
Marco Di Geronimo
Uno scenario che sembra perfezionarsi in tutta Europa è la scissione che non paga. O meglio, la riverniciatura che si scrosta. Tutti i tentativi di salvare qualcosa dell’ultima stagione del socialismo europeo stanno miseramente fallendo. Se i Partiti socialisti europei non s’accorgeranno di dover archiviare idee, politiche e slogan di destra, sarà la Storia ad archiviare loro.
Forse il caso che fa scuola sarà quello francese. Il Paese della Torre Eiffel aveva il Partito socialista più ammirato d’Europa, e anche il più radicale. Quando venne fondato, da François Mitterand, venne unito mantenendo una certa vocazione rivoluzionaria. E l’elezione del Presidente socialista doveva preannunciare un vasto programma di riforme radicali – poi fatto fallire, anticipando il grande voltafaccia della socialdemocrazia europea.
Ebbene, questo Partito non esiste semplicemente più. Il suo ultimo candidato alla Presidenza della Repubblica, Benoit Hamon, ha mietuto appena il 6% dei suffragi. E c’è da chiedersi quanti voti sarebbe riuscito a portare a casa, se fosse prevalsa la candidatura follemente liberista (hollandiana) dell’ex Primo ministro Manuel Valls. Il PS francese è stato divorato da due creature speculari: l’onnivoro estremista di centro Emmanuel Macron, e il puro agitatore di sinistre Jean-Luc Melenchon.
Falliscono tutti i tentativi di “riverniciatura”. Tutti i Partiti socialisti che provano a preservare la propria classe dirigente e parte del loro programma sono in crisi. Il PD, al momento in caduta libera, forse smetterà di sanguinare solo quando si trasformerà una volta per tutte nel partitino che Renzi voleva costruire per scissione (il polo liberale macronista). Hamon, “ministro di” Hollande, assomiglia alla vana impresa di Orlando di riportare la socialdemocrazia nel centrosinistra. La continuità dirigenziale, la fedeltà al passato, l’idea che basti profumare gli ambienti con qualche ideucola retorica («l’agenda Monti più qualcosa» – cit.) distrugge compagini incapaci di parlare alla gente. Non sono credibili, ergo non sono votabili. E nessuno li vota.
Le uniche eccezioni in un panorama tendenzialmente omogeneo sono il Partito laburista (Gran Bretagna) e il Partito socialista operaio (Spagna). Ma sono eccezioni che confermano la regola. I loro leader sono carismatici, coerenti e discontinui col passato. Lottano senza risparmiarsi e interloquiscono senza vergognarsi delle parole e delle idee in totale rottura col passato liberista. E vengono ripetutamente premiati nei sondaggi. Se lasciati fare. Basta che la fronda blairiana s’infiammi un pochino, che comincia il tiro a freccette (anzi a Corbyn). Che non a caso sgonfia il Labour nei sondaggi. In Spagna, col povero Sanchez, è lo stesso.
Morirà la socialdemocrazia storica italiana ed europea. Nei Partiti socialisti, oppressa da classi dirigenti incapaci di rottamare la loro idea neoliberista del mondo. Nei Partiti più radicali (lo diciamo? comunisti?), soffocata da millenari dibattiti filosofici sul sesso degli angeli. Morirà, è inevitabile, e rinascerà altrove.
L’operazione per rifondare il socialismo e la socialdemocrazia in quei partiti non può passare che da una sola strada. L’abiura del modello «progressista», il ripristino dei concetti di sfruttamento e di malattia del sistema economico, la lotta per un mondo che permetta a tutti di trovare lavoro e felicità. Il grande sogno dell’universo socialista europeo è sempre stato trovare un posto nel mondo a ciascuno. Ed è stato questo sogno a costruire grandi partiti e modellare il Continente più avanzato del pianeta. Se non si ritorna a questo sogno, sarà qualche nuovo partito venuto dal nulla a impossessarsene.
I grandi partiti socialisti (e le schegge impazzite che da questi si scindono, nel tentativo di accreditarsi come “i bravi socialisti d’un tempo” caricandosi a bordo pezzi di gente e di programmi del peggio degli ultimi vent’anni) si curino dalla sbornia della globalizzazione. «Respingiamo l’austerity, o la gente respingerà noi». Jeremy Corbyn ve l’ha detto: se non lo capite, togliete il disturbo.