Sarakώlogia

0

LUCIO TUFANO

Non è un ciarlatano, né un arruffone, non è neppure spacciatore di sciocchezze, è forse solo dotato di una sensibilità irsuta e scontrosa, pronta agli sdegni e tuttavia temperata da una sorta di malinconia, da una amarezza totale rotta a tratti da lazzi e sfoghi di povera rivolta. Postosi con rapido mutare dal punto di vista della sua incapacità, quasi non ancora persuaso che, per lui, ogni strada è chiusa, sa che v’è certamente qualche soluzione che non sa trovare. Si confonde tra la folla, nel corso delle feste popolari e delle fiere, per non stare lì a guardarsi le mani vuote. Solo all’osteria, egli si sente a suo agio, sovrano di tutte le certezze terrestri, i tavoli di legno scuro ed unto sui quali appoggia i gomiti per una presa di possesso, prima del piatto fumante, l’odore del vino e del pane lo rendono docile, schiavo della sete e della fame.

Rotea lo sguardo sulle schiere di bottiglie e ingannate di ragnatele, alle torri di botti sovrane che dominano dall’alto il povero bettoliere, che sa essere compare dei suoi clienti solo nell’ebbrezza. Tra le facce dei bevitori, gergo pesante di facchini, facce melense e grottesche di presenze volgari, testimoni inconfutabili della stupidità felice e dilagante, frastuono di voci e di scherzi, pur tuttavia buffoni e comici in preda ad un bieco buon umore, generato dalla semplice gioia del mangiare e dalla disperata fedeltà ad una tradizione di bonarietà, frugale a volte mansueta, a volte euforica …

È festa! Gironzola attonito e curioso tra i venditori di ceci e bruscolini, semi tostati e noccioline americane, carretti e brocche, torroni, castagnacci e zuccheri filati, tra il vociare dei venditori. Mangiatori di fuoco, suonatori d’organetto, funamboli, cantastorie e giocatori delle tre carte, coniatori di parole e narratori di beffe e magie, e ancora zingari dal gergo incomprensibile, nani, corti e obesi, zaqquali e bracciali, contadini aviglianesi, balvanesi e santarcangelesi.

“Totus mundus agit histrionam” recita la formula di Giovanni di Salisbury posta sul Globe Theatre, infatti tutti, protagonisti, astanti e comparse, sono attori di una scenografia vivace e sonora di mille suoni e voci.

Così il romantico Gautier descriveva questa folla anonima: «Nessuno li conosce. L’autore di tali parate meravigliose è in realtà “tutti e nessuno”, è quel grande poeta, quell’essere collettivo che possiede più spirito di Voltarie, Beamarchais e Byron, è la genialità di essere vivi e liberi da cui traspare una saggia sobrietà, pare premiata dalla festa, ma sempre piena di tradizioni e di mesaggi, la piazza come “enciclopedia dei poveri”[1]».

Variabile dipendente del mercato, la festa è occasione fortuita non solo per avere qualche soldo, bensì per l’abbondanza di roba da mangiare, da portare o da guardare anche estasiati. È questo che rende la banda di Pettlangùlo e cumpagni, composta dagli assidui amici di Sarakè, esilaranti ed euforici: Pichiecca, Taccariedd, Caitaniell e Trò Trò, i quali circolano tra banchi e urli, derrate in ceste e in mezzo ad un popolame frastornato e insieme vivace di raucedini, fischi, stridii e rumori, belati di ovini, muggiti e nitriti, sonetti e sproloqui di zingari, montagne di frutta e fritture di peperoni e carni … Estasiati da tutto quell’andirivieni di gente d’ogni tipo e d’ogni contrada, camminano in frotta, raggruppati dal coraggio e dal sogno di poter ottenere il possibile successo della giornata. Una sorta di animosa voglia di baldoria e di gioco spinge Sarakè a sollecitare i compagni a pazzià. Giochi maneschi come lu scàffe, o le scaramucce di Tuture di granoturco che i contadini hanno lasciato in mucchi, e che si usano come munizioni nelle sortite di scontri. C’è chi caccia dalla tasca dei pantaloni lu strùmmelo, una sorta di trottolina, sfidando chi lo sa far girare più a lungo. Non manca, soddisfatta la fame, la bizzarrìa de lu cavadde dong tra i compagni di Sarakè, torme di perdigiorno che, assieme al Sarakè, recitano, tra salti ad di sopra degli altri e uno dopo l’altro, la filastrocca di: uno, monta la luna, due, il bue, tre, la figlia del re, quattro, il gatto, cinque, si raccoglie il frumento, sei, piedi incrociati, sette, nà piroletta,otto, nà culata, nove, si monta, dieci, si smonta.

Assorti e affascinati i compagni di Sarakè, con un colpo al cerchio ed uno alla botte, tra un servizio o una fatica espletati a favore dei banomi e il premio di un po’ di noci o di una pagnotta, nell’aspettativa di guadagnare spiccioli o di ottenere cibo, con l’occhio curioso e la fantasia tesi all’immaginario collettivo in una folla intenta al proprio interesse e al proprio utile, nel corso dell’incontro-scontro tipico delle dispute di fiera, tra gente stanziale e festiva e quella del fierante non festivo.

Ma il fenomeno che più di ogni altro elettrizza il Sarakè è la “banda d’u scattuse”, per cui il tonfo del tamburo e lo strimpellìo di altri strumenti caratterizzano la marcia e il portamento di una sprovveduta compagine di suonatori. Sarakè, fiero orecchiante, segue o precede la marcia di quel lombrico musicale.

È questa dunque la fiaba del Sarakè che vendeva il sole e accattava la luna, che campava da “pellalle”, che nei giorni a scorcio dell’inverno, e già giorni di sole andava, per la verzura a scuote l’acquara, le rugiade che di primo mattino imperlano le foglie e i germogli, che correva alle feste, alle Madonne, alla incetta di noci e gazzose, di castagne secche e di carrube, che pur lesto per la fiera, “ù cicate era già iuto”, e che stanco di compagni e di giri, di carichi e di scarichi, di sporte, di grida e di rifiuti, sempre “si truvava cu na mane nannze e nata ndreta” …

Pizzaculo e Cuglietta lo aiutavano a non scivolare lungo il dorso del palo cuccagna; dove incrociando le stecche delle gambe si aggrappava con le mani imbrattate di terra. Per lui pendevano: un fiasco di vino, un tondo caciocavallo, un prosciutto, due soppersate e quattro salsicce. Ecco Sarakè, re della festa. Per lui il mito era di “cuccagna”, era la gioia da perseguire come essenza e filosofia della vita.

Ed era anche sognatore, romantico, quando si divertiva a sentire la serenata che Pascalotto portava ad Angiulina: “Questo vicolo è lungo e stretto, tutto chieno di malaggent, Angiulina nun li stà a sent, quedd cà discene male di me. Trallalà, trallallère, sei la più bella di questa città …” era allora che il Sarakè aveva qualcosa di malinconico e sentimentale, del Pierrot, più povero e derelitto.

Insomma, accanto alla bandiera del Regno, della Repubblica e al leone rampante della città occorre innalzare lo stendardo del popolo di Sarakè, una sorta di gnocco portato in trionfo, quando si abbatte, ogni volta che accade, l’abero dei giacobini ciarlatani e della demagogia e si suole brindare al leone rampante del buon senso, e della commedia popolare. Eppoi ecco la beffarda, carnevalesca resurrezione del Sarakè, macabra o alla luce del giorno. Una morte alla quale i potentini si sono abituati pigramente. La sua casa era una rodda e la sua povertà infinita, la sua condizione, disperata e nel contempo bizzarra; insomma una maschera malinconica e grottesca, scheletrica e allungata, donchisciottesca, e insieme anche sanciopanzesca, quando affiorava in lui l’infingardaggine del piacere e l’ingordigia, calata nei vicoli pieni di ragnatele e di tetra animazione. Ora occorre finalmente instaurare una saga del Sarakè, gobbo e inquietante, vagamente discolo, blasfemo e birbante, che conosce il ghigno, la risata e interpreta il sarcasmo contro i ricchi, i potenti e la sorte ostile e dura.

[1] “La Fiera e la piazza”, il circosociouniverso. Mondo operaio, n. 1/2 1989.

Condividi

Sull' Autore

Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa
Online dal 22 Gennaio 2016
Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall’agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line ” talenti lucani”, una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell’opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.


Lascia un Commento