LUCIO TUFANO

 

Le ideologie oggi hanno mutato pelle. Ideologie non sono più solo quelle ecclesiali, né quelle catechistiche o dogmatiche, non più solo quelle rigidamente ferme “in saecula saeculorum”. Oggi le ideologie sono anche di tipo flessibile, duttile, rinascono sotto altre e nuove sembianze. Esse si sono semplicemente adeguate a tempi superficiali come i nostri. Anche l’ideologia scopre la sua insostenibile leggerezza.

V’è una città superficiale che non ha memoria di sé, dei suoi uomini migliori e che cancella il meglio ed il peggio fornendo alibi a tutte le malefatte, a tutti gli errori ed a tutte le balordaggini, ha ormai da tempo una sua propria ideologia ed un proprio culto, assurdo ed ossessivo, l’unico che pratica da anni, quello del consenso clientelare che sostiene un tipo di potere a cui era ed è del tutto funzionale la preoccupazione di non dare nulla, ma proprio nulla, di non riconoscere quel poco di buono che vi è stato (e vi è) negli apporti di altri, forse, solo di pochissimi altri. Tutto in questa città viene quotidianamente ingoiato nel consueto vortice di una confidenziale demagogia. Al di là di queste forme omologanti, Potenza esprime in realtà quasi l’esatto contrario; è, in piccolo} una biblica Babele incapace darsi un unico linguaggio, un comune obiettivo, quello di crescere singolarmente e collettivamente; come città, come singoli abitanti, come partiti, e come amministratori, come intellettuali. In definitiva, crescere tutti insieme per far crescere anche la regione. L’egualitarismo professato per quasi cinquant’anni e sul quale ancora si insiste per inerzia e per ipocrisia, ha prodotto incomprensioni, rancorose invidie e squallido opportunismo. “Siamo ormai nell’era dell’uomo comune”, ha sostenuto Henry Wallace. A forza di gridare nei megafoni della politica e dei proclami sindacali che sono gli uomini comuni quelli più importanti e che proprio gli uomini comuni sono in grado di svolgere ruoli e mansioni superiori, che gli uomini comuni sono in grado, se lo vogliono, di diventare anche poeti, pittori, grandi scultori, grandi letterati ed illuminate guide di popolo, si è instaurata l’accettazione supina di un falso mito egualitarista non solo da parte della pubblica opinione, ma anche da parte delle istituzioni e di tutti coloro che avrebbero voluto fare i critici e gli oppositori della società di massa. È accaduto in questa città, che sempre meno riesce ad essere la “capitale” lucana, un fatto del tutto singolare: non vi è più nessun equilibrio tra la tensione sana e creativa del fare e la pedissequa ansia di esporsi, di apparite. Basta un elogio, uno sprone, un premio letterario, la benevolenza di un politico, una elezione a consigliere regionale o a parlamentare (da parte di un elettorato superficiale e non informato e su indicazione di qualche notabile), perché un uomo comune possa sentirsi un autorevole leader, se non proprio un piccolo dio vivente. Come spesso accade, è proprio dagli intellettuali o dai presunti tali che viene il peggio.

I sedicenti poeti locali, laureati e non, si sono sempre estraniati dai problemi sociali e politici incombenti per inseguire con un vaniloquio di parole e di mezze parole la perfezione formale o datati effetti romantici; un’insensata Arcadia che, anche quando d’avanguardia, resta sempre reazionaria, un trionfo del soliloquio delle banalità travestito da poesia. Facendo da mosche cocchiere al Potere ed ai partiti al potere, i poeti cittadini hanno accettato anche incarichi istituzionali in questo Consiglio od in quel Comitato, in quella Commissione o negli organismi di quel partito, non riuscendo, però, forti anche di tali ruoli, ad incidere culturalmente. Qui più che altrove gli intellettuali hanno vissuto sempre grazie al Potere, per il Potere, con il Potere. Persino il loro esibizionismo non è mai puro, ma sempre in funzione del Potere, serve sempre per segnalarsi al Potere.

Da tale artificioso modus vivendi, da una tale tensione a voler apparire ed a rivendicare, deriva il fatto curioso che tutti possono essere tutto o darlo, quantomeno a credere. Da questo surreale “genius loci” dipende la vita materiale e spirituale della città. È andata così! In cinquant’anni di democrazia ipocrita alimentata da una incalzante spinta demagogica, il panorama sociale della città si è immiserito man mano che vi si cancellavano le tracce delle mille e sottili diversità che lo arricchivano e che consentivano il fluire della libertà, garantendo una resistenza multipla e diffusa contro ogni prevaricazione. Così si è spianata la strada alla massificazione ed al conformismo, mali che contagiano tutti. Ecco perché potremmo parlare di una “scleropoli” dell’era piccolo-borghese e consumista, di una città necrotizzata da un lungo esercizio clientelare e di regime (anzi, di regimi), ove il Potere ha ininterrottamente influenzato i suoi destini e quelli dei suoi abitanti. Potenza, quindi, come città di potere, e come potere di una città affetta dalla sindrome dei corsi e dei ricorsi, a causa del tradizionale ruolo giocatovi dal doroteismo della Prima Repubblica, del conformismo omertoso e subdolo dei suoi sudditi e dei loro tentativi striscianti e sommessi, ma mai fragorosi, di rivolta, a causa del sarcasmo anonimo e della anonima battuta pungente sussurrata contro il Palazzo, contro un potere che non si fa condizionare, ma che ha, al contrario, condizionato e condiziona il destino delle famiglie, il diritto all’esistenza di ogni cittadino nonché di quello dei suoi discendenti. Non deve nemmeno stupire il fatto che in una città nevrotica e conformista come Potenza, negli anni di Tangentopoli vi si potesse respirare un certo, animoso, spirito forcaiolo. Molti suoi cittadini divennero, in quei pochi mesi dopo il 1992, degli accaniti fans di “Mani Pulite”. Ma anche questa improvvisata vena giustizialista non poteva non risultare nevrotica e, tutto sommato, sospetta. Non riuscendo a coltivare troppo a lungo la sua sadica aspettativa di terribili Inquisizioni, Potenza si è, senza troppi scrupoli, dimostrata disponibile a dimenticare il passato ed a ridare ai vecchi politici o ai loro delfini il consenso purché il Re non fosse restato nudo per troppo tempo, purché il Potere che, nella denominazione stessa della città, ha le sue radici foniche e la sua allusione metaforica, non ne venisse veramente intaccato, a prescindere dai regimi, dai partiti e dagli uomini che ne detengono fisicamente il possesso. Non c’è una città in Italia nella quale si sia concentrata ed esercitata una quantità così forte, addirittura abnorme, di potere, rispetto alle sue dimensioni così infime.

Naturalmente, la storia del conformismo e del bisogno fisico che questa città ha del Potere, non è cominciata solo cinquant’anni fa, così come non può finire oggi. È una storia che si ripete, una storia che fa registrare corsi e ricorsi di vichiana memoria. Potenza si sbarazzò della sua militanza fascista, immediatamente all’indomani del 25 luglio 1943, gettando centinaia di distintivi di appartenenza al regime nei tombini e negli angoli di Via Pretoria. Una città veramente incredibile. Andrebbe punita con la legge del contrappasso per la sua assoluta vocazione maggioritaria, quella vocazione che oggi la porta ad essere, caduto il doroteismo, una culla italiana, una città-pilota in Italia, del cattocomunismo, che qui rivive in pieno la sua seconda stagione, dopo quella del compromesso storico negli anni ’70.

Conformismo e servilismo non esauriscono l’elenco delle patologie socio-politiche di questa città. Si pensi all’invidia che alligna tra i condomini dei palazzi, alla maldicenza che si alimenta nei rioni ed in via Pretoria, alla folla sterminata di coloro che appaiono visibilmente in preda al delirium tremens della competizione e dell’arrivismo piccolo-borghesi, alle ambizioni professionali ed agli inestinguibili odi tra le categorie, all’inflazione dei titoli di laurea. Un giorno si dirà che i potentini nella gran parte non si occupavano di quanto accadeva nel Paese, in Italia e nelle istituzioni più importanti. Potevano vivere anche ignorando l’esistenza dei giornali. Un giorno si dirà che il loro giornale, quello che sarebbe andato veramente a ruba, avrebbe dovuto parlare di carriere e di promozioni, di posti e di assunzioni, di chi entrava nel gioco e, soprattutto, di chi, per un motivo o per l’altro, ne usciva, di chi, per un motivo o per l’altro, stava per ritirarsi dalla assurda competizione cittadina tesa ad ottenere gradi, pennacchi, carriere, spazi e posti lasciati liberi e che sarebbero stati subito occupati in ossequio alla logica del Potere che accoglieva e respingeva, che ad alcuni concedeva più che ad altri, il potere di far star peggio perché altri debbono star meglio. Le tossine delle ideologie egualitariste hanno annientato le classi ed i mestieri con la complicità delle leve clientelari manovrate dai notabili. La dilatazione, socialmente inutile, ipertrofica, fino all’inverosimile, della pubblica amministrazione ha fatto il resto. Ad una borghesia, o meglio, ad una piccola borghesia egocentrica ed assistita ha fatto da contraltare, in mancanza di una classe operaia e di un ceto imprenditoriale degni del loro nome, un sottoproletariato, ingordo ed avido, che, appoggiato dalla demagogia sindacaliana, ha dimostrato di aver ben capito la lezione: chiedere, chiedere, anzi, pretendere, in nome di una radicata fede nell’eguaglianza dei diritti, iperfurbisticamente rivendicati ad ogni piè sospinto. Dei doveri, dell’umiltà, dell’educazione, di tutti i piccoli e grandi valori domestici di un tempo, non c’è più nemmeno l’ombra. Forse, ciò che è accaduto negli ultimi decenni a Potenza è un destino di cui altre città di provincia, magari con le stesse connaturate caratteristiche, hanno fatto uguale esperienza. Eppure, nulla ci fa mutare la convinzione che Potenza è un esempio insuperabile dei vizi (moltissimi) e delle virtù (pochine) della piccola borghesia burocratica, l’insuperabile metafora di una certa piccola borghesia residuale e marginale che riesce a costruire, senza saperlo neppure, una vera e propria ideologia.