“Senza peccato e senza redenzione”. La Lucania di Carlo Levi

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MICHELE PETRUZZO

Nessuno ha toccato questa terra se non come un conquistatore o un nemico o un visitatore incomprensivo. Le stagioni scorrono sulla fatica contadina, oggi come tremila anni prima di Cristo: nessun messaggio umano o divino si è rivolto a questa povertà refrattaria».

Così scriveva Carlo Levi sulla Lucania nel suo celebre “Cristo si è fermato a Eboli”. Un’opera spesso citata per raccontare e ricostruire un cosmo di miseria ed abbandono, un mondo fuori dalla storia e dalla civiltà, quale era quello della Lucania novecentesca.

Non a caso Italo Calvino definì Carlo Levi “testimone della presenza d’un altro tempo all’interno del nostro tempo” e “ambasciatore d’un altro mondo all’interno del nostro mondo”.

Il 29 novembre del 1902, esattamente centodiciotto anni fa, nasceva a Torino Carlo Levi. Laureatosi in medicina nel 1923, non smise mai di coltivare la sua passione per la pittura e la letteratura. Il suo energico fermento culturale e politico si rivelò nell’intensa attività intellettuale. Prese parte al gruppo dei “Sei pittori di Torino”, collaborò con le riviste di Piero Gobetti: “Energie nuove”, “Il Baretti”, “Rivoluzione liberale”, diresse insieme a Nello Rosselli la rivista clandestina “Lotta politica” e aderì al movimento “Giustizia e libertà”.

Il regime fascista condannò l’intellettuale torinese al confino politico in Lucania. Prima nel comune di Grassano, poi ad Aliano. E proprio in questa regione, dove arrivò nel 1935 e rimase fino al 1936, Carlo Levi riuscì ad osservare da vicino quel mondo tagliato fuori dalla storia, scandito dalla ciclicità delle stagioni, segnato dalla miseria contadina, dalla impassibile rassegnazione di una popolazione da sempre vinta e sconfitta.

Levi scende dalla dimensione storica e si immerge in un lembo di terra dove le canoniche leggi umane e sociali, quelle che regolano la civiltà, non valgono più. Paradossalmente è proprio nell’estraneità dalla storia che Levi individua la potenziale forza storica di questa terra, “dove il male non è morale, ma è un dolore terrestre, che sta per sempre nelle cose”.

Il suo racconto della Lucania passa attraverso differenti e preziosissime lenti. Antropologo, sociologo, reporter, scrittore, pittore. Levi riesce, infatti, ad essere tutte queste cose insieme e ad impreziosire la sua narrazione dei vari angoli di osservazione di cui è dotato. Motivo per cui definirà poi la sua opera in questi termini:

«il Cristo si è fermato a Eboli fu dapprima esperienza, e pittura e poesia, e poi teoria e gioia di verità […] per diventare infine e apertamente racconto, quando una nuova analoga esperienza, come per un processo di di cristallizzazione amorosa, lo rese simile».

Nonostante le sue origini piemontesi, Levi riesce a cogliere la vera natura della Lucania, dove non esiste coscienza politica – perché a popolarla sono i pagani e non i cittadini – dove gli uomini vivono insieme agli animali e agli spiriti – entità considerate più potenti e determinanti delle istituzioni statali – dove vige quella che lui definisce “fraterna passività”, il patire insieme il triste destino di una natura dolorosa. Perché non c’è legge, governo o politica che tenga di fronte agli influssi magici e stregoneschi di una “Volontà che vuole il male” e che penetra ed impregna ogni cosa. E tutto dipende da questo e da nient’altro.

Ecco comparire, allora, il racconto di due esistenze parallele: quella dei contadini e quella dello Stato, quella del popolo sparso e quella degli eserciti organizzati, quella della magia e quella della ragione, quella della sconfitta e quella della vittoria. Ed è per questo, spiega Levi, che i contadini “non possono sentire proprie le glorie e le imprese di quella civiltà, a loro radicalmente nemica”, ma al contrario si appassionano al brigantaggio, che quella civiltà hanno cercato di combatterla, seppure inevitabilmente destinati alla sconfitta.

Jean-Paul Sartre spese parole di elogio per Carlo Levi, spiegando che in lui tutto si accorda e si tiene e che alla base della sua poliedricità (medico, scrittore ed artista) ci sia lo stesso nobile principio, ossia “l’immenso rispetto per la vita”. Per la stessa ragione, sulla sua lapide ad Aliano, dove ha chiesto di essere seppellito, tra i vari omaggi all’intellettuale antifascista, spicca uno in particolare: “Grazie per aver dato voce a chi non veniva ascoltato”. Il riconoscimento più importante per uno scrittore.

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Sull' Autore

Michele Petruzzo

Nato a Potenza in una calda notte di agosto del 1994. Storico, appassionato di politica e tifoso della Roma. Ho studiato a Bologna, dove ho conseguito la laurea magistrale in Scienze storiche con una tesi in “Storia delle donne e dell'identità di genere”. Ho frequentato la Scuola di giornalismo della Fondazione Lelio Basso e ho collaborato con “Il Manifesto”. Adoro la letteratura e il mare.

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