SANTUARI EXTRAMURARI IN MAGNA GRECIA

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ANGELA MARIA GUMA

Una costante in Magna Grecia è la presenza di un grande santuario legato ad una polis collocato fuori dell’area urbana, anzi da questa spesso lontano: tale è il caso dello Heraion alla foce del Sele, distante circa nove chilometri da Poseidonia; dell’Heraion del promontorio Lacinio (Capo Colonna) quasi altrettanto lontano da Crotone e anche   dell’Heraion noto come la “Tavole Palatine” distante circa quattro chilometri da Metaponto. Extramurali erano inoltre i santuari di Persefone a Locri Epizefiri e il tempio di Artemis a Reggio

Questa particolare ubicazione fu interpretata da alcuni studiosi come testimonianza evidente dell’intima fusione della cultura dei coloni greci con le genti indigene, e si riteneva che da ciò fossero derivati i caratteri che differenziavano la cultura della Magna Grecia da quelle formatesi per un analogo processo in altre aree abitate o colonizzate da Greci.

       

           Santuario di Hera Lacinia

 Questa tesi è insostenibile dal punto di vista religioso perché, se pur può considerarsi innegabile la presenza di un contributo dell’elemento indigeno alla formazione della civiltà italiota, nell’ambito della vita religiosa la spiegazione proposta suscita vari dubbi. Infatti, è opportuno considerare adeguatamente il valore che i Greci al loro patrimonio religioso che era il simbolo della loro identità nazionale. Poco probabile appare pertanto che i culti anellenici venissero adottati dai coloni e introdotti nella religione delle nuove poleis. Di massima si può ammettere un’assimilazione di numi indigeni a numi di immigrati nel caso in cui questi ultimi erano privi di un patrimonio religioso ben definito nelle sue figure divine e nelle sue tradizioni rituali.  Comprensibile in tale contesto, il processo che si svolse, entro certi limiti, in senso inverso d’adozione di immagini e forme templari elleniche per culti indigeni, data la forte suggestione esercitata dall’arte e dall’architettura dei Greci. È opportuno aggiungere che se pur vi erano casi di coabitazione di un culto greco con un culto indigeno ciò non significa che quei greci avessero assunto nel loro pantheon, rivestendolo di forme greche, un nume indigeno, ma dimostra soltanto che anche da parte greca è stata riconosciuta in un certo luogo una presenza per così dire “numinosa”, quale si riteneva indicata da fenomeni naturali rari o di particolare rilevanza. Questo è il caso delle sorgenti termali. Dell’esistenza dei santuari extraurbani è stata proposta una diversa spiegazione, che li riconosce sedi non tanto di culti indigeni quanto più di culti greci introdotti in queste aree, in tempi molto anteriori alle fondazioni delle poleis coloniali, da quegli esploratori e frequentatori “micenei” dell’Occidente, che aprivano la via ai coloni. A conferma di tale tesi risulta significativo che i santuari extramurari siano tutti dedicati a numi che già appartenevano al pantheon miceneo. Armonica con questa tesi della loro plausibile origine micenea e in ogni caso precoloniale dei santuari extraurbani è l’ubicazione degli stessi, prossima a luoghi di sbarco o di rifornimento; dunque, in luoghi atti al ricovero di navi o alla costruzione di un campo cintato dove i mercatori potessero penetrare nel retroterra seguendo la via fluviale. Se dunque nei santuari extramurari si ravvisano le sedi ove quei pionieri celebrarono i culti degli avi, la ragione della loro importanza e del perenne prestigio diviene evidente. Atto iniziale, e pertanto particolarmente significativo e solenne, di ogni nuova fondazione era sempre la definizione della sede dei culti, intimo e perpetuo legame dei ghene come delle poleis e inalterabile vincolo con la metropolis.

                                                   

 L’ultima colonna del tempio di Hera Lacinia

Una diversa interpretazione su questi santuari è che essi fossero fondazioni promosse dalle poleis coloniali nel cui territorio si trovavano, con una funzione “politica” che va da una forma di “presa di possesso” di un territorio ad una permanente sollecitazione di contatti con l’elemento indigeno e con altre poleis. Questa tesi è certamente suggestiva, ma è evidente che nella valutazione dell’incidenza delle sedi di culto nella vita di culto della vita delle poleis non può adottarsi ad un unico criterio. Bisogna infatti distinguere i santuari “di frontiera” dai grandi santuari variamente distanti dalle rispettive città. È infatti difficile ritenere che santuari collocati all’estremità di promontori o alla foce dei fiumi venissero fondati allo scopo di favorire un’espansione territoriale o una penetrazione politica tra finitimi indigeni; quanto poi alla funzione di punto d’incontro o di scambio commerciale, è evidente che essa diveniva propria di ogni santuario, qualunque fosse la sua ubicazione.     

 

 

 

 

 

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