LUCIO TUFANO

Si è scritto, anche parlato delle particolari vicende che hanno caratterizzato l’avvento dell’uomo, la sua predestinazione, della prima consultazione elettorale del dopoguerra, quella per la Costituente: egli aveva appena l’età per essere candidato e, senza compiere alcuno sforzo, veniva inviato da Roma nella sua città, calato quasi, aiutato in ogni diocesi, primo eletto della Dc.

Alla ribalta come un arcangelo del riscatto meridionale, i suoi discorsi erano più avanzati dello stesso programma di partito e, in alcune piazze, echeggiavano i temi propri del suo maestro, don D’Elia. Ammetteva l’esigenza di sconfiggere il latifondo, di riformare i patti agrari, di sostenere la piccola e media economia. La parola lenta e precisa, la voce misurata, la studiata compostezza, il suo humour inglese. In verità quanto si è scritto di lui è persino riduttivo. Da ministro degli Esteri i suoi interlocutori stranieri di Bruxelles e a Washington non hanno mai cessato di ammirarlo e di stupirsi nell’apprendere che quel prestigioso ministro italiano proveniva dalla Basilicata.

Era per questo nelle calorose ed esplosive simpatie del presidente Pertini ed amico di un socialista intelligente come Giacomo Mancini. «L’onorevole Colombo ha ottenuto la più alta percentuale di preferenze» martellavano radio e giornali all’indomani del 25 maggio 1958. «Come spiegare in Lucania una vittoria cosi massiccia della Dc? Come spiegarlo, dopo i mille attacchi sferratile in tutta la regione?» Si chiedeva in un editoriale “Il popolo di Lucania”.

Era portata al trionfo quella stessa Dc imputata su tutte le piazze della Basilicata, bersaglio delle polemiche socialiste e comuniste, e contro la quale si scagliavano le rivendicazioni contadine, operaie e degli impiegati. «E lutto ciò – continua l’editorialista – con materiale umano, a volte inesperto, a volte debole: uomini della Dc che hanno operato in perfetto equilibrio pur essendo obbligati ad indulgere in forme retrive di favoritismi e di clientelismi da tutti biasimati, ma che pur formano l’erbaccia di una tradizione locale, dura ad essere estirpata. La Democrazia Cristiana ha goduto dell’immenso prestigio dell’onorevole Emilio Colombo al quale le nostre popolazioni riconoscono il merito delle molteplici ed enormi opere realizzate dal governo centrale. Ineccepibile quindi la valanga di voti preferenziali per il giovane ministro dell’agricoltura, per il quale tenuto conto del rapporto percentuale dei votanti, può, a buon diritto, ritenersi il primo eletto nella nazione».

E questo naturalmente accadeva quando le sinistre erano alle prese con il massimalismo, attente ai fatti di “oltre cortina”, legate ai “fatti di azione e di consultazione” tra socialisti e comunisti, pur svolgendo un importante ruolo di fermo presidio della democrazia in tutto il Paese, di mobilitazione animosa e decisa contro le ingiustizie e le prevaricazioni.

Per tantissime occasioni elettorali l’esito fu sempre scontato, il successo indiscusso, cosi nei decenni Colombo costruiva il suo carisma su di una piramide di medi e piccoli borghesi, di sottoprolelari e anche “servizievoli” faccendieri, si assideva al sommo universo del terziario. Carisma compiuto questo dentro il teatro della politica meridionale, della storia e del tradizionale rapporto tra masse e potere. Carisma concluso? È il declino di un imperterrito esercizio del potere, di un instancabile uomo di governo, di un impeccabile e inappuntabile showman di meeting internazionali? Un successo finalmente incrinato da una flessione di 7.000 voti in Basilicata e da un notevole calo nella circoscrizione meridionale, in un partito segmentato in cui Andreotti e Gava vincevano anche sul piano congressuale per le poderose risorse clientelari che gestivano? Nel palazzo vi era certamente un certo grado d’insofferenza, una tensione, il desiderio di volersi liberare di un meticoloso e puntuale protagonista, la volontà di disfarsene senza avere però il coraggio di predisporre strumenti dialettici di rinnovamento che avrebbero agito da boomerang contro gli stessi pulpiti dai quali venivano lanciati.

Ma che cosa in definitiva ha fatto crescere Colombo, nel mito e nella considerazione delle popolazioni e della pubblica opinione? Anche il fatto che egli sia cresciuto in equivoca simbiosi con il progresso, in maniera direttamente proporzionale a quel benessere diffuso che fu merito di tutti, dei lavoratori in particolare e dello politiche economiche, dei sacrifici degli emigrati, della capacità di risparmio e della laboriosa produttività sommersa, la simbiosi con tutto ciò che si è fatto, sul piano della tecnologia, della capacità manageriale, della iniziativa imprenditoriale, della migliorata condizione del vivere; qualitativa e quantitativa. Tutto l’ha potenziato nell’interpretazione degli eventi da parte della gente. Dalla borghesia al ceto medio, agli industriali, ai burocrati, fino al grande magma piccolo borghese, egli è stato via via sempre più accettato e votato, per un successo che ha perfezionato un carisma, da notabile tradizionale a statista non tradizionale, e dippiù, statista al quale l’avvento delle Regioni e il processo d’integrazione europea hanno arrecato un utile distacco ed una dimensione politica più ampia.

La sinistra in Basilicata non è riuscita ad’opporgli un interlocutore valido, un qualsiasi “anticristo” che catalizzasse il consenso degli eretici, non l’ha saputo e voluto fare quando vi erano le condizioni dialettiche e quando la lotta politica si avvaleva di tensioni anche ideali, non lo potè più fare dopo, venute meno le ragioni ideologiche, anzi politiche, per contestare lui e la sua dimensione. Forse lo si poteva fare solo se ci fossero stati etica e comportamenti esemplari, ma talmente esemplari da rasentare il diabolico.

Egli trovò le condizioni essenziali nel ruolo di ministro, di presidente del Consiglio dei ministri, di presidente del Parlamento europeo, del potere in generale insomma, di quello “metafisico”, senza mai scontrarsi con un “carisma”, opposto, in un serrato, confronto ed in una regione dove la sinistra ha fatto registrare le sue sabbie mobili, le sue logiche forsennate, !e sue scissioni, ha sperperato energie e capacità militanti, ha perduto occasioni, ha subito parlamentari estranei, ha bruciato uomini e sciupato i tempi, ha sacrificato generazioni adulte e giovani.

È anche noto come invece la Dc sia stata un partito che per rinnovarsi e per mantenersi non ha mai avuto bisogno di processi revisionistici, di abiure, acquisendo su linee politiche e su programmi quella coerente stabilità e riuscita immagine garantista che tutti le hanno riconosciuto. I partiti di sinistra hanno creato ed abbattuto ideali, hanno osannato e ripudialo dottrine. Ma buona parte di quel successo fu anche nell’assistenzialismo frenetico come vocazione, come ricorso alla “certezza” da parte dei questuanti, come gestione del “potere certo”, da parte di tutti, categorie, singoli, amici e avversari.

I democristiani, cavalieri dell’altruismo, si immersero cristianamente nella parte, assumendo sotto tutela, sin dai primi anni del dopoguerra, tutti coloro che ad essi si rivolsero, rispetto ad una vecchia consuetudine del fare clientela, quella delle “pagliette” e delle demagogie. E questo l’hanno potuto fare solo godendo delle guarentigie collegate ad una personalità come quella di Emilio Colombo.

Si è trattato, in sostanza, di una vera e propria organizzazione studiata nei minimi particolari, per schede e schedari, per la realizzazione di ogni aspirazione individuale o di gruppo, anche se con la dilazione delle aspettative, ottenendo la fiducia e la devozione di tutti quelli in lista di attesa.

Emblematica figura quindi, quella di Colombo, perno imperlante e decisivo di un ingranaggio imprescindibile e necessario a risolvere persino le più alte delle istanze, quella occupazionale. Fu questa la caratteristica moderna della consueta rete d’interessi. A Colombo tutte le decisioni nei dispacci che partivano da Potenza, un imprimatur per le piccole scelte e quelle grandi, impossibili da prendere in una piccola città dei Sud. La Dc soffrì di un suo male storico, quello che, vivendo nel sistema proporzionale sia nel suo interno che nel Paese, fu costretta ad accentuare la politica come arte combinatoria. E la politica come arte combinatoria è raziocinio, ma in una certa misura è soprattutto cinismo.

Ecco perché un partito che aveva la fortuna di avere un “punto fermo” non avrebbe dovuto tramare contro o demolire tutto ciò che nobilita la sua memoria storica.

Agli avversari spettò il dovere di lottare ancora per un destino di sviluppo e per l’immagine stessa di questa regione che si accinse a diventare una land dell’Europa. Ma vi era già da allora il dubbio se esistesse una prospettiva europea della Basilicata; la preoccupazione era quella se, all'”uomo europeo” un giorno non avesse dovuto corrispondere una regione altrettanto europea, oppure lasciarsi travolgere da sempre più incalzanti spinte di una concorrenzialità dei nuovi imperiosi protagonismi che si affacciavano nel Mediterraneo, stringendo la Basilicata e il Mezzogiorno in una morsa dalla quale sarebbe stato difficile liberarsi.