Sono in viaggio verso Tito, vado a festeggiare il compleanno di un mio caro amico e con me in macchina ci sono i suoi figli, mentre viaggiamo li ascolto chiacchierare e, con un crescente senso di rabbia, ascolto un racconto che ha, per me che sono abituato all’Italia dei diritti, il sapore di una sconfitta bruciante. La ragazza lavora, o meglio lavorava, in un grande magazzino, di quelli che vendono un po’ di tutto, dai pantaloni alle scarpe, dagli ombrelli alle cinte e, come tutti i grandi magazzini, questo, subisce a volte dei taccheggi. Le commesse si alternano nei turni e, talvolta, capita che quando controllano che so, le scatole delle scarpe in vendita, vi trovano un bel paio di scarpe vecchie che qualche cliente lesto ha sostituito alle nuove filandosela alla chetichella senza pagare. Fin qui, tutto abbastanza normale, un normale e onesto imprenditore si provvede di un sistema di telecamere a circuito chiuso e cerca di difendersi dai ladri. Questo nella nostra parte d’Italia, non succede. Il gentiluomo che gestisce questo grande magazzino, dopo la stipula del regolare contratto, dove naturalmente non vi è alcuna clausola che riguarda i taccheggi, provvede a far firmare alle commesse, pena la non assunzione, una specie di cartula per la quale le dipendenti devono provvedere a risarcire il costo dei furti che, eventualmente, il negozio subisce nel corso delle giornate. Badate bene non vi è relazione tra turni di lavoro e risarcimenti, giacché il controllo non si fa a ogni fine turno, semplicemente a fine mese il “grande imprenditore” comunica alle ragazze che c’è da risarcire che so, 300 Euro e se li fa dare cash dalle dipendenti senza, naturalmente, rilasciare un cazzo di ricevuta con causale “per risarcimento furti”. Non solo, atteso che non è possibile verificare i furti a ogni fine turno è del tutto normale che all’interno del gruppo delle dipendenti possano costruirsi dinamiche di gruppo per le quali è facile addossare l’ammanco al turno dell’ultima e meno esperta arrivata in modo da mettersi al riparo dalla sempre possibile segnalazione alla “casa madre” –trattasi di negozio in franchising, credo– con conseguente licenziamento. Succede quindi che, all’ennesima richiesta di risarcimento, sacrosantamente, la figlia del mio amico fa notare alle sue colleghe che di questi versamenti e del loro obbligo non vi è traccia nel loro contratto, che non è possibile verificare in alcun modo con certezza durante quale turno essi si siano verificati e che, di conseguenza, la richiesta di versamento era ingiustificata, sollecitando le stesse a organizzarsi per fare qualcosa e dichiarando che non avrebbe versato alcuna somma senza prima aver parlato con il titolare, peraltro la giovane non aveva neanche sottoscritto la cartula con la “clausola aggiuntiva” di risarcimento. Il “galantuomo” la chiama dopo un po’, verosimilmente già informato della sua posizione – i vermi ci sono anche tra i lavoratori – giustamente offeso da questa vergognosa richiesta di diritti e, alla richiesta sacrosanta della giovane di avere una ricevuta con causale del versamento, emette la sentenza, comunicandole che avrebbe dovuto informare la “Casa madre” che durante il suo turno c’erano stati dei furti (cosa assolutamente non dimostrabile), e che corrisponde in maniera ineluttabile ad una sentenza di licenziamento (queste merde non hanno neanche il coraggio di fare le porcherie in prima persona, hanno bisogno di coprirsi le spalle usando le case madri). Anche quando la giovane, piegata dalla necessità, chinando la testa, gli ha comunicato che sarebbe stata disponibile a versare “il contributo” pur di non perdere il suo posto, la sentenza non è stata modificata, giunge così la cessazione del rapporto. PUNIRNE UNO PER EDUCARNE CENTO. Io credo nella buona fede delle persone, credo che tra le persone che tra ieri e oggi si riuniscono per discutere di lavoro, ci sia chi pensa davvero che sia necessario tutelare i lavoratori, rabbrividisco ascoltando un racconto come questo perché so che questa è la normalità di tanti rapporti di lavoro e penso che si siano falliti due grandi obiettivi: la difesa dei lavoratori e la loro educazione. Queste povere pecorelle impaurite che si lasciano governare da uno sciacallo e che tra loro si mordono per evitare di essere azzannate dal predatore sono figlie/figli nostre, figlie/figli della nostra incapacità di inculcargli il senso della giustizia, figlie/figli di quest’epoca di bei culi e di poppe al vento, di ragazzi depilati e di abbigliamento fashion. I figlie/figli del lavoro precario sono diventati dei cittadini precari ignari dei propri diritti e, come succede a tutte le masse inermi e inconsapevoli, pronte a baciare il culo del padrone che li sfrutta. Riguardo al “Signor Padrone” cosa si può dire? Che dire di questa razza di miserabili che giocano a fare gli imprenditori, impuniti, sfruttando il bisogno di lavoro? Questi, a differenza dei lavoratori che sono cambiati, che sono meno consapevoli dei loro diritti e meno capaci di lottare per essi, questi, dicevo, non cambiano mai. Casomai sono peggiorati. Ecco, se potessi chiederei agli amici della C.G.I.L. che in questi giorni discutono di lavoro, di mollare i massimi sistemi e provare a discutere di questa cosa. In ultimo lo so che questa è una storia come tante ma vi assicuro che sentirla dalla bocca di una ragazza giovane, sentire la sua emozione, il suo scoramento, il suo dispiacere e la sua rabbia fa bollire il sangue. I diritti dei lavoratori: NE E’ PASSATA DI ACQUA SOTTO IL PONTE!
UNA STORIA ORDINARIA DI LAVORO
