degno di essere vissuto. Bisogna evitare di costruire ancora e operare per sottrarre, per estrarre la spina, per abbassare la densità insediativa, e per ricostruire un senso di appartenenza e di comunità. “Le periferie sono nel mio cuore”, dice ancora Piano “nel bene e nel male. Sono la fonte di energia della città. Ma bisogna buttare acqua, non benzina sul fuoco, in un attimo tutto si infiamma.”

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Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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